La mossa del cavallo

Football americano

Posted in Sport by lollipop on febbraio 3, 2009

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A proposito di football americano (due giorni dopo la vittoria dei Pittsburgh Steelers nel Superbowl 2009), Avinash Dixit e Barry Nalebuff raccontano una storia interessante nel loro libro “Io vinco tu perdi”. Al termine della stagione universitario di football americano del 1984 si affrontarono nella partita decisiva i Nebraska Cornhuskers e i Miami Hurricanes. Ai Cornuhuskers sarebbe bastato un pari per vincere il campionato, ma nell’ultimo tempo di gioco stavano perdendo per 17 a 31, ma su quel punteggio segnarono un touchdown che li portò sul 23 a 31. Va qui fatta una precisazione sulle regole: nel footbal universitario dopo un touchdown la trasformazione può avvenire in due modi, con un calcio dal valore di un punto, o con un tentativo di portare la palla nella end zone dalla linea delle 2 yarde e mezzo, che vale due punti. L’allenatore dei Nebraska Cornhuskers, Tom Osborne, scelse la trasformazione di piede ed il punteggio si portò sul 24 a 31. Poi a pochi secondi dalla fine, la sua squadra realizzò un altro touchdown per portare il punteggio sul 30 a 31.
Con una altra trasformazione da un punto, più facile da ottenere, la partita sarebbe terminata in parità e la sua squadra avrebbe terminato la stagione al primo posto. Con una trasformazione da due punti, più difficile, la sua squadra avrebbe vinto il campionato e anche la partita, ponendo così un sigillo di forza e stile sulla vittoria. Sbagliare la trasformazione da due punti significava però arrivare secondi dietro i Miami Hurricanes.
Tom Osborne scelse la trasformazione da due punti, per un soffio la trasformazione non ebbe successo e i Nebraska Cornhuskers persero partita e campionato.

Dixit e Nalebuff non discutono la scelta “morale” di Tom Osborne, lasciando libero il giudizio, ma fanno notare come fosse errato l’ordine degli eventi scelto dall’allenatore.

Sul 17 a 31 egli doveva essere consapevole, che con due touchdown e due trasformazioni da un punto la partita sarebbe terminata in parità, con due touchdown, una trasformazione da un punto e una da due punti, la sua squadra avrebbe vinto partita e campionato.

Se il suo obiettivo principale era vincere la partita, dopo il primo touchdown della rimonta, avrebbe dovuto provare la trasformazione da due punti. In caso di realizzazione, avrebbe potuto sul secondo trasformare con un semplice calcio. In caso di errore nella trasformazione da due punti, sul secondo touchdown avrebbe con un altro tentativo da due realizzato, ottenuto il pareggio ed in più avrebbe potuto dire: vedete abbiamo vinto il campionato pareggiando questa partita, ma abbiamo provato di tutto pur di vincerla.
E se i Nebraska avessero sbagliato anche la seconda trasformazione da due, il risultato finale non sarebbe cambiato, ai fini degli obiettivi che Tom Osborne si era posto, il primo punto realizzato sul 23 a 31 era completamente inutile.

Citando Dixit e Nalebuff: “Una delle morali di questa storia è che se si devono correre dei rischi è meglio farlo al più presto. E una cosa ovvia per coloro che giocano a tennis: tutti rischiano sul primo servizio e vanno più cauti sul secondo. In questo modo, se il primo non entra, il gioco non è finito. Si può avere ancora tempo di scegliere altre opzioni che riportano al punto di partenza o persino in vantaggio.”

