La mossa del cavallo

Pensare l’efficacia

Posted in Uncategorized by lollipop on dicembre 21, 2009

In Occidente gli strateghi cercano azione, in Cina cercano pendenza:

Lo stratega viene invitato a partire dalla situazione, non da una situazione quale potrebbe essere preliminarmente modellizzata, ma dalla situazione in cui ci si trova e all’interno della quale si tenta di scoprire dove risiede il potenziale e come sfruttarlo.
L’immagine privilegiata dai trattati di strategia cinesi ci rinvia un’esperienza assai comune, senza che venga chiamato in causa alcunchè di misterioso. Traducendo il secondo termine con “potenziale della situazione” intendo riferirmi a quello che da noi, nella fisica classica, viene definito “teorema del potenziale della situazione”. Prendiamo, per esempio, un caso tipico: se raccogliamo una certa quantità d’acqua alla sommità di una pendenza, costruendo uno sbarramento per trattenerla, potremo calcolare, in funzione della massa dell’acqua e dell’inclinazione della pendenza, la forza con la quale, nel caso si aprisse una falla, l’acqua scenderebbe, portando con sé tutto ciò che si trova sul suo cammino. È esattamente la stessa immagine che troviamo sul versante cinese. Ma sul versante europeo, come si può constatare, se ne ricava un teorema della fisica, il teorema del potenziale della situazione, mentre sul versante cinese l’immagine viene sfruttata dal punto di vista della strategia. Il grande generale sarà infatti proprio colui che è sempre in grado di trovare una pendenza sotto di sé: egli vedrà allora scorrere le sue truppe come l’acqua che segue la pendenza del terreno, senza sforzo.

Ed in un libro così, non poteva mancare un riferimento al go:

(Pagina 81)
Prendiamo per esempio il gioco del go che, diversamente dagli scacchi, è adatto a illustrare, nel suo modo di operare, lo scarto che separa le diverse concezioni (si pensi alla frase di Leibniz citata all’inizio del libro: “I loro stessi giochi differiscono dai nostri”). Chiunque abbia avuto occasione, anche fuggevolmente, di giocare a go, sa benissimo come lì i combattimenti avvengano non per scontri frontali ma attraverso “attrazioni” e “repulsioni” (come il tracciato nell’arte della scrittura o della pittura in Cina), in seno a rapporti di forza ambigui e malleabili, naipolabili, con l’attacco che parte da lontano e procede per vie oblique. In una simile strategia, la priorità è attribuita alle circonvolzuioni complesse e agli aggiramenti. In mancanza di un obiettivo predeterminato, visto che non esiste né un pezzo principale da annientare né una zona sensibile da conquistare, le prime pietre, disperse, stabiliscono un campo di influenza che disegna, organizzandosi, un territorio potenziale in cui la mia influenza ha la possibilità di concretizzarsi. Connettendosi progressivamente, queste pietre renderanno alla fine un territorio solido e duraturo. Anche nel gioco, l’obiettivo non è di distruggere il mio avversario, di eliminarlo (scacco matto!), ma io lo combatto per sopravvivere più a lungo, servendomi di lui nel mentre si opera contro di lui.

Francois Jullien

Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente

Editori Laterza 2005

Empatia

Posted in Altra cultura, Scacchi by lollipop on ottobre 6, 2009

CA93VPHJL’empatia è la capacità di comprendere  cosa sta provando un’altra persona (o perlomeno di focalizzarsi sul suo mondo interiore). Il termine deriva dal greco “empateia” composto da en, “dentro” e pathos, “sentimento”.

L’empatia non va confusa con la comprensione intellettuale, che si concentra sui fatti, sulle esatte dinamiche degli avvenimenti. Con l’empatia si legge tra le righe, si colgono gli indizi emozionali, i segnali non verbali e soprattutto si lasciano da parte spiegazioni o schemi di attribuzione di significato preconfezionati.

Secondo Geoffrey Miller (The mating mind) “L’empatia si sarebbe sviluppata perché mettersi nei panni dell’altro per sapere cosa pensa e come reagirebbe costituisce un importante fattore di sopravvivenza in un mondo in cui l’uomo è in continua competizione con gli altri uomini.”

