La mossa del cavallo

Gli eroi della ritirata

Posted in Altra cultura, Libri, Storia by lollipop on maggio 19, 2009
Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

“Zig zag – Saggi sul tempo, il potere e lo stile” è una raccolta di saggi di Hans Magnus Enzensberger, pubblicata nel 1997 in Germania e due anni dopo, per Einaudi, in Italia.

Qui ne parliamo perché in uno dei saggi tocca da vicino un argomento di cui abbiamo già parlato, quello della fuga, o per usare l’espressione di Enzensberge, la ritirata.

(…) Fu Clausewitz, il classico per eccellenza del pensiero strategico, a dimostrare che l’operazione bellica più difficile è proprio la ritirata. E ciò vale anche per la politica. Il non plus ultra dell’arte del possibile consiste appunto nel saper rinunciare a una posizione insostenibile. Pertanto, se la grandezza di un eroe dipende dalla difficoltà del compito che deve affrontare, lo schema eroico non dovrà essere soltanto rivisto ma addirittura invertito. Qualsiasi idiota è in grado di lanciare una bomba. Mille volte più impegnativo, invece, è riuscire a disinnescarla.

Abilità e competenza, tuttavia, non bastano certo a far di un uomo un eroe. Ciò che lo rende memorabile è la dimensione morale del suo agire. Eppure è proprio qui che gli eroi della ritirata devono affrontare riserve tanto massicce quanto tenaci. (…)

Chi abbandona le proprie posizioni non rinuncia solo oggettivamente allo spazio, ma anche a una parte di se stesso. Un passo simile può riuscire soltanto a una condizione: che individuo e ruolo si separino. L’ethos dell’eroe consiste appunto nella sua ambivalenza. E l’esperto dello smantellamento, accettando di vivere questa ambivalenza, dà prova della sua fermezza morale. (…)

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Mutarsi in attacco

Posted in Storia by lollipop on gennaio 26, 2009

Hans Delbruck

Hans Delbruck


… Regola numero uno di Clausewitz: “In guerra, l’unica certezza è l’incertezza”. Il solo modo di opporsi al dominio del Fato è dunque apprendere il metodo razionale del combattimento. Questo paradosso è la guerra e ve ne insegnerò il segreto”.
Fiore Mastema infilò il cucchiaino di granita di limine, scartò pigra i bianchi petali di gelsomino che la decoravano e fissò Terzo: “Sarebbe?”.
“Sarebbe, cara duchessima, che non si vince mai, tranne in rare eccezioni, difendendosi. Prima o poi bisogna decidersi ad attaccare”.
(…) Vi ho spiegato l’importanza della difesa: ma da una posizione di difesa bisogna poi passare all’offensiva. E qui non ho che da citarvi il maestro Delbruck, tu prendi appunti e lei ascolti cara Fiore: non mi crede, lo so, ma prima o poi leve verrà utile nella vita”.
Terzo leggeva la traduzione del Delbruck, faticosamente compilata con Amedeo Camapri: “Battaglia di Hastings, decisiva per la conquista dell’inghilterra di Guglielmo il Normanno. (…) Sentite il Delbruck: “Gli anglosassoni di Harold erano forti sulla difensiva, ma le battaglie non si vincono solo difendendosi. La difesa è negativa, la vittoria è positiva. Con eccezioni estremamente rare, la sola difensiva che possa condurre alla vittoria è quella che al momento opportuno, si muta in attacco. Abbiamo visto gli ateniesi a Maratona: impotenti ad affrontare un nemico più numeroso in campo aperto, si difesero, scattando però all’attacco all’ordine di Milziade. Harold non fu capace di fare altrettanto: i suoi portacolori erano coraggiosi, ma il coraggio non vale la disciplina. Andarono all’assalto in disordine e fallirono.”

Brano tratto da “Principe delle nuvole” di Gianni Riotta
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Lotta

Posted in Altra cultura, Scacchi, Storia by lollipop on gennaio 10, 2009

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Abbiamo già più volte sottolineato i molteplici interessi di Emanuel Lasker, Campione del Mondo di Scacchi per 26 anni, scrittore di cose scacchistiche, ma anche di altri giochi, e pure matematico e filosofo. Ed è proprio come filosofo che probabilmente Lasker avrebbe voluto essere ricordato. La sua prima incursione in questo campo, ed anche forse la più vicina agli scacchi, è un volume del 1907, pubblicato in tedesco con il titolo di Kampf e contemporaneamente in inglese, in una versione curata dallo stesso autore, con il titolo di Struggle. In italiano: Lotta. E proprio “Lotta” è stato tradotto da Loris Pasinato e pubblicato dalle edizioni “Scacchi e Scienze Applicate” come supplemento n. 11 al Fascicolo 25, 2005 (2006) della omonima rivista.