A volte arrendersi è razionale

Posted in Sport by lollipop on dicembre 22, 2008
Sir Alex Ferguson

Sir Alex Ferguson

Ma a volte le proporzioni della sconfitta sono di proporzioni tali che l’unica cosa da fare sembra quella di arrendersi, o no? Come al solito molto dipende dagli stili di gioco e dalle culture. Ci piace ancora una volta citare un passo del libro di Gianluca Vialli e Gabriele Marcotti “The italian job”:
A volte arrendersi è razionale: è meglio ritirarsi indenni dalla battaglia, conservare le forze e combattere un altro giorno. Mi chiedo sempre cosa passi davvero per la testa dei giocatori in situazioni nelle quali, per esempio, sono sotto 3-0 e accorciano le distanze. Li vedi sempre recuperare in fretta il pallone in fondo alla rete e correre a metà campo per ricominciare a giocare, nella speranza di una sensazionale rimonta. Me lo chiedo perché mi domando se sia razionale ricominciare a giocare in fretta. Certo hai più tempo per segnare di nuovo. Ma offri anche più tempo all’avversario per fare un altro gol. E, di sicuro, se si parla di limitare i danni, è meglio perdere 3-1 piuttosto che 4-1.
(…)

Si tratta di un calcolo di probabilità. Di fare un’analisi dei costi e dei benefici: che rischi si corrono ad affrettare la ripresa del gioco? E questi rischi pesano di più del vantaggio che potrebbero derivare da un eventuale 4-2? Vale la pena cercare di segnare ancora rischiando di prendere gol? E va detto che quando si tratta di rischi, parliamo quasi esclusivamente dela reazione dei media e dei tifosi. Dal punto di vista dell’allenatore una sconfitta è una sconfitta. Ma nel caso dei giornali, della televisione e dei tifosi per strada o al bar, è un’altra storia. Per loro un 5-1 è un ‘umiliazione peggiore rispetto a un 4-1. Non è solo un’altra sconfitta.
Ed è per questo che ci basiamo sul calcolo delle probabilità. Wenger ritiene che sia naturale per francesi e italiani. Sorprendentemente, Sir Alex Ferguson, uno che di rado . almeno in pubblico – è sulla stessa lunghezza d’onda del francese, è d’accordo: “Penso che in Italia quando una partita è sul 2-0 tendiate a pensare che la squadra in svantaggio accetterà il fatto che non è in giornata” sostiene. “Per cui i giocatori tireranno i remi in barca, conserveranno le forze, penseranno alla prossima gara. È molto pragamtico come atteggiamento. In Inghilterra non accade mai. Proviamo sempre a rimontare. Non abbiamo quel pensiero razionale tipico di voi francesi e italiani. Non è il nostro modo di fare. (…)”

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La difesa della sconfitta

Posted in Sport by lollipop on dicembre 21, 2008
Locandina dei Mondiali del 1954

Locandina dei Mondiali del 1954

Nonostante tutti gli sforzi e la preparazione e tutto il resto, può arrivare il momento in cui ti accorgi che stai perdendo.

Cosa fare allora?

Uno dei possibili atteggiamenti strategici è quello di “difendere la sconfitta”. Questa espressione è stata ideata da Gianni Brera parlando della gestione della partita (di calcio) dell’Uruguay degli anni Cinquanta. Quando si vuole parlare di questo “brerismo” si finisce quasi sempre per citare Uruguay – Brasile, ultima partita dei mondiali del 1950. Non era una vera e propria finale perché per la prima e unica volta gli organizzatori avevano optato per un girone finale a quattro squadre. Al Brasile sarebbe bastato un pareggio per laurearsi Campione del Mondo. All’inizio del secondo tempo i brasiliani padroni di casa si portarono in vantaggio ma, parole di Brera, “non ritennero di doversi accontentare: lasciarono agli attenti uruguagi tali spazi da costringerli quasi ad infilarsi in quelli: partì primo Schiaffino e fu 1-1: nel finale trovò lo spunto Ghiggia e il 2-1 gettò nella disperazione quei boriosi cultori del futbol bailado.”
È possibile ed anzi probabile che Brera avesse già intuito il concetto all’epoca, ma nel suo libro “La leggenda dei Mondiali” egli lo espone non a proposito di questa partita ma raccontando della semifinale del 1954 tra l’Uruguay e l’Ungheria. Poiché si tratta di una partita meno nota e per il suo finale diverso ne riportiamo il racconto di Brera dal citato libro (grassetto nostro).

