La mossa del cavallo

Per difenderti, attacca

Posted in Economia, Giochi by lollipop on febbraio 4, 2009

180px-harley-davidson_18Nel gioco del GO esiste una massima strategica che dice “Per difenderti, attacca”: il goban, la tavola di 19 per 19 intersezioni dove si gioca il GO, è troppo grande per essere uniformente controllata e per difendervi passivamente le proprie posizioni. Troppe sono le potenziali debolezze. Quindi è molto più frequente che la cosa giusta da fare sia quella di cercare di lottare per l’iniziativa. Ma allo stesso tempo, la natura del gioco è tale che esiste un’altra regola empirica che dice “Non attaccare per uccidere, attacca per ottenete un piccolo profitto”. Attaccando con troppo vigore si finirebbe per sbilanciarsi troppo, i confini dei nostri territori sarebbero troppo labili e l’avversario potrebbe trarne profitto con un abile contrattacco. In sintesi: la miglior difesa contro un attacco sbilanciato è il contrattacco, negli altri casi, la cosa giusta da fare è lottare per l’iniziativa, con mosse che siano sia d’attacco che di difesa.
Nel libro “The way of go” del 2004 Troy Anderson porta un esempio tratto dal mondo dell’economia, relativo al caso della Harley-Davidson. Quando a metà degli anni Novanta del secolo scorto le aziende motociclistiche giapponesi decisero di entrare nella nicchia di mercato della Harley, questa, con una mossa inaspettata, reagì iniziando a produrre moto più piccole, che era il segmento di mercato in cui le marche giapponesi dominavano incontrastate. L’entrata di un nuovo concorrente costrinse i giapponesi a rimanere concentrati sul vecchio settore e impedì loro di focalizzarsi sulle moto più grosse. Rendando i loro rivali più forti dove erano già forti la Harley- Davidson rimase leader incontrastata del settore delle custom di grossa cilindrata.
Gli altri post di questa serie:
1. La miglior difesa è l’attacco?
2. Il contrattacco
3. Mutarsi in attacco

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Football americano

Posted in Sport by lollipop on febbraio 3, 2009

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A proposito di football americano (due giorni dopo la vittoria dei Pittsburgh Steelers nel Superbowl 2009), Avinash Dixit e Barry Nalebuff raccontano una storia interessante nel loro libro “Io vinco tu perdi”. Al termine della stagione universitario di football americano del 1984 si affrontarono nella partita decisiva i Nebraska Cornhuskers e i Miami Hurricanes. Ai Cornuhuskers sarebbe bastato un pari per vincere il campionato, ma nell’ultimo tempo di gioco stavano perdendo per 17 a 31, ma su quel punteggio segnarono un touchdown che li portò sul 23 a 31. Va qui fatta una precisazione sulle regole: nel footbal universitario dopo un touchdown la trasformazione può avvenire in due modi, con un calcio dal valore di un punto, o con un tentativo di portare la palla nella end zone dalla linea delle 2 yarde e mezzo, che vale due punti. L’allenatore dei Nebraska Cornhuskers, Tom Osborne, scelse la trasformazione di piede ed il punteggio si portò sul 24 a 31. Poi a pochi secondi dalla fine, la sua squadra realizzò un altro touchdown per portare il punteggio sul 30 a 31.
Con una altra trasformazione da un punto, più facile da ottenere, la partita sarebbe terminata in parità e la sua squadra avrebbe terminato la stagione al primo posto. Con una trasformazione da due punti, più difficile, la sua squadra avrebbe vinto il campionato e anche la partita, ponendo così un sigillo di forza e stile sulla vittoria. Sbagliare la trasformazione da due punti significava però arrivare secondi dietro i Miami Hurricanes.
Tom Osborne scelse la trasformazione da due punti, per un soffio la trasformazione non ebbe successo e i Nebraska Cornhuskers persero partita e campionato.