In biologia le ricerche sui meccanismi che regolano l’empatia sono molto attive, come nel caso dei neuroni-specchio, che sono cellule che si attivano sia quando un’azione viene compiuta che quando viene osservata da un altro individuo. In ogni caso, una spiegazione definitiva ancora manca.

 Secondo Paolo Legrenzi (Come nascono le nuove idee – Il Mulino) l’empatia è la capacità di andare sulla stessa lunghezza d’onda delle menti altrui. È la capacità di vedere dentro la mente delle persone con cui interagiamo per prevedere come si comporteranno.

Continua Legrenzi: “Nel mondo delle imprese questo è pane quotidiano. Che cosa avranno pensato di fare i concorrenti e che cosa pensano che noi faremo? E noi che cosa pensiamo che loro pensano di noi. Chi sa meglio decifrare questo gioco di specchi è colui che sa cogliere le più ghiotte opportunità in un mercato competitivo.”

Ora a dir la verità non sono sicuro che quando un manager seduto nel suo ufficio cerca di prevedere cosa sta pensando un altro manager di una ditta concorrente in un altro punto del pianeta stia usando le sue capacità empatiche. Più correttemente si tratta di capacità di previsione intellettuale come specifica più avanti lo stesso Legrenzi, quando inizia a usare il termine inglese “insight”. Il manager mette da parte i propri gusti e le proprie simpatie, per scegliere l’azione che si presume avrà maggiore successo, in base a quanto si assume sceglieranno di fare gli altri (clienti o concorrenti).

Anche quando ci siede ad un tavolino per giocare a scacchi (ma potete pensare praticamente ad ogni altra cosa) l’empatia può essere molto importante, e alcuni giocatori ne hanno fatto il loro marchio di fabbrica (un esempio ovvio è quello di Lasker) ma tutti i giocatori moderni cercano di rendersi invisibili agli occhi dei loro avversari. Qualche tempo fa avevamo pubblicato una news in cui Anand sottolineava l’importanza di nascondere i propri sentimenti (Chess is a form of acting).

L’empatia è importante anche a fine partita, quando si tratta di capire cosa sta pensando il vostro avversario che vi ha appena regalato un punto intero cappellando in una posizione vinta. …. In quel caso magari la vostra migliore decisione strategica potrebbe essere quella di offrirgli una birra…..

Salute!

Riguardo all’immagine scelta, segnaliamo che Gem, personaggio che appare in una puntata del telefilm Star Trek (“L’empatica”) ha la capacità di guarire le ferite altrui trasferendole sul proprio corpo.

Toad Style

Posted in Altra cultura, Film, Scacchi by lollipop on giugno 11, 2009

Wu Tang ClanRZA (Robert Diggs) è il fondatore del collettivo hip hop WU-TANG CLAN, più di un gruppo musicale, impegnati come sono in mille attività parallele. Tra le passioni di RZA ci sono gli scacchi, tanto che ha fondato un sito online, Wuchess, che offre possibilità di giocare dal vivo, chat, tornei, lezioni, e la possibiltà di giocare con RZA e altri ospiti illustri. Per poter usufruire dei servizi del sito bisogna iscriversi (40 $ annui) e comunque larga parte degli introiti vengono donati alla “Hip-Hop Chess Federation” per il sostegno delle attività di insegamento degli scacchi nelle scuole. Informandomi su questo progetto, ho letto alcune interviste a RZA, che in un’occasione ha dichiarato: The game of chess is like a sword fight. You must think first, before you move. Toad style is immensely strong, and immune to nearly any weapon. When it’s properly used, it’s almost invincible” Ok, mi sfuggiva il significato della parola “toad” e sono andato a verificare: vuol dire rospo. Ma che cosa è lo stile rospo che è immensamente forte ed immune a quasi ogni arma, uno stile che se propriamente usato è praticamente invincibile? Pensavo di conoscere abbastanza gli scacchi ma è la prima volta che mi imbattevo in questo “stile del rospo”, allora ho approfondito le ricerche ed ho capito. RZA si riferisce ad un famoso film di arti marziali “Five Deadly Venoms” (Hong Kong, 1978) che ha per protagonisti 5 maestri di Kung-Fu, ognuno con un suo caratteristico stile: abbiamo “Il Millepiede”, “Il Serpente”, “Lo Scorpione”, “La Lucertola”, e appunto “Il Rospo”.