Gli ungheresi ebbero la meglio sugli uruguagi soltanto nei tempi supplementari.
Questa semifinale ebbe luogo a Losanna in un giorno di pioggia scrosciante. Me ne ricordo come di uno degli incontri più belli ed istruttivi che abbia mai veduto. Agli uruguagi mancavano Abbadie, Muguez e Varela; agli ungheresi, Puskas. Erano ovviamente più gravi le assenze degli uruguagi, i quali avanzarono Schiaffino a finto centravanti, arretrarono l’interno destro-goleador Ambrois al posto di Schiaffino e inserirono con gli stessi schemi lo sconosciuto Haahberg.
I magiari mandarono Hidegkuti a fare il centravanti di sinistra, in linea con Kocsis, e usarono Palotas al posto di Hidegkuti finto centravanti.
Con tre riserve, gli uruguagi stentavano a reggere nel picciaepuccia del campo. I magiari si avventarono, dietro alla loro natura generosa, e sfondarono subito con Csibor, ala sinistra, e poi con Hidegkuti. Il mio cuore era per gli ungheresi, il cui popolo matto aveva espresso mia nonna materna, ma il mio intelletto parteggiava per gli uruguagi, che per me rappresentavano il paradigma assoluto del calcio latino. Per incomplete che fossero, quelle squadre stavano giocando la finale tecnica del torneo; la finale agonistica, quella si sarebbe disputata fra le vincenti delle due semifinali.
Incassati due gol, gli uruguagi non batterono ciglio e m’insegnarono un concetto tattico importante: che la sconfitta deve essere difesa a sua volta. Sembrerà paradossale: non lo è affatto: perché se applicando i tuoi schemi subisci due gol, cambiandoli per rimontare puoi trovarti ancora più a malpartito: aspettando invece che si presentino le occasioni per applicare in attacco i tuoi schemi abituali, puoi nel frattempo illudere e stancheggiare gli avversari.

Così puntualmente avvenne. Gli ungheresi seguitarono ad attaccare ma con slancio sempre meno fervido, con lucidità sempre minore: il finto centravanti Haahberg andò due volte in gol. Fatto il 2-2, si liberò Schiaffino su una palla gol che gridava vendetta al cielo, così facile che Schiaffino non la guardò neppure falciando il sinistro: così ebbe a sbucciarla colpevolmente di esterno: e sola scusa rimane la pozzanghera nella quale galleggiava quella palla dannata.
Sul 2-2 si incominciarono i supplementari e Haahberg tornò subito a rete: batté il portiere Grosics in disperatissima uscita ma la palla finì sulla base del palo: vi fu sopra Schiaffino per ribatterla, ma anche Grosics, che deviò con il corpo. A questo punto gli avversari, stremati, si guatavano senza più ritmo: e la migliore idea l’ebbero i magiari, sparando lunghi cannoni a cercare la testa di Kocsis, acrobata assai reputato: il vecchio appesantito Maspoli, eroe del Maracanà, non trovò il tempo di uscire a pugno teso e Kocsis lo beffò con due incornate beffarde.
Finì 4-2 e gli uruguagi, gente magnifica, s’inchinarono virilmente ai vincitori, da loro considerati anche gli eredi più degni. Se ne uscirono sotto scroscianti applausi senza dare il minimo segno di sconforto. Una volta rinchiusi negli spogliatoi, si abbracciarono piangendo sconsolati. Come lo appresi, ebbi il groppo in gola. Sul mio giornale dedicai intere pagine all’eroismo degli uruguagi: erano dettate dalla gratitudine.
Continua

Lasciare una via di fuga

Posted in Economia, Sport, Storia by lollipop on dicembre 2, 2008
L'arte della Guerra di Sun Tzu, in versione bamboo

L'Arte della Guerra in una versione su bamboo

Quando tempo fa lessi “L’arte della Guerra” di Sun Tzu una delle idee che più mi avevano colpito è quella di lasciare sempre una via di fuga per il nemico, “Lascia una via d’uscita a un esercito accerchiato”, che si può commentare con Cao Cao “La regola degli antichi aurighi dice: “Accerchia da tre lati ma lasciane uno libero, per indicare così la strada alla vita”.