Dixit e Nalebuff non discutono la scelta “morale” di Tom Osborne, lasciando libero il giudizio, ma fanno notare come fosse errato l’ordine degli eventi scelto dall’allenatore.

Sul 17 a 31 egli doveva essere consapevole, che con due touchdown e due trasformazioni da un punto la partita sarebbe terminata in parità, con due touchdown, una trasformazione da un punto e una da due punti, la sua squadra avrebbe vinto partita e campionato.

Se il suo obiettivo principale era vincere la partita, dopo il primo touchdown della rimonta, avrebbe dovuto provare la trasformazione da due punti. In caso di realizzazione, avrebbe potuto sul secondo trasformare con un semplice calcio. In caso di errore nella trasformazione da due punti, sul secondo touchdown avrebbe con un altro tentativo da due realizzato, ottenuto il pareggio ed in più avrebbe potuto dire: vedete abbiamo vinto il campionato pareggiando questa partita, ma abbiamo provato di tutto pur di vincerla.
E se i Nebraska avessero sbagliato anche la seconda trasformazione da due, il risultato finale non sarebbe cambiato, ai fini degli obiettivi che Tom Osborne si era posto, il primo punto realizzato sul 23 a 31 era completamente inutile.

Citando Dixit e Nalebuff: “Una delle morali di questa storia è che se si devono correre dei rischi è meglio farlo al più presto. E una cosa ovvia per coloro che giocano a tennis: tutti rischiano sul primo servizio e vanno più cauti sul secondo. In questo modo, se il primo non entra, il gioco non è finito. Si può avere ancora tempo di scegliere altre opzioni che riportano al punto di partenza o persino in vantaggio.”

Mutarsi in attacco

Posted in Storia by lollipop on gennaio 26, 2009

Hans Delbruck

Hans Delbruck


… Regola numero uno di Clausewitz: “In guerra, l’unica certezza è l’incertezza”. Il solo modo di opporsi al dominio del Fato è dunque apprendere il metodo razionale del combattimento. Questo paradosso è la guerra e ve ne insegnerò il segreto”.
Fiore Mastema infilò il cucchiaino di granita di limine, scartò pigra i bianchi petali di gelsomino che la decoravano e fissò Terzo: “Sarebbe?”.
“Sarebbe, cara duchessima, che non si vince mai, tranne in rare eccezioni, difendendosi. Prima o poi bisogna decidersi ad attaccare”.
(…) Vi ho spiegato l’importanza della difesa: ma da una posizione di difesa bisogna poi passare all’offensiva. E qui non ho che da citarvi il maestro Delbruck, tu prendi appunti e lei ascolti cara Fiore: non mi crede, lo so, ma prima o poi leve verrà utile nella vita”.
Terzo leggeva la traduzione del Delbruck, faticosamente compilata con Amedeo Camapri: “Battaglia di Hastings, decisiva per la conquista dell’inghilterra di Guglielmo il Normanno. (…) Sentite il Delbruck: “Gli anglosassoni di Harold erano forti sulla difensiva, ma le battaglie non si vincono solo difendendosi. La difesa è negativa, la vittoria è positiva. Con eccezioni estremamente rare, la sola difensiva che possa condurre alla vittoria è quella che al momento opportuno, si muta in attacco. Abbiamo visto gli ateniesi a Maratona: impotenti ad affrontare un nemico più numeroso in campo aperto, si difesero, scattando però all’attacco all’ordine di Milziade. Harold non fu capace di fare altrettanto: i suoi portacolori erano coraggiosi, ma il coraggio non vale la disciplina. Andarono all’assalto in disordine e fallirono.”