 200px-Fivedeadlyvenoms

Vediamo quali peculiarità ha questo stile: i rospi non fanno molto, ma sono dei tipi duri e resistenti e questo atteggiamento essenzialmente difensivo costituisce la loro caratteristica fondamentale. Il Rospo è invincibile rispetto ad ogni forma d’attacco e d’arma. La debolezza di questo stile è che ogni Maestro che lo pratica ha un punto debole, che se colpito (per la precisione se punto) elimina le caratteristiche positive dello stile, come la resistenza agli attacchi. Se ne volete sapere di più sul film qui su wikipedia.

 

Per saperne di più sullo stile rospo negli scacchi, a un qualche futuro articolo!

Lotta

Posted in Altra cultura, Scacchi, Storia by lollipop on gennaio 10, 2009

lotta-lasker-2
Abbiamo già più volte sottolineato i molteplici interessi di Emanuel Lasker, Campione del Mondo di Scacchi per 26 anni, scrittore di cose scacchistiche, ma anche di altri giochi, e pure matematico e filosofo. Ed è proprio come filosofo che probabilmente Lasker avrebbe voluto essere ricordato. La sua prima incursione in questo campo, ed anche forse la più vicina agli scacchi, è un volume del 1907, pubblicato in tedesco con il titolo di Kampf e contemporaneamente in inglese, in una versione curata dallo stesso autore, con il titolo di Struggle. In italiano: Lotta. E proprio “Lotta” è stato tradotto da Loris Pasinato e pubblicato dalle edizioni “Scacchi e Scienze Applicate” come supplemento n. 11 al Fascicolo 25, 2005 (2006) della omonima rivista.

Chiariamo subito ogni equivoco: “Lotta” è un vero e proprio trattato di filosofia, e i legami con gli scacchi sono essenzialmente quelli ovvi: gi scacchi stessi sono una lotta e l’autore è uno scacchista tra i migliori di sempre.

L’obiettivo di Lasker è quello se non di fondare una teoria della “Lotta”, cioè sulla strategia dei conflitti.

Lasker introduce alcuni nuovi vocaboli, perché “a ciascuna parola si collega una ben determinata linea di pensiero”:

màche: lotta;
stratòi: elementi capaci di produrre effetti che agiscono in una màche;
jont: unità di ogni effetto che può prodursi in una màche;
campo macheico: ambito peculiare della màche in cui si muovono gli stratòi; non nesseriamente collegato a proprietà spaziali;
macheidi: esseri ideali perfetti (in senso strategico);
eumacheica: azione strategica di una macheide (e quindi perfetta);
amacheica: azione strategica non eumacheica;
armòoostia: adattibilità di un gruppo di stratòi.

Cosa succede se A, una forza di esigua intensità ma di ampia armòostia, si scontra con B, una forza di grande intensità ma di piccola armòostia?
“La strategia di B sarà quella di estendere la propria pressione in egual modo su di una regione interconnessa del campo, in maniera tale che detta pressione sia in tutte le parti perlomeno uguale a quella di A.
L’ampiezza dell’armòostia di A gli permette di concentrare le sue forze rapidamente in qualsiasi altro punto. Perciò, B non dovrà mai permettere che la sua pressione in qualsiasi punto della regione che intende dominare sia insufficiente rispetto a quella di A. Altrimenti un rovescio diverrebbe probabile. Se il massiccio B tentasse di attaccare direttamente lo sfuggente A farebbe uno sforzo vano, perché A cambierebbe la sua posizione nel momento decisivo al fine di privare l’attacco della sua valenza. Pertanto l’obiettivo di B dev’essere quello di limitare la armòostia di A, sottomettendo quest’ultimo a una pressione dalla quale non si possa evadere. Una regione coerente di pressione, come per esempio un anello, sarebbe preferibile a qualsiasi altra perché non resterebbero linee utili per una via di fuga. Restringendo l’area di pressione, A potrebbe vedersi costretto alla battaglia, venendo annientato.”