Se la vita è presente nella loro mente, i soldati nemici si batteranno con meno ardore. Del resto lo stesso Sun Tzu subito dopo dice anche di “Non incalzare un nemico disperato”, perché “Un animale atterrito lotterà fino alla fine, è una legge naturale”.

Non è una mossa strategica, sconosciuta all’occidente, tantè che come racconta Machiavelli nel suo “Arte della guerra”, fu adottato da Cesare contro delle tribù germaniche: queste, completamente circondate si battevano con furia; aprendo loro una via di fuga, Cesare preferì farsi carico del successivo inseguimento piuttosto che avere a che fare con un nemico così combattivo e furioso.
Quello che cambia, e questo lo abbiamo capito leggendo Francois Jullien, è che quello che per gli occidentali è solo un espediente, un aneddoto su cui neanche soffermarsi, per i cinesi è un concetto dalla portata molto più profonda. Nella mentalità cinese quello che rende pavidi o coraggiosi e il “potenziale della situazione”, e quindi quello che il generale deve fare non è chiedersi come rendere i suoi uomini coraggiosi e i suoi nemici pavidi, ma come agire, come operare per costringerli in quelle determinate situazioni.

Se lasciare una via di fuga serve per rendere “pavido” il nemico, tagliare i ponti, bruciare le navi, “far salire in alto e poi togliere la scala” è un modo per rendere coraggiosi i propri soldati. Portatti in territorio nemico e isolate le vie di comunicazione, gli uomini non avranno scelta e saranno costretti al coraggio.
“Il bruciare i ponti”, secondo gli economisti Avinash Dixit e Barry Nalebuff e anche un modo per rendere credibili i propri impegni.
Premesso che la credibiità è fondamentale per la buona riuscita di ogni strategia, chiarito che “Stabilire una buona credibilità in senso strategico significa far sì che ci si aspetti che portiate a termine le vostre mosse incondizionate, manteniate le vostre promesse e mettiate in atto le vostre minacce” si può sostenere che bruciarsi i ponti alle spalle è proprio uno dei possibili modi per obbligarsi a mantenere i propri impegni. Citando ancora Dixit e Nalebuff “Credibilità implica trovare il modo per non tornare indietro. Se non c’è un domani, l’impegno di oggi non può essere ritrattato.”
L’immagine è tratta da Wikipedia.

Continua come “Bruciare i ponti”

Debolezze e punti di forza: Garrincha

Posted in Sport by lollipop on ottobre 4, 2008
Garrincha in azione in un disegno di Fabio Messina

Garrincha in azione in un disegno di Fabio Messina

Manuel Dos Santos, detto Garrincha (1933 – 1983) è stato uno dei più grandi calciatori (e sicuramente la migliore ala) di ogni epoca, anche grazie alla sua capacità di dribbling proverbiale. E la parte più importante del suo repertorio era costituita da un’unica finta, che anche se ripetuta più volte, anche di seguito, riusciva sempre nel suo intento. Gianni Brera la descrisse così: “fingeva di avviarsi con il piede sinistro: scambiava rabbiosamente il sinistro con il destro evitando il tackle avversario, poi comodamente avanzava per il cross.”

Eppure Mané nato poliomelitico, aveva una gamba notevolmente più corta dell’altra, che per di più gli fu lasciata storta da una successiva operazione di chirurgia correttiva. I dottori gli consigliavano di lasciare il calcio, gli osservatori delle grandi squadre non credevano in lui a causa del suo fisico anomalo, eppure quando il Botafogo decise di credere in lui, la sua indiscussa classe fu subito chiara.

Con le parole di Darwin Pastorin: “Il gioco del destino ti ha coinvolto diversamente, avrebbe portato le tue gambe informi in giro per il mondo, idolatrate, baciate, una gamba più corta, a rendere imprendibile, inverosimile, quella finta. Irripetibile. Gambe che ti hanno sempre portato da qualche parte, che non ti hanno mai tradito. Lungo la linea di fondo campo, fuori da un bar in ore sbagliate: le tue gambe, Manè, le tue gambe ti sono sempre state amiche.”

link al libro di Pastorin su Garrincha “Ode per Mané”

Garrincha su Wikipedia, da cui è tratto anche il disegno di Fabio Messina.