Chiariamo subito ogni equivoco: “Lotta” è un vero e proprio trattato di filosofia, e i legami con gli scacchi sono essenzialmente quelli ovvi: gi scacchi stessi sono una lotta e l’autore è uno scacchista tra i migliori di sempre.

L’obiettivo di Lasker è quello se non di fondare una teoria della “Lotta”, cioè sulla strategia dei conflitti.

Lasker introduce alcuni nuovi vocaboli, perché “a ciascuna parola si collega una ben determinata linea di pensiero”:

màche: lotta;
stratòi: elementi capaci di produrre effetti che agiscono in una màche;
jont: unità di ogni effetto che può prodursi in una màche;
campo macheico: ambito peculiare della màche in cui si muovono gli stratòi; non nesseriamente collegato a proprietà spaziali;
macheidi: esseri ideali perfetti (in senso strategico);
eumacheica: azione strategica di una macheide (e quindi perfetta);
amacheica: azione strategica non eumacheica;
armòoostia: adattibilità di un gruppo di stratòi.

Cosa succede se A, una forza di esigua intensità ma di ampia armòostia, si scontra con B, una forza di grande intensità ma di piccola armòostia?
“La strategia di B sarà quella di estendere la propria pressione in egual modo su di una regione interconnessa del campo, in maniera tale che detta pressione sia in tutte le parti perlomeno uguale a quella di A.
L’ampiezza dell’armòostia di A gli permette di concentrare le sue forze rapidamente in qualsiasi altro punto. Perciò, B non dovrà mai permettere che la sua pressione in qualsiasi punto della regione che intende dominare sia insufficiente rispetto a quella di A. Altrimenti un rovescio diverrebbe probabile. Se il massiccio B tentasse di attaccare direttamente lo sfuggente A farebbe uno sforzo vano, perché A cambierebbe la sua posizione nel momento decisivo al fine di privare l’attacco della sua valenza. Pertanto l’obiettivo di B dev’essere quello di limitare la armòostia di A, sottomettendo quest’ultimo a una pressione dalla quale non si possa evadere. Una regione coerente di pressione, come per esempio un anello, sarebbe preferibile a qualsiasi altra perché non resterebbero linee utili per una via di fuga. Restringendo l’area di pressione, A potrebbe vedersi costretto alla battaglia, venendo annientato.”

Abbiamo portato questo esempio pratico a scopo introduttivo, ma subito dopo occorre introdurre i tre principi su cui Lasker fonda la propria teoria della lotta: sono il principio del lavoro, il principio di economia ed il principio di giustizia.
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Lasker su Canne

Posted in Storia by lollipop on gennaio 10, 2009

Annibale Barca

Annibale Barca


Stiamo preparando un post su “Lotta”, riflessioni filosofiche di Emanuel Lasker pubblicate per la prima volta nel 1907. Qui citiamo un brano che parla, mettendo in luce un elemento strategico leggermente diverso da quello visto qui, della battaglia di Canne.

“Salvo che la definizione di “piano” sia molto circoscritta, essa non può essere molto precisa. Il piano di una battaglia è la logica della sequenza dei suoi avvenimenti. Il piano di un’opera che ci si accinge a scrivere si fa sentire nella sua fluidità. Si parla di uno schema di colori indicando con esso l’intento con il quale i colori vengono ordinati. L’analisi della situazione è interpretata dal generale in modo tale da creare in lui un impulso, in accordo col quale egli si impone un compito che giudica fattibile. Il piano di Annibale nella battaglia di Canne, per esempio, era dovuto alla sua convinzione che la sua stessa fanteria potesse resistere all’attacco dei romano per un tempo maggiore di quello che la cavalleria romana potesse resistere al suo attacco. Il suo intento era quindi quello di impegnare tutta la fanteria nemica con la propria, per disperdere rapidamente la cavalleria romana e assaltare con la propria la retroguardia, mentre la fanteria nemica era ancora completamente impegnata nell’attacco frontale. Se i romani avessero mantenuto dele forze di riserva o se avessero scompaginato i cartaginesi o se avessero scompaginato i cartaginesi prima che il duello di cavalleria fosse stato deciso, il piano di Annibale avrebbe potuto fallire.”
Raccontato così, senza l’enfasi sulla manovra a tenaglia della fanteria cartaginese, sembra in realtà la descrizione della battaglia di Zama (qui su Wikipedia), in cui furono Scipione l’Africano a sconfiggere Annibale e i cartaginesi.