Brano tratto da “Principe delle nuvole” di Gianni Riotta
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Il contrattacco

Posted in Altra cultura by lollipop on gennaio 22, 2009

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E la verità è che si dovrebbe dire: “La miglior difesa è il contrattacco (sull’attacco dell’avversario)”.
Ci sono innumerevoli situazioni strategiche in cui si può dimostrare la verità di questo concetto, che in alcuni casi può anche essere trasformato in qualcosa come “il miglior attacco è il contrattacco sull’attacco dell’avversario”.
È quello che ad esempio sostiene Giorgio Nardone nel suo libro del 2003 “Cavalcare la propria tigre” (pubblicato da Ponte alle Grazie).

(…) non si deve attaccare per primi ma aspettare la prima mossa del contendente e sorprenderlo con una contromossa. Infatti “la miglior risposta la si ha quando questi ha preso l’iniziativa e non può badare troppo allo stare in guardia” (Lee, 1977). Questo concetto marziale, che come vedremo si applica a qualunque interazione umana e non solo al combattimento, mette in evidenza il vantaggio dell’aspettare tranquilli e dell’immediata risposta all’attacco. Non esiste infatti attacco che non possa essere bloccato o addirittura trasformato in contrattacco. Chi attacca inevitabilmente è costretto a scoprirsi, esponendosi a una pronta e idonea risposta. Certo tutto dipende dall’abilità e capacità di controllo di chi si difende: è molto più facile attaccare che difendersi da un attacco. Ma se il difensore è abile, la sua difesa diventa il migliore degli attacchi. (…)

Non crediamo che questa interpretazione rafforzata sia sempre corretta, in quanto ci sono situazioni strategiche in cui indubbiamente la parte in vantaggio deve attaccare se vuole conservare la sua supremazia. Dire che “Non esiste infatti attacco che non possa essere bloccato o addirittura trasformato in contrattacco” è corretto in una situazione di equilibrio, e ad onor del vero questo sembra dire (almeno implicitamente) anche Nardone, che infatti inserisce queste considerazioni in un capitolo in cui si discute dell’arte di “partire dopo per arrivare prima”, sintesi moderna dei due stratagemmi “Sbatti l’erba per snidare i serpenti” e “Costringi la tigre a lasciare le montagne. In pratica l’idea è quella (in una situazione di equilibrio) di mostrarsi debole invitando l’avversario ad attaccare per poi reagire con un rapido contrattacco.
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1. La miglior difesa è l’attacco?

La miglior difesa è l’attacco?

Posted in Altra cultura by lollipop on gennaio 19, 2009

Uno dei detti strategici più diffusi è questo: “La miglior difesa è l’attacco”.
Proviamo a chiederci, ma è vero? Si tratta di un principio o piuttosto di un luogo comune?

Cominciamo col domandarci quale può essere il reale significato strategico di questo modo di dire:
1) La miglior difesa è l’attacco perché se il tempo della “sfida” lo passi in attacco non avrai neanche bisogno di difenderti. Detto in un altro modo, se stai attaccando il tuo avversario deve difendersi, non può attaccare e tu non hai bisogno di difenderti.
2) Quando attacchi sii preparato a fare talmente tanti danni, che non avrai bisogno di soffermarti più di tanto su quelli che subisci quando è il tuo avversario che attacca.
3) È una questione di iniziativa, è meglio fare la prima mossa, invece che aspettare l’attacco dell’avversario. In questo caso “attaccare” può anche voler dire mobilitarsi per impedire gli attacchi dell’avversario.
4) È una questione di carattere generale, per quanto sia importante la difesa, ad un certo punto per vincere (in quasi ogni contesto) prima o poi devi attaccare.
5) È una questione di carattere generale, attaccare è più facile che difendersi.
6) Se dichiari di seguire questo “principio” il tuo avversario consciamente o incosciamente il tuo avversario si preparerà per difendersi, così tu effettivamente potrai dedicarti all’attacco.

Queste traduzioni in azioni strategiche sono spesso simili e non sono necessariamente in esclusione l’una con l’altra. Possono essere il significato da adottare in un determinato momento di una lotta, o in un determinato contesto di regole.