Debolezze e punti di forza: la rabona

Posted in Sport by lollipop on ottobre 3, 2008

Prendiamo la “rabona”, che nel gioco del calcio, è un colpo al pallone dato spostatndo il piede con cui si calcia dietro il piede di appoggio (e quindi incrociando i piedi). Si tratta di un movimento spettacolare, ma scomodo e non naturale. Perché allora un calciatore dovrebbe cimentarvisi? Beh, ci sono, l’effetto sorpresa, la spettacolarità del gesto, ma una delle ragioni principali è la possibilità di usare il piede naturale; così un calciatore mancino la usa per effettuare un cross mentre si trova sulla fascia destra e viceversa. Quindi una debolezza, l’incapacità di utilizzare un piede viene trasformata in una forza, con l’introduzione nel proprio repertorio di un movimento geniale e sorprendente.
Questo era soprattutto vero per il più famoso “rabonista” della storia, Diego Armando Maradona, che la ha usata più (come qui e qui) volte per crossare verso il centro da destra verso sinistra utilizzando il piede sinistro. È risaputo che il campione argentino usava il piede destro solo per camminare. La natura concreta della Rabona di Maradona la rende in qualche modo superiore a quelle sperimentate da allora da quasi tutti i grandi campioni e da molti altri, come il giovane calciatore peruviano-svedese Andres Vasquez, che l’anno scorso si è “inventato” questo gol qui.

In Italia fu introdotta (con un invenzione indipendente) negli anni settanta del secolo scorso dall’ala destra dell’Ascoli e poi del Torino Gianni Roccotelli. Pare che nelle redazioni dei giornali continui a circolare da una battuta di Guuido Lajolo che rivolto a Zelio Zucchi, che si lamentava del poco spazio che aveva il basket sul Corriere della Sera, gli rispose: “E piantala, un cross di Roccotelli vale più di tutto il campionato di pallacanestro”.

L’immagine della Rabona l’abbiamo trovata sul blog di Juan Aragon.

Strategie olimpiche: pallavolo

Posted in Sport by lollipop on luglio 4, 2008

Italia - Russia. Europei 2005

Un esembio emblematico dell’importanza dei meccanismi di punteggio sul tempo e sulla strategia di gara è quello legato all’introduzione del “Rally Point System” nella pallavolo. Tradizionalmente i punti si ottenevano solo sul proprio servizio. Perdere un punto sul proprio servizio equivaleva al “cambio palla”. Una prima svolta si ebbe nel 1988 quando fu introdotto il concetto del rally point system solo in caso di eventuale e decisivo quinto set. Nel 1998 la Federazione Mondiale Pallavolo, spinta dalle esigenze televisive cambiò il regolamento ed estese questo sistema di punteggio a tutta la gara. Il cambio palla andava definitivamente in pensione. Un primo effetto voluto, è stato quello della riduzione dei tempi di gioco, la durata delle partite è scesa da poco meno di due ore a circa 80 minuti il primo anno dopo l’introduzione del rally point system, per poi stabilizzarsi intorno ai 90 minuti. Con l’introduzione del Rally Point System la componente dell’errore è diventata molto più importante, se prima ad un errore poteva corrispondere un “semplice” cambio palla, adesso corrisponde un punto.
Il cambiamento ha equilibrato i valori in campo, appiattendo in qualche modo i valori, col sistema del cambio palla, le squadre più forti tendevano a vincere molto di più, i pronostici erano maggiormente rispettati, c’erano meno sorprese. Prima del RPS la squadra più forte, alla lunga, aveva più chances di vittoria. Ora, in una partita secca, può accadere di tutto. Allo stesso modo, prima del RPS era più semplice assistere a rimonte cospicue nel punteggio. Il cambio palla, che frenava l’avanzare dei punti degli avversari, costituiva una salda ancora cui appigliarsi per provare a recuperare la differenza nel punteggio.
Con il Rally Point System chi è avanti nel punteggio, soprattutto ai livelli più elevati e nella pallavolo maschile, dove l’attacco è più forte della difesa, può pensare ad amministrare il punteggio realizzando le situazioni di ricezione-attacco. Partite più brevi, meno punti giocati, più equilibrio, insomma senza esagerare si può dire che con il RPS la pallavolo si è trasformata in un altro sport…