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Gioca per tre risultati

Posted in Altra cultura, Scacchi, Storia by lollipop on dicembre 5, 2008

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Immaginiamo la seguente situazione: ultimo turno di un torneo di scacchi (ma va bene una qualsiasi altra cosa con un sistema di punteggio analogo). Siete in testa con mezzo di punto di vantaggio sul secondo classificato che dovete affrontare proprio nell’ultima partita. Tutti gli altri giocatori sono staccati di almeno un punto, quindi una patta vi assicurerebbe la vittoria del torneo. Il secondo classificato, invece sarebbe sicuro della vittoria finale in caso di vittoria contro di voi.
Che cosa dovete fare? Giocare solo per la patta è un buon modo per arrivare a perdere: voi cominciate giocando un apertura senza pretesa, che dovrebbe portare ad un gioco pari senza eccessivi rischi. Immediamente il vostro avversario capisce di trovarsi in modalità “gioco per due risultati” (vinco o patto) e lui, si, senza rischiare, farà pressione per cercare di vincere fino all’ultima mossa della partita. Voi, con il vosto gioco passivo e la vostra mente che gioca per un solo risultato (“devo pattare”) rischiate seriamente di perdere. La storia degli scacchi è piena di esempi di questo tipo.
Quello che bisogna fare è pensare alla struttura dei premi del torneo. Voi se vincete o se pattate vi assicurate il primo posto, ma anche in caso di sconfitta potete ancora sperare di arrivare secondo, o perlomeno tra i primissimi. La situazione è differente per il vostro avversario: la vittoria gli assicura il successo nel torneo, ma la patta gli garantisce se non il secondo posto, un piazzamento (e relativo premio) dignitoso. Con la sconfitta verrebbe probabilmente scavalcato da molti dei giocatori che lo seguono in classifica. La conclusione è semplice: dovete giocare per tre risultati. Dovete subito far capire al vostro avversario che potrebbe anche perdere, e rischiare di trovarsi fuori dai premi.
Dovete impostare una partita complicata, e a quel punto offrirgli una via di fuga, rappresentata dalla proposta di patta!

In termini di teoria dei giochi, si può dire che la vostra minaccia deve essere credibile.
Il collegamento con la Teoria dei Giochi, per quanto ora mi appaia ovvio, è frutto di una suggestione di Lars Bo Hansen ed in particolare dalla lettura del suo libro “Foundation of chess strategy”, Gambit 2005.

Ovviamente, se la struttura del torneo fosse diversa, ad esempio del tipo “Winner takes all”, bisogna fare delle correzioni a questo ragionamento.

 

In maniera diversa, ed in riferimento ad un più ampio contesto Daniele Bolelli dice le stesse cose nel suo libro “La tenera arte del guerriero. Arti marziali, combattimento e spiritualità nell’immaginario contemporaneo.” Castelvecchi 1996.

“Come gli animali attaccano quando percepiscono paura e debolezza, così anche le persone inconsciamente possono sentire la forza di una persona ed evitano di entrare in conflitto con chi è sicuro di sé. Quando anche andasse male e il combattimeto fosse inevitabile, non sarebbe un problema tuo ma dei tuoi avversari. D’altra parte, se non hai la forza interiore di un guerriero, è molto difficile offrire alternative. Le offerte di pace di una persona che non teme lo scontro hanno un potere che una pace nata dalla paura non potrà mai avere. Se non hai credibilità, nemmeno la migliore dialettica può avere successo. Il potere guerriero di dominare il conflitto è la migliore garanzia per evitare il conflitto. Per vivere in pace bisogna avere la forza di fermare una guerra.”

La copertina del libro di Bolelli, un altro omaggio a Bruce Lee.