Abbiamo portato questo esempio pratico a scopo introduttivo, ma subito dopo occorre introdurre i tre principi su cui Lasker fonda la propria teoria della lotta: sono il principio del lavoro, il principio di economia ed il principio di giustizia.
1_continua

Dare un calcio alla scala

Posted in Altra cultura, Scacchi by lollipop on dicembre 13, 2008
Vishy Anand

Vishy Anand

Avevamo appena concluso di scrivere la trilogia dei ponti e della gufa, “Lasciare una via di fuga”, “Bruciare i ponti”, “Gioca per tre risultati”, che ci è arrivato “New in Chess” 2008/8: Vishy Anand, il campione del mondo, così ha detto a Dirk Jan ten Geuzendam ( a proposito della sua scelta di giocare 1. d4 invece che la sua abituale 1. e4 nel match contro Vladimir Kramnik):

“… I had decided to make the switch almost completeley and just to stick to it. You can’t change our mind halfway through and have second thoughsts, I understood after I took the decision, after investing a month in it you can’t suddenly say, no, I go back to 1. e4. That’s madness. Then you stick with itthrough thick and thin, and you accept the consequences. I understood the gravity of that decision, but having taken it I didn’t budge. You are litterally burning the bridges behind you, kicking away the ladder …”

Gioca per tre risultati

Posted in Altra cultura, Scacchi, Storia by lollipop on dicembre 5, 2008

bolelli
Immaginiamo la seguente situazione: ultimo turno di un torneo di scacchi (ma va bene una qualsiasi altra cosa con un sistema di punteggio analogo). Siete in testa con mezzo di punto di vantaggio sul secondo classificato che dovete affrontare proprio nell’ultima partita. Tutti gli altri giocatori sono staccati di almeno un punto, quindi una patta vi assicurerebbe la vittoria del torneo. Il secondo classificato, invece sarebbe sicuro della vittoria finale in caso di vittoria contro di voi.
Che cosa dovete fare? Giocare solo per la patta è un buon modo per arrivare a perdere: voi cominciate giocando un apertura senza pretesa, che dovrebbe portare ad un gioco pari senza eccessivi rischi. Immediamente il vostro avversario capisce di trovarsi in modalità “gioco per due risultati” (vinco o patto) e lui, si, senza rischiare, farà pressione per cercare di vincere fino all’ultima mossa della partita. Voi, con il vosto gioco passivo e la vostra mente che gioca per un solo risultato (“devo pattare”) rischiate seriamente di perdere. La storia degli scacchi è piena di esempi di questo tipo.
Quello che bisogna fare è pensare alla struttura dei premi del torneo. Voi se vincete o se pattate vi assicurate il primo posto, ma anche in caso di sconfitta potete ancora sperare di arrivare secondo, o perlomeno tra i primissimi. La situazione è differente per il vostro avversario: la vittoria gli assicura il successo nel torneo, ma la patta gli garantisce se non il secondo posto, un piazzamento (e relativo premio) dignitoso. Con la sconfitta verrebbe probabilmente scavalcato da molti dei giocatori che lo seguono in classifica. La conclusione è semplice: dovete giocare per tre risultati. Dovete subito far capire al vostro avversario che potrebbe anche perdere, e rischiare di trovarsi fuori dai premi.
Dovete impostare una partita complicata, e a quel punto offrirgli una via di fuga, rappresentata dalla proposta di patta!

In termini di teoria dei giochi, si può dire che la vostra minaccia deve essere credibile.
Il collegamento con la Teoria dei Giochi, per quanto ora mi appaia ovvio, è frutto di una suggestione di Lars Bo Hansen ed in particolare dalla lettura del suo libro “Foundation of chess strategy”, Gambit 2005.

Ovviamente, se la struttura del torneo fosse diversa, ad esempio del tipo “Winner takes all”, bisogna fare delle correzioni a questo ragionamento.

 

In maniera diversa, ed in riferimento ad un più ampio contesto Daniele Bolelli dice le stesse cose nel suo libro “La tenera arte del guerriero. Arti marziali, combattimento e spiritualità nell’immaginario contemporaneo.” Castelvecchi 1996.