Strategie olimpiche: Basket

Posted in Sport by lollipop on luglio 3, 2008

Pallacanestro

Ha dichiarato Bobby Fischer “Per me gli scacchi somigliano alla pallacanestro: i giocatori si passano la palla finchè non trovano un varco, come negli scacchi, proprio come in un attacco che porta al matto.” In effetti, se può essere sorprendente associare concetti strategici con una gara di atletica, è fuori discussione la ricchezza strategica del basket. Ne è una prova il fatto che in più di un occasione idee nate sotto canestro siano state poi applicate in altri campi; per dirne una, il calcio totale olandese per molti anni era stato chiamato anche “calcio-basket”. La pallacanestro è interessante nel nostro contesto anche perché è forse l’unico, tra tutti gli sport praticati a livello mondiale, a non avere regole universalmente codificate. Ad esempio, fino al 2002 nel basket americano, nell’NBA, era vietata la marcatura a zona.

Questa è un chiaro esempio delle diverese preferenze dei contesti culturali in cui viene giocato il gioco. L’abolizione della zona rende il gioco più spettacolare, ma d’altronde la sua presenza rende più ricco il gioco da un punto vista tattico – strategico. Questo divieto è stato poi abolito qualche anno fa perché invece di andare in direzione dello spettacolo il basket NBA stava diventando troppo “fisico”. In generale le diverse regole statunitensi hanno sempre l’obiettivo di rendere il gioco più spettacolare. Ci sono differenze nel tempo di gioco, nella struttura dei time out, nelle dimensioni del campo, negli atteggiamenti arbitrali (ad esempio i passi in partenza raramente vengono fischiati). Inoltre da circa tre anni nell’NBA è stata inserita in campo un’ulteriore area sottostante il canestro in cui non esiste il fallo di sfondamento. Tale area ha la forma di mezzaluna ed è evidenziata da una linea distante un metro dal canestro, il regolamento prevede che in quest’area il contatto tra 2 giocatori vada totalmente a vantaggio dell’attacco.

Ma il mondo si evolve, le culture si mischiano e così dal 2010 in tutte le manifestazioni più importanti e dal 2011 in tutte le competizioi dei paesi membri la FIBA, la Federazione Internazionale adotterà nuove regole che se non annulleranno del tutto le differenze (rimarranno quelle sulla durata delle partite, sui time out e sulle modalità per richiederli) le renderanno molto meno “sostanziali”. Come ha commentato Val Ackermann, presidente di USA Basketball e rappresentante degli Stati Uniti nel Central Board “La vera novità è il passaggio verso l’unificazione delle regole del basket. E poi il mondo si è ristretto: non c’è alcuna ragione per continuare a giocare con dei regolamenti differenti”.

E poi, oltre a quanto dichiarato da Bobby Fischer, il basket ha qualcos’altro in comune con gli scacchi; entrambi sono stati terreni di scontro e di rivalità tra USA e URSS negli anni della Guerra Fredda. E proprio in quel mitico 1972 in cui Fischer strappò il titolo di Campione del Mondo ai russi, alle Olimpiadi di Monaco la squadra americana per la prima volta nella storia non si aggiudicò il titolo olimpico in una burrascosa finale contro l’Unione Sovietica.

Chi non conosce la storia di questa partita può dare un occhiata su wikipedia (in italiano) oppure su youtube (in inglese).