Bruciare i ponti

Posted in Storia by lollipop on dicembre 3, 2008
Hernan Cortès

Cortes

Tra i vari esempi di eserciti che si negano (quasi sempre, sarebbe meglio dire “cui viene negato dai loro comandanti”) la possibilità di ritirarsi si può citare l’esercito normanno di Guglielmo il Conquistatore, che bruciò le proprie navi una volta approdato sulle coste d’Inghilterra, nel 1066. La stessa cosa fece Cortes nel 1519. Lui aveva una grande motivazione, fin da quando era arrivato nel Nuovo Mondo, nel 1504, si era messo in testa di voler conquistare il Messico, mentre i suoi 500 uomini pensavano a tornare a Cuba, alle loro famiglie, all’oro. Nelle loro teste c’era sempre una via di fuga, mal che fosse andata, sarebbero tornati a casa. Rendendo inutilizzabili le navi, facendole affondare o arenandole, Cortes modificò l’obiettivo dei suoi soldati. Cortes aveva portato i suoi soldati in un “campo di morte”, che raddoppia o triplica le forze dei soldati. Con le parole di Robert Greene, autore di “Le 33 strategie della guerra”: il mondo è governato dalla necessità, le persone cambiano atteggiamento solo se costrette a farlo.

Secondo la fonte citata da Avinash Dixit e Barry Nalebuff, “la distruzione della flotta (venne effettuata) non soltanto con la coglizione dell’esercito, ma anche con la sua approvazione, anche se su idea di Cortes”.

Secondo l’interpretazione di Robert Greene, invece, l’approvazione dell’esercito avvenne solo a fatto compiuto… “Quando li convocò, il loro umore era incattivito e ribelle. … Cortes si rivolse ai suoi uomini: ammise di essere responsabile del disastro aveva ordinato che si facesse così, ma ora non si poteva tornare indietro. Avrebbero potuto impiccarlo, ma erano circondati da indigeni ostili ed erano senza barche; divisi e senza un campo, sarebbero morti. L’unica alternativa era seguirlo a Tenochtitlan. Soltanto sconfiggendo gli aztechi e conquistando il Messico avrebbero potuto tornare a Cuba vivi…. I codardi che non se la sentivano di affrontare la sfida potevano slapare verso casa con l’unica imbarcazione rimasta. Nessuno raccolse l’invito, così anche l’ultima barca venne affondata.

Ancora Sun Tzu:

Dove puoi sopravvivere soltanto a condizione di combattere con il coraggio della disperazione, è territorio mortale… Porta i tuoi uomini su posizioni elevate senza via d’uscita, e vedranno la morte: pronti a morire, cosa non riusciranno a fare? È nelle situazioni disperate che ufficiali e soldati dimenticano la paura e dannno il meglio di sé. Senza vie di fuga, difendono il terreno con i denti. Impeganti a fondo, si battono a fondo. Senza alternative, lottano fino all’estremo.

Prosegue “Lasciare una via di fuga”, continua, con il titolo “Gioca per tre risultati”, dove vedremo come le strategie di bruciare i ponti e lasciare una via di fuga si applicano in un contesto scacchistico.

Lasciare una via di fuga

Posted in Economia, Sport, Storia by lollipop on dicembre 2, 2008
L'arte della Guerra di Sun Tzu, in versione bamboo

L'Arte della Guerra in una versione su bamboo

Quando tempo fa lessi “L’arte della Guerra” di Sun Tzu una delle idee che più mi avevano colpito è quella di lasciare sempre una via di fuga per il nemico, “Lascia una via d’uscita a un esercito accerchiato”, che si può commentare con Cao Cao “La regola degli antichi aurighi dice: “Accerchia da tre lati ma lasciane uno libero, per indicare così la strada alla vita”.

Se la vita è presente nella loro mente, i soldati nemici si batteranno con meno ardore. Del resto lo stesso Sun Tzu subito dopo dice anche di “Non incalzare un nemico disperato”, perché “Un animale atterrito lotterà fino alla fine, è una legge naturale”.

Non è una mossa strategica, sconosciuta all’occidente, tantè che come racconta Machiavelli nel suo “Arte della guerra”, fu adottato da Cesare contro delle tribù germaniche: queste, completamente circondate si battevano con furia; aprendo loro una via di fuga, Cesare preferì farsi carico del successivo inseguimento piuttosto che avere a che fare con un nemico così combattivo e furioso.
Quello che cambia, e questo lo abbiamo capito leggendo Francois Jullien, è che quello che per gli occidentali è solo un espediente, un aneddoto su cui neanche soffermarsi, per i cinesi è un concetto dalla portata molto più profonda. Nella mentalità cinese quello che rende pavidi o coraggiosi e il “potenziale della situazione”, e quindi quello che il generale deve fare non è chiedersi come rendere i suoi uomini coraggiosi e i suoi nemici pavidi, ma come agire, come operare per costringerli in quelle determinate situazioni.