“Come gli animali attaccano quando percepiscono paura e debolezza, così anche le persone inconsciamente possono sentire la forza di una persona ed evitano di entrare in conflitto con chi è sicuro di sé. Quando anche andasse male e il combattimeto fosse inevitabile, non sarebbe un problema tuo ma dei tuoi avversari. D’altra parte, se non hai la forza interiore di un guerriero, è molto difficile offrire alternative. Le offerte di pace di una persona che non teme lo scontro hanno un potere che una pace nata dalla paura non potrà mai avere. Se non hai credibilità, nemmeno la migliore dialettica può avere successo. Il potere guerriero di dominare il conflitto è la migliore garanzia per evitare il conflitto. Per vivere in pace bisogna avere la forza di fermare una guerra.”

La copertina del libro di Bolelli, un altro omaggio a Bruce Lee.

Non pensare ma osserva

Posted in Altra cultura, Scacchi by lollipop on novembre 22, 2008
La fontana di Marchel Duchamp

La fontana di Marchel Duchamp

Un articolo di Anna Li Vigni sul Sole 24 Ore di domenica 3 dicembre 2006, ripescato casualmente dai nostri archivi, era intitolato “Non pensare ma osserva” ed era illustrato da un immagine della celebre “Fontana” del 1917 di Marcel Duchamp.

L’articolo, che si propone di parlare di un saggio di Silvana Borutti “Filosofia dei sensi. Estetica e pensiero tra filosofia, arte e letteratura”, inizia raccontando come “Un bel giorno a Duchamp, com’è noto, un normalissimo orinatoio apparve improvvisamente come una meravigliosa fontana, e fu così che egli decise di proporne l’esposizione in un museo. In realtà, più che la fontana in sé, che divenne un celebre ready made, il museo accolse il gesto artistico dell’autore. L’autrice poi cita anche Wittgenstein, “che non mancò di evidenziare, nell’ultima parte della sua opera, lo stretto rapporto che intercorre tra il pensiero e la sua radice sensibile e invitava ad assumere un corretto atteggiamento filosofico ammonenndo: “Non pensare, ma osserva!”. Perché egli era certo del fatto che ogni immagine mostri il proprio senso e che la filosofia debba muoversi proprio nella direzione di un risveglio al senso. E tal riguardo l’arte ha molto da insegnare…”.

Beh, a noi tutto questo a fatto venire alla mente il primo dei peccati scacchistici individuati da Jonathan Rowson nel suo “I sette peccati capitali degli scacchi” (Caissa Italia 2006; edizione originale del 2000): il pensare. Rowson fa notare che “Pensare è un procedimento molto intricato, che porta a ogni genere di errori (…) il pensiero scacchistico è in ultima analisi valultativo e che quindi dobbiamo accettare il fatto che è necessario usare di più il nostro intuito “pensando” di meno e “sentendo” di più, il che a sua volta richiede fiducia nel nostro inconscio.

Lo stesso Rowson per chiarire il suo discorso, sceglie tra le altre due citazioni che vale la pena riportare in questo contesto.
Una è dell’istruttore e scrittore di scacchi Richard James:

Ogni volta che vedo un bambino sbagliare e gli chiedo perché ha fatto quella mossa, la risposta inizia sempre cone “Beh, ho pensato…”. Allora gli dico: “Non pensare, guarda”:

L’altra, è quella di un altro grande filosofo del Novecento, Bruce Lee.
Non pensare. Senti.
Ma l’originale inglese rende meglio:
Don’t think. Feel

Ma è lo stesso Rowson a chiudere il cerchio, citando anche Duchamp. Questo è il brano, che ne precede un altro in cui l’autore scozzese stava facendo l’elogio del pensiero sfumato.

Spesso si pensa che più il giocatore è forte, più i suoi pensierei sono chiari, ma personalmente non credo che sia così. Sembra più vicina al vero un’affermazione come: “più il giocatore è forte, più i suoi pensieri sono completi”, dove per completezza si intende un insieme di varietà, adeguatezza, profondità e precisione. Nonostante la mia passione per i surrealismo, ogni riferimento a Dada è puramente casuale. Subito dopo avere scritto queste righe, però, mi sono ricordato che intorno al 1928 Marcel Duchamp, grande artista nonché ottimo giocatore di scacchi, perse ogni interesse per l’arte e descrisse gli scacchi come la quintessenza di ciò che Dada aveva voluto esprimere.