Strategie olimpiche (800 m)

Posted in Sport by lollipop on giugno 23, 2008

 

Partire dopo (piano) per arrivare prima? Gli 800 metri sono una gara di mezzofondo veloce, due soli giri di pista, si direbbe che non c’è spazio per decisioni tattico- strategiche. Invece no, si sa ad esempio che stare in testa al gruppo può essere svantaggioso, poichè i corridori che seguono hanno la facoltà di scegliere il momento in cui accellerare; va anche considerato che la resistenza dell’aria è maggiore per chi sta in testa al gruppo. I corridori poi cercano di correre sulla “corda”, cioè il più vicino possibile alla linea di pista interna, così da percorrere meno spazio, ma in questo modo spesso rischiano di rimanere imbottigliati dagli altri corridori. Stare troppo indietro ha pure i suoi difetti, in quanto la distanza da percorrere in rimonta potrebbe risultare eccessiva. Si tratta comunque di una tattica che può dare i suoi frutti, come hanno dimostrato la britannica Kelly Holmes ad Atene 2004 e, in maniera ancora più clamorosa, l’americano Davis Wottle a Monaco 1972.

http://it.youtube.com/watch?v=5LHid-nC45k

http://it.youtube.com/watch?v=CNsidR0Do2k

Le immagini della rimonta di David Wottle sono fantastiche, pur avendole viste molte volte, ogni volta non ci credo e mi chiedo come farà a vincere, ma ancora più spettacolare è quanto accaduto alle olimpiadi di Berlino del 1936: l’americano John Woodruff era il favorito ma durante il primo giro rimase intrappolato sulla corda; se a quel punto avesse cercato di divincolarsi e qualcun altro fosse caduto, sarebbe stato squalificato. Woodruff ha poi dichiarato che a quel punto non credeva di riuscire a vincere, ma che comunque sentiva di dover fare qualcosa. Ma cosa? Beh, semplicemente John si fermò, fu superato da tutti, e poi ricominciò a correre, guadagnò la prima posizione, la riperse per poi riprenderla fino alla fine all’ultima curva.

Gambe veloci, polmoni resistenti, e un un cervello fine!

http://en.wikipedia.org/wiki/John_Woodruff

Calcio totale

Posted in Sport by lollipop on giugno 13, 2008

 

Tempo di europei di calcio: in questi giorni si è parlato molto dell’Olanda, per motivi noti ai più, e quando si parla di Olanda si finisce per parlare di “calcio totale”. Ma di cosa si tratta esattamente?

Il corretto utilizzo dello spazio è fondamentale per compiere le scelte corrette all’interno dello spazio delle regole. Uno dei momenti più rivoluzionari della storia del calcio è legato proprio ad una nuova visione strategica degli elementi del gioco. Il calcio totale olandese all’inizio degli anni ‘70 in pratica invertì la gerarchia tra giocatori e spazio del gioco. Storicamente gli undici giocatori di una squadra interpretavano un particolare ruolo e rispettavano i propri compiti in maniera abbastanza rigida; nel calcio totale olandese è la zona del campo in cui si trova che determina le funzioni del giocatore che si trova ad occuparla. Per fare un esempio, il compito di un ala destra è, in sintesi, quello di occupare la fascia destra del campo, cercare la superiorità numerica, di solito con uno o più dribbling per poi liberarsi per un cross a centro area; nel calcio totale olandese queste funzioni venivano assolte, a seconda delle contingenze del gioco, dal giocatore che si fosse trovato ad occupare quella particolare zona del campo. In difesa viene introdotta la “zona”, che era già praticata in Sud America ma non dalle squadre europee, vengono cioè eliminate le marcature dirette uomo contro uomo. Il concetto base della marcatura a zona è che in situazione difensiva, cioè di non possesso palla, ad ogni giocatore viene assegnata una determinata zona del campo da difendere. Il compito principale di un difensore non è il controllo, la marcatura, di un particolare avversario, ma la copertura dello spazio; è ovvio che questo aumenta la possibilità dei difensori di partecipare al gioco: la zona espande lo spazio delle possibilità strategiche e tattiche a disposizione di una squadra e quindi del gioco nel suo complesso.

Un terzo elemento introdotto dal calcio totale fu l’uso del pressing, che consiste nell’attacco diretto al portatore di palla avversario, con lo scopo di conquistare la palla o comunque di restringere lo spazio disponibile per il gioco della squadra avversaria. Con altre parole, si può dire che il pressing consiste nella chiusura degli spazi circostanti il portatore di palla.