Ma c’è qualcosa che non torna, più ci pensiamo, più ci ripetiamo, la miglior difesa è l’attacco, più ci sembra un principio falso, o al più (ad esempio nel caso del significato 4) inutile. Non puoi sempre attaccare, e non è detto che i tuoi attacchi abbiano la stessa efficacia, e si l’iniziativa è importante, ma in un situazione di equilibrio un attacco non giustificato non può avere succcesso. Abbiamo detto “falso”, ma forse avremmo potuto dire quasi vero ma fondamentalmente falso.
Questo piccolo indizio ci avvicina alla verità….
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Grammatica delle manovre strategiche

Posted in Altra cultura by lollipop on gennaio 11, 2009

Secondo Lasker ognuno possiede una conoscenza almeno elementare del linguaggio strategico e a titolo di esempio propone anche una sorta di abbozzo di grammatica delle manovre strategiche.

Sviluppo le mie forze: manovre che puntano a diffondere la pressione sul campo secondo uguali propozioni

Attacco la debolezza D: accumulazione di effetti su D

Mi colloco in uno stato di difesa: le debolezze più grandi occupano luoghi di pressione minore. La linea più esposta all’effetto del nemico presenta debolezze minime, è difficile da riconoscere ed è molto mobile.

La tua minaccia è solo un bluff: tranquilla continuazione dello sviluppo, o completa tranquillità, nonostante la concentrazione di pressione nemica su una debolezza.

Eluderò la tua minaccia mediante la fuga: movimento della debolezza minacciata verso un luogo di minor pressione.

Affronterò la tua minaccia: manovre che aumentano lo sforzo che il nemico deve compiere per concretare la sua minaccia.

L’esecuzione della tua minaccia sarà per te dannosa: una controminaccia su una debolezza del nemico a cui difesa è impossibile senza l’uso di forze che quest’ultimo aveva destinato all’attacco.

Tu sei più forte di me: movimento di fuga verso luoghi di minor pressione.

Ti attaccherò più tardi: operazioni volte a diminuire l’armòostia del nemico, ad esempio mediante la formazione di una regione coerente di pressione.

Resisterò al tuo attacco per qualche tempo: punti dai quali si possono ottenere grandi effetti sono occupati da stratòi molto mobili.

Intendo cedere terreno: gli stratòi di piccola armòostia sono inviati vero punti lontani di bassa pressione.
Ora metto in gioco tutto in quest’unica opportunità: considerevole concentrazione di pressione su una debolezza anche se le operazioni richiedono l’attraversamento di zone di grande pressione. Le future minacce nemiche sono totalmente ignorate.

Il tuo attacco è fallito: gli stratòi che esercitano grande pressione sono costretti a ritirarsi.

Cado, ma vendo la mia vita a caro prezzo: gli effetti sono diretti contro gli stratòi che esercitano una grande pressione. Non si effettua alcuna ritirata.

Sono disperato. Fai attenzione: un movimento aggressivo o qualche altro preparativo per attaccare un nemico superiore.

Sei perduto. Non ho bisogno di assalirti: l’armòostia del nemico è quasi esaurita. Si prende una posizione difensiva.

Devi attaccarmi, o sei perduto: operazioni che limitano considerevolmente l’armòostia dell’avversario.

Il tuo successo è insignificante: continuazione della lotta dopo la perdita di una debolezza.

Il successo al quale aspiri ha poco valore: non si porta alcun aiuto alla debolezza assalita, ma se ne ottiene il massimo compenso possibile. Perseguimento energico di un contrattacco.

Voglio distruggerti completamente: operazioni che sono dirette ad esaurire completamente l’armòostia del nemico.

Voglio obbligarti a battere in ritirata: concentrazione di pressione sulla posizione nemica, ma nessuna sulla sua linea di ritirata.

Il momento è favorevole: una parte esprime una grande attività. Le pressioni e le debolezze sono considerevoli.

Il momento critico ancora non è giunto: una parte esprime una modesta attività. Le pressioni e e le debolezze sono leggere.