Se tutto questo non vi basta, se volete saperne di più su questioni estetiche o su come trasformare tutte queste che ora sapete in punti elo, rivolgetevi alla lettura dei testi citati.

La sorte e i giocatori

Posted in Giochi, Storia, Uncategorized by lollipop on ottobre 28, 2008
Arthur Schopenhauer

Arthur Schopenhauer

”Il destino mischia le carte, ma sono gli uomini che giocano la partita”.
Nel suo libro Filosofia del Poker, Fabrizio Mercantini cita questo aforisma attribuendolo a Victor Hugo, ma senza specificare la fonte. Abbiamo fatto alcune ricerche, e ci è venuto qualche dubbio sulla correttezza della citazione, che oggi è diffusissima sul web.

I nostri dubbi si sono amplificati quando abbiamo trovato questa frase molto simile attribuibile ad Arthur Schopenaur:
“La sorte mischia le carte e noi giochiamo”.

Che la citazione di Mercantini fosse fatta “a memoria” con errata attribuzione dell’autore?
O in qualche suo romanzo Victor Hugo aveva citato Schopenhauer?

Precisiamo che anche in questo caso non sapremmo indicare l’esatta origine della citazione di Schopenauer, è molto probabile che qualcosa del genere egli l’abbia effettivamente detto, ad esempio in Parega e Paralipomena, dove dice anche:

“La vita è come una partita a scacchi: noi elaboriamo un piano, che però è condizionato da quello – che a scacchi, il nostro avversario – nella vita, il destino, sceglieranno di fare.”

E dai Parega e Paralipomena apprendiamo tra l’altro che Schopenaur non amava i giochi di carte, ed anche se ammetteva che potessero essere utili come preparazione alla vita del mondo e degi affari “nel senso che vi si impara a profittare con saggezza da circostanze immutabili, essendo stabilite le carte dalla sorte, per trarne tutti il partito possibile”, più in generale riteneva che i giochi di carte esercitassero un’influenza demoralizzatrice: “infatti lo spirito del gioco consiste nel sottrarre ad altri ciò che possiede, non importa con quale gherminella o con quale astuzia. Ma l’abitudine di procedere così, contratta al giuoco, prende radici, fa invasione nella vita privata, e il giocatore arriva quindi insensibilmente a proceder nella stessa guisa quando si tratta del tuo e del mio, ed a considerare come lecito ogni vantaggio che si ha in mano al momento, poichè lo si può fare legalmente. La vita ordinaria ne fornisce prove ogni giorno…”

Comunque, poiché ogni massima strategica deve avere il suo rovescio della medaglia, noi vi proponiamo anche questa:

“Gli uomini fanno progetti. E Dio se la ride”

Lo dice uno dei personaggi del romanzo di Michael Chabon, “Il sindacato dei poliziotti Yiddish”

Chess is a form of acting

Posted in Scacchi, Uncategorized by lollipop on ottobre 2, 2008
Attori
Attori

In un intervista al settimanale tedesco “Spiegel”, riportata in traduzione inglese dal sito della Chessbase, il Campione del Mondo di scacchi, l’indiano Viswanathan Anand alla domanda “Qual è il ruolo delle emozioni?” ha risposto così: “Sono decisive. Il momento in cui realizzai che hai fatto un errore è il più sconvolgente da immaginare. Devi mantenere il controllo delle tue emozioni. Gli scacchi sono una forma di recitazione. Se il tuo avversario percepisce la tua insicurezza, la tua irritazione o il tuo avvilimento, allora stai incrementando il suo coraggio. Egli trarrà un vantaggio dalle tue debolezze. La sicurezza è molto importante, anche solo il mostrarsi sicuri lo è. Se commetti un errore ma non lasci che il tuo avversario si accorga dei tuoi pensieri, potrebbe anche non accorgersene”. L’intervistatore allora gli chiede se si considera abile a leggere il volto dei suoi avversari. La risposta di Anand: “Di solito i loro volti sono completamente calmi e spassionati, con l’eccezione di Garry Kasparov, che era come un libro aperto. Di solito quello che faccio è cercare di ascoltare la loro respirazione. Se la respirazione è profonda o superficiale, veloce o lenta – è qualcosa che può rivelare molto circa il grado della sua agitazione. In un match che dura un mese anche uno schiarirsi di gola può essere molto importante.”