Se lasciare una via di fuga serve per rendere “pavido” il nemico, tagliare i ponti, bruciare le navi, “far salire in alto e poi togliere la scala” è un modo per rendere coraggiosi i propri soldati. Portatti in territorio nemico e isolate le vie di comunicazione, gli uomini non avranno scelta e saranno costretti al coraggio.
“Il bruciare i ponti”, secondo gli economisti Avinash Dixit e Barry Nalebuff e anche un modo per rendere credibili i propri impegni.
Premesso che la credibiità è fondamentale per la buona riuscita di ogni strategia, chiarito che “Stabilire una buona credibilità in senso strategico significa far sì che ci si aspetti che portiate a termine le vostre mosse incondizionate, manteniate le vostre promesse e mettiate in atto le vostre minacce” si può sostenere che bruciarsi i ponti alle spalle è proprio uno dei possibili modi per obbligarsi a mantenere i propri impegni. Citando ancora Dixit e Nalebuff “Credibilità implica trovare il modo per non tornare indietro. Se non c’è un domani, l’impegno di oggi non può essere ritrattato.”
L’immagine è tratta da Wikipedia.

Continua come “Bruciare i ponti”

Diversi gradi nella Via

Posted in Storia by lollipop on dicembre 1, 2008
Il codice segreto dei samurai

Il codice segreto dei samurai

Un anziano maestro di arti marziali insegnava: “Nell’arte della scherma ci sono diversi gradi. Nel primo grado, essendo ancora agli inizi, uno pensa che sia lui, che gli altri, non siano ancora bravi. A questo livello non si è ancora abili. Arrivato a metà strada uno non è ancora del tutto abile, ma può capire i suoi difetti e quelli degli altri. Salito a un grado più altro, si sente orgoglioso di aver raggiunto lo scopo, si rallegra di essere complimentato e si lamenta per i difetti degli altri. Costui è diventato una persona veramente abile. Ma asceso ancora più in alto, capisce di non essere bravo per niente, nonostante che gli altri lo considerino veramente capace. In genere, buona parte degli uomini appartengono a questi quattro gradi.

Ma c’è ancora un grado, indescrivibile, che sta al di sopra di tutti. Entrando sempre più profondamente nella Via si comincia a comprendere di trovarsi in un mondo infinito e che non si può mai dire di essere arrivati. Allora si capiscono bene i propri limiti e non si pensa più di essere perfetti nella vita. Senza orgoglio e senza scoraggiamento si avanza nella Via”. Il Maestro Yagyu disse una volta: “Non ho imparato la Via per vincere gli altri, ma per vincere me stesso”. Questo vuol dire che noi, oggi, dobbiamo cercare di essere migliori di ieri e, domani, migliori di oggi. Giorno per giorno, per tutta la vita, bisogna camminare nella Via, in un mondo senza confini.

Yamamoto Tsunetomo
Il codice segreto dei Samurai
Hagakure
Luni

La sorte e i giocatori

Posted in Giochi, Storia, Uncategorized by lollipop on ottobre 28, 2008
Arthur Schopenhauer

Arthur Schopenhauer

”Il destino mischia le carte, ma sono gli uomini che giocano la partita”.
Nel suo libro Filosofia del Poker, Fabrizio Mercantini cita questo aforisma attribuendolo a Victor Hugo, ma senza specificare la fonte. Abbiamo fatto alcune ricerche, e ci è venuto qualche dubbio sulla correttezza della citazione, che oggi è diffusissima sul web.

I nostri dubbi si sono amplificati quando abbiamo trovato questa frase molto simile attribuibile ad Arthur Schopenaur:
“La sorte mischia le carte e noi giochiamo”.

Che la citazione di Mercantini fosse fatta “a memoria” con errata attribuzione dell’autore?
O in qualche suo romanzo Victor Hugo aveva citato Schopenhauer?

Precisiamo che anche in questo caso non sapremmo indicare l’esatta origine della citazione di Schopenauer, è molto probabile che qualcosa del genere egli l’abbia effettivamente detto, ad esempio in Parega e Paralipomena, dove dice anche:

“La vita è come una partita a scacchi: noi elaboriamo un piano, che però è condizionato da quello – che a scacchi, il nostro avversario – nella vita, il destino, sceglieranno di fare.”