La crisi si avvicina: occupazione di posti di leggera pressione dai quali si possano produrre degli effetti senza sforzi eccessivi.

So che la mia posizione è difficile da mantenere, ma farò del m io meglio: difesa laboriosa, poco contrattacco. Ritirata degli stratòi verso posizioni in cui non siano obbligati a esporsi ad effetti in maniera da coprire grandi debolezze.

Abbiamo fatto qualche taglio, ma d’altra parte è vero che come notato dallo stesso Lasker questo elenco è facilmente allungabile.

I principi della lotta

Posted in Altra cultura by lollipop on gennaio 11, 2009

Emanuel Lasker

Emanuel Lasker


Illustriamo ora il nucleo centrale del lavoro di Lasker: i tre principi del lavoro, dell’economia e della giustizia.

Il principio di lavoro

Nella misura in cui gli stratòi esercitano i loro effetti sulle varie parti del campo macheico (…) essi svolgono un lavoro macheico.

La grandezza del lavoro che può essere svolto da un gruppo di stratoi in tutte le varie possibili condizioni che potrebbero presentarsi in una machè è un indice del valore macheico di tale gruppo e si può definire brevemente come il suo proprio “valore”. Il lavoro ottenuto dalla macheide attraverso un gruppo di stratòi durante la màche è proporzionale al valore di quel gruppo.

In pratica ci sta dicendo che lo stratega otterrà i contributi migliori dai suoi strumenti dal valore più grande.

Il principio d’economia

Questo principio ci dice che lo stratega perfetto predispone e esegue le sue manovre con la massima economia: “In accordo con la sua natura e definizione, la macheide è infinitamente economica nei riguardi dell’energia macheica della quale dispone.”

Così ad esempio “nel formare una barriera lo stratega perfetto non creerà in nessun luogo una barriera piùà forte di quanto sia necessario per la sua funzione, e la collocherà tanto in avanti nel campo di battaglia in modo che sia giusto in grado di sopportare la pressione del nemico, di modo che mediante un piccolo sacrificio il nemico potrebbe obbligare la barriera a retrocedere. Ma è chiaro, tuttavia, che sarebbe un pericolo molto grave se si avanzasse al di là di questo punto, perché allora il nemico potrebbe, a mezzo di un’azione eumacheica, ottenere un successo senza perdite. DiI norma non è difficile determinare i punti nei quali le barriere degli oppositori devono incontrarsi: devono stare sulla linea di uguale pressione.”

Prima di presentare il principio di giustizia, Lasker introduce i concetti di equilibrio e di vantaggio:

… Se M ed E procedono alla guerra in stato di equilibrio macheico, nessuna di esse potrà consguire i porpi obiettivi in alcun modo; in caso contrario la guerra sarebbe favorevole per una e non lo sarebbe per l’altra, e non potrebbe essere indifferente per nessuna di esse. Detto ciò possiamo concludere che in una màche equilibrata fra due macheidi nessuna fazione può fare progressi verso la sua meta. (…) Oppure: in una posizione equilibrata c’è difesa sufficiente contro qualsiasi attacco. Se invece una delle parti possiede un vantaggio, allora tanto più proficuo è l’attacco che quella parte può eseguire con successo.

Il principio di giustizia

Il principio di logica e della giustizia ci dirà allora che “il piano del generale (…) dovrà essere logicamente coerente ed obiettivo. … L’attacco di una macheide deve indicare non solo che è presente un vantaggio sul quale esso si basa, ma che il metodo dell’attacco è proporzionale e in relazione con la natura di quel vantaggio.