Di solito gli scacchi vengano portati come esempio di gioco da inserire, nell’ambito della classificazione di Caillois (agon, alea, mimicry, ilinx), nella categoria dell’agon, quella che comprende giochi che presentano caretteristiche di competizione in cui vi sia un’uguaglianza di probabilità di successo. Poi un po’ di esperienza pratica e la lettura del libro di Donner, “The King”, ci ha permesso di portare allo scoperto una cosa di cui abbiamo sempre sospettato, gli scacchi come gioco di fortuna (alea). Ed il gioco blitz, e soprattutto quello “bullett” con tempo di riflessione di un minuto, non corrisponde forse alla ricerca di vertigine, all’ilinx? Mancava la mimicry, la drammatizzazione, il travestimento, l’uscire da se stessi per impersonare l’altro: ma ora con la rivelazione di Anand, anche “la maschera” viene occupata dal gioco degli scacchi.

La foto “The Big Voice” è di basykes,  qui su Flickr. Gli attori sono Jim Brochu e Steve Schalchlin.

Tagged with: , , , , , ,

E nel curriculum dei trader?

Posted in Economia, Scacchi by lollipop on luglio 9, 2008
Un gruppo di trader riflette sull\'andamento delle borse o sulle mosse della loro ultima partita?

Azioni o mosse?

Quando ho raccontato questa storia al presidente di un noto circolo di scacchi dell’Italia del nord, mi ha detto che più di una volta in passato gli sono arrivate comunicazioni di grandi banche o gruppi finanziari che chiedevano se tra i soci del circolo ci fossero giovani neo-laureati potenzialmente interessati ad un attività lavorativa perché avevano notato che la pratica ed una certa conoscenza del gioco degli scacchi erano buoni indicatori delle capacità nel loro campo di attività. La storia è questa, e si trova a pagina 54 del libro di Nassim Nicholas Taleb, Giocati dal caso. Il ruolo della fortuna nella finanza e nella vita, pubblicato in Italia da “Il Saggiatore” nel 2003.

Gli anni novanta hanno visto l’arrivo di persone dalla formazione più ricca e interessante, che hanno reso le sale di trading di gran lunga più divertenti. Mi era finalmente risparmiata la conversazione con gli MBA (Nota: possessori di un Master in Business Administration). Molti scienziati, alcuni dei quali di grandissimo successo nel proprio settore, arrivavano col desiderio di guadagnare meglio e, a loro volta, assumevano persone simili a loro. Per quanto molte di queste persone non avessero un dottorato (in effetti, i dottori di ricerca sono ancora una minoranza), la cultura e i valori cambiarono improvvisamente, aprendosi a una maggiore profondità intellettuale. Questo provocò un aumento della già alta domanda di scienziati a Wall Street, a causa del rapido sviluppo degli strumenti finanziari. La disciplina dominante era la fisica, ma si poteva trovare tra loro qualsiasi tipo di formazione quantitativa. Accenti russi, francesi, cinesi e indiani (nell’ordine) cominciarono a dominare sia a new York che a Londra. Si diceva che ogni aereo proveniente da Mosca avesse almeno l’ultima fila piena di fisici matematici russi en route verso Wall Street (…)
Avevo una predilezione per gli scienziati russi: molti possono essere utilizzati come insegnanti di scacchi …Inoltre, sono estremamente utili nel processo di selezione dei candidati a una posizione. Quando gli MBA fanno una domanda per un posto di trader, sbandierano spesso sul loro curriculum una conoscenza “avanzata” degli scacchi. Ricordo ancora che il responsabile dell’ufficio placement della Wharton Business School ci consigliava di inserire gli scacchi tra le nostre capacità “perché suona intelligente e strategico”. Gli MBA, com’è loro costume, interpretano la loro conoscenza superficiale delle regole del gioco come “approfondita”. Si solito verificavamo l’esattezza di tali asserzioni di esperienza scacchistica (Così come il carattere del candidato) tirando fuori una scacchiera da un cassetto e dicendo allo studente, già pallido: “Jurij vorrebbe scambiare due parole con te”.

La foto è di pocketpower

Per capire qual è il circolo scacchistico di cui si parla all’inizio si può cliccare qui

Tagged with: , , ,