E dai Parega e Paralipomena apprendiamo tra l’altro che Schopenaur non amava i giochi di carte, ed anche se ammetteva che potessero essere utili come preparazione alla vita del mondo e degi affari “nel senso che vi si impara a profittare con saggezza da circostanze immutabili, essendo stabilite le carte dalla sorte, per trarne tutti il partito possibile”, più in generale riteneva che i giochi di carte esercitassero un’influenza demoralizzatrice: “infatti lo spirito del gioco consiste nel sottrarre ad altri ciò che possiede, non importa con quale gherminella o con quale astuzia. Ma l’abitudine di procedere così, contratta al giuoco, prende radici, fa invasione nella vita privata, e il giocatore arriva quindi insensibilmente a proceder nella stessa guisa quando si tratta del tuo e del mio, ed a considerare come lecito ogni vantaggio che si ha in mano al momento, poichè lo si può fare legalmente. La vita ordinaria ne fornisce prove ogni giorno…”

Comunque, poiché ogni massima strategica deve avere il suo rovescio della medaglia, noi vi proponiamo anche questa:

“Gli uomini fanno progetti. E Dio se la ride”

Lo dice uno dei personaggi del romanzo di Michael Chabon, “Il sindacato dei poliziotti Yiddish”

Debolezze e punti di forza: Kamae

Posted in Storia by lollipop on ottobre 10, 2008
Un Kamae nel Kendo

Un Kamae nel Kendo

Un brano dal libro di Dave Lowry “Lo spirito delle arti marziali” (Oscar Mondadori 1999, senza link perchè fuori catalogo), capitolo 24, Kamae: posizioni da combattimento.

Tutte le moderne Vie marziali presentano dei Kamae, posizioni di combattimento. In ciascuna disciplina, il praticante assume un kamae concepito per mostrare forza e spirito combattivo. Nel kamae di un praticante di karate o di judo non è possibile trovare un singolo bersaglio vulnerabile. Allo stesso modo gli studenti di kendo e di aikido studiano e praticano per rendere inespugnabili i loro kamae.
Al contrario, i kamae delle arti classiche del Giappone feudale sono differenti. In queste antiche forme, i Kamae spesso mostrano evidenti brecce, aperture in cui la spalla, il torso o le mani serrate sull’arma sono esposte al pericolo. Osservando queste posizioni, si ha la tentazione di immaginare che questi guerrieri fosseo suicidi, quasi volessero farsi colpire. In un certo senso, i kamae delle arti antiche sono effettivamente un invito ad attaccare. Un’esca. Una trappola mortale è celata in questi kamae, perché le brecce nelle posizioni delle arti classiche non sono errori strategici, fanno deliberatamente parte della strategia. Il kamae del guerriero induce a un attacco che egli è in grado di controllare. Esponendo uno specifico bersaglio, egli sa da quale direzione l’assalto arriverà, e da ciò si può avvantaggiare.

Questi contrastanti usi del kamae riflettono la differenza tra le arti di combattimento del XX secolo e quelle delle loro controparti storiche. Il praticante di oggi cerca di evitare il conflitto violento: il suo atteggiamento è difensivo, combattere è l’utlima possibilità, ed egli cerca principalmente di proteggere se stesso e gli altri. La professione del bushi consisteva nell’affrontare la battaglia. Doveva essere aggressivo in duello, o almeno doveva incoraggiare un attacco in modo che il combattimento potesse avere inizio. L’autoprotezione era sempre secondaria rispetto alla difesa del clan al quale il samurai apparteneva. L’interesse del signore veniva prima di quello del guerriero; non è una coincidenza, allora, che gli opposti atteggiamenti di guardia, kamae, dei praticanti di epoche differenti rivelino diversi scopi e caratteristiche.

Il kanji usato per indicare kamae deriva da due caratteri che significano “costruire con il legno”. Un kame marziale si costruisce, al tempo stesso, sia con la posizione fisica sia con l’atteggiamento mentale. La costruzione del kamae di un moderno bugeisha può essere considerata alla stregua di una solida fortezza, concepita per proteggere. Il kamae del bugeisha classico è più un trabocchetto, ideato per attirare l’avversario e intrappolarlo.

L’immagine è di shavanni, su flickr qui