Nessuna legge che non sia derivabile logicamente da questi principi può essere valida in una màche, e per quanto sia difficile il compito di trovare le manovre eumacheiche (perfette) “possiamo almeno contare sul fatto di non aver paura che una forza mistica, o una qualsiasi altra forza di questo tipo che questo libro non abbia qui illustrato, sia quella che decide il risultato.”
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Lotta

Posted in Altra cultura, Scacchi, Storia by lollipop on gennaio 10, 2009

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Abbiamo già più volte sottolineato i molteplici interessi di Emanuel Lasker, Campione del Mondo di Scacchi per 26 anni, scrittore di cose scacchistiche, ma anche di altri giochi, e pure matematico e filosofo. Ed è proprio come filosofo che probabilmente Lasker avrebbe voluto essere ricordato. La sua prima incursione in questo campo, ed anche forse la più vicina agli scacchi, è un volume del 1907, pubblicato in tedesco con il titolo di Kampf e contemporaneamente in inglese, in una versione curata dallo stesso autore, con il titolo di Struggle. In italiano: Lotta. E proprio “Lotta” è stato tradotto da Loris Pasinato e pubblicato dalle edizioni “Scacchi e Scienze Applicate” come supplemento n. 11 al Fascicolo 25, 2005 (2006) della omonima rivista.

Chiariamo subito ogni equivoco: “Lotta” è un vero e proprio trattato di filosofia, e i legami con gli scacchi sono essenzialmente quelli ovvi: gi scacchi stessi sono una lotta e l’autore è uno scacchista tra i migliori di sempre.

L’obiettivo di Lasker è quello se non di fondare una teoria della “Lotta”, cioè sulla strategia dei conflitti.

Lasker introduce alcuni nuovi vocaboli, perché “a ciascuna parola si collega una ben determinata linea di pensiero”:

màche: lotta;
stratòi: elementi capaci di produrre effetti che agiscono in una màche;
jont: unità di ogni effetto che può prodursi in una màche;
campo macheico: ambito peculiare della màche in cui si muovono gli stratòi; non nesseriamente collegato a proprietà spaziali;
macheidi: esseri ideali perfetti (in senso strategico);
eumacheica: azione strategica di una macheide (e quindi perfetta);
amacheica: azione strategica non eumacheica;
armòoostia: adattibilità di un gruppo di stratòi.

Cosa succede se A, una forza di esigua intensità ma di ampia armòostia, si scontra con B, una forza di grande intensità ma di piccola armòostia?
“La strategia di B sarà quella di estendere la propria pressione in egual modo su di una regione interconnessa del campo, in maniera tale che detta pressione sia in tutte le parti perlomeno uguale a quella di A.
L’ampiezza dell’armòostia di A gli permette di concentrare le sue forze rapidamente in qualsiasi altro punto. Perciò, B non dovrà mai permettere che la sua pressione in qualsiasi punto della regione che intende dominare sia insufficiente rispetto a quella di A. Altrimenti un rovescio diverrebbe probabile. Se il massiccio B tentasse di attaccare direttamente lo sfuggente A farebbe uno sforzo vano, perché A cambierebbe la sua posizione nel momento decisivo al fine di privare l’attacco della sua valenza. Pertanto l’obiettivo di B dev’essere quello di limitare la armòostia di A, sottomettendo quest’ultimo a una pressione dalla quale non si possa evadere. Una regione coerente di pressione, come per esempio un anello, sarebbe preferibile a qualsiasi altra perché non resterebbero linee utili per una via di fuga. Restringendo l’area di pressione, A potrebbe vedersi costretto alla battaglia, venendo annientato.”

Abbiamo portato questo esempio pratico a scopo introduttivo, ma subito dopo occorre introdurre i tre principi su cui Lasker fonda la propria teoria della lotta: sono il principio del lavoro, il principio di economia ed il principio di giustizia.
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Lasker su Canne

Posted in Storia by lollipop on gennaio 10, 2009

Annibale Barca

Annibale Barca


Stiamo preparando un post su “Lotta”, riflessioni filosofiche di Emanuel Lasker pubblicate per la prima volta nel 1907. Qui citiamo un brano che parla, mettendo in luce un elemento strategico leggermente diverso da quello visto qui, della battaglia di Canne.

“Salvo che la definizione di “piano” sia molto circoscritta, essa non può essere molto precisa. Il piano di una battaglia è la logica della sequenza dei suoi avvenimenti. Il piano di un’opera che ci si accinge a scrivere si fa sentire nella sua fluidità. Si parla di uno schema di colori indicando con esso l’intento con il quale i colori vengono ordinati. L’analisi della situazione è interpretata dal generale in modo tale da creare in lui un impulso, in accordo col quale egli si impone un compito che giudica fattibile. Il piano di Annibale nella battaglia di Canne, per esempio, era dovuto alla sua convinzione che la sua stessa fanteria potesse resistere all’attacco dei romano per un tempo maggiore di quello che la cavalleria romana potesse resistere al suo attacco. Il suo intento era quindi quello di impegnare tutta la fanteria nemica con la propria, per disperdere rapidamente la cavalleria romana e assaltare con la propria la retroguardia, mentre la fanteria nemica era ancora completamente impegnata nell’attacco frontale. Se i romani avessero mantenuto dele forze di riserva o se avessero scompaginato i cartaginesi o se avessero scompaginato i cartaginesi prima che il duello di cavalleria fosse stato deciso, il piano di Annibale avrebbe potuto fallire.”
Raccontato così, senza l’enfasi sulla manovra a tenaglia della fanteria cartaginese, sembra in realtà la descrizione della battaglia di Zama (qui su Wikipedia), in cui furono Scipione l’Africano a sconfiggere Annibale e i cartaginesi.

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L’arte della gestione dello svantaggio

Posted in Altra cultura by lollipop on gennaio 8, 2009

Un appendice ai post sulla sconfitta: si tratta di alcuni consigli per gestire la fase di svantaggio, quando la sconfitta non si è ancora materializzata e c’è ancora spazio per il recupero. Dopo vi diremo la nostra fonte.

1. Continuate a lottare: non mollate mai.
2. Create problemi al vostro avversario, partendo dall’identificazione dei vostri punti di forza. Sforzatevi soprattutto di rimanere attivi e di centralizzare le vostre forze; è davvero sorprendente quanto si possa resistere a lungo soltanto grazie a questi due semplici elementi strategici.
3. Cercate di conquistare l’iniziativa, anche a costo di perdere qualche risorsa
4. Prolungate la resistenza. Non contribuite a peggiorare la situazione. I bluff della serie “o la va o la spacca” e le trappole da quattro soldi hanno un senso solo come estrema ratio. Nella maggior parte dei casi invece un simile atteggiamento servirà solo a peggiorare le cose. Di solito è molto meglio lottare con pazienza. In poche parole: non fatevi male da soli. Solo se la vostra situazione è al di là del bene e del male, allora si, non fatevi scrupolo di provare qualche ultima risorsa.
5. Non cadete nella routine. In molte situazioni vi sono delle risorse nascoste, o delle finezze che possono sfuggire alla controparte. Continuate a cercarle. Fate lavorare la vostra immaginazione
6. Non lasciatevi mai andare ai rimpianti. È molto facile cominciare a prendersi a schiaffi per gli errori commessi. Non ripensate a ciò che sarebbe potuto accadere. In questo modo non si fa altro che sprecare tempo ed energie nervose di cui avrete bisogno più avanti. Vivete nel presente e lottate per il futuro.
7. Se riuscite a ribaltare la situazione, non rilassatevi.

Beh, si tratta di una riscrittura del sommario del capitolo 3 “L’arte di giocare posizioni inferiori” del libro di Jonathan Tisdall “Migliora subito il tuo livello di gioco” (Prisma 2002, edizione originale 1997). L’autore stava parlando di posizioni scacchistiche, noi per rendere più generali i suoi consigli, abbiamo sostituito qualche parola qua e là e abbiamo tolto alcuni passaggi più tecnici.