 

Ed infine, parte integrante del concetto di calcio totale era la tattica del fuorigioco, una invenzione frutto di una interpretazione attiva di una regola del gioco che era sempre esistita. Un giocatore si dice in posizione di fuorigioco quando – al momento in cui un compagno gioca il pallone – egli si trova più vicino del pallone stesso alla linea di porta avversaria, eccezion fatta se si trova nella sua metà campo o se tra lui e la linea di porta vi sono almeno due avversari. Questa è la regola n. 11 del regolamento del gioco del calcio, ed anche se nel corso degli anni è stata sottoposta ad alcune modifiche, è sempre esistita, eppure prima degli olandesi nessuno aveva pensato di sfruttarla attivamente: la difesa schierata a zona è prontissima a scattare in avanti, mettendo in fuorigioco gli attaccanti avversari, ogni qualvolta il pallone si avvicina alla tre quarti.

L’uso sistematico del fuorigioco in parte era un ricercato per i suoi vantaggi immediati, ma soprattutto si trattava di un modo per ridurre lo spazio e accorciare il campo, in modo da permettere l’intercambiabilità dei giocatori nei vari ruoli: se il terzino sta svolgendo il ruolo di ala destra, l’ala destra deve riuscire per tempo ad occupare la posizione del terzino.

La ricerca continua del possesso della palla ed il suo mantenimento erano funzionali al controllo del gioco e gli scambi di ruolo.

Il possesso di palla ed il pressing ricordavano la pallacanestro, al punto che il calcio totale olandese per un certo periodo venne anche conosciuto come “calcio basket”.

 

Un insieme così grande di cambiamenti in qualche modo non può essere del tutto casuale o legato alle intuizioni di singoli individui ma deve essere collegato allo spirito dei tempi. Le innovazioni del calcio totale sono così numerose e di rottura che devono essere messe in relazione a quelle più ampie delle regole sociali. Il calcio totale nasce, non a caso, nel Paese che più aveva fatto proprie le mutazioni avvenute nella stagione dei fine anni sessanta, con la rivoluzione sessuale, i diritti delle donne, la nascita dei movimenti giovanili e di quelli pacifisti, la comparsa del fenomeno hippy e di nuovo non è un caso che molti dei giocatori di quell’Olanda portassero i capelli lunghi. A questi elementi, scontato ricordarlo, va aggiunto il concretizzarsi di una manciata di fuoriclasse, tra i quali spicca la figura di Johan Cruijff, uno dei giocatori più forti della storia del calcio.

I successi delle squadre di club olandesi dei primi anni ’70 non passano inosservati, ma né gli addetti ai lavori né il grande pubblico capiscono di trovarsi di fronte ad una rivoluzione dalle conseguenze irreversibili. I Mondiali di calcio del 1974 si disputarono in Germania, e la nazionale olandese non era considerata tra le favorite. Ma il suo cammino appare subito travolgente e più che i  risultati ad impressionare il mondo è il modo di giocare del tutto nuovo. Superato il primo girone, si va alla seconda fase, dove le avversarie dell’Olanda sono Argentina, Germania Est e Brasile. L’Argentina è un ottima squadra ma il risultato finale non lascia dubbi sui valori in campo con l’Olanda che si impone per 4 a 0. Nella seconda partita gli olandesi si impongono per 2 – 0 contro la Germania Est e con lo stesso risultato superano anche il Brasile nell’incontro decisivo per accedere alla finale contro la Germania Ovest. La finale di quei mondiali del 1974 è più che una sfida tra due squadre, perché simboleggia lo scontro tra diverse concezioni del calcio è più in generale di due diverse visioni del mondo. Da una parte gli innovatori, i profeti di un nuovo modo di giocare, gli esploratori di nuove aree dello spazio delle regole. Dall’altra i depositari di un calcio più tradizionalista, meno incline allo spettacolo ma molto pragmatico ed efficace. Dopo il fischio d’avvio dell’arbitro l’Olanda si porta in vantaggio senza che i tedeschi riescano a toccare il pallone per una sola volta. Gli olandesi battono il calcio d’avvio e iniziano a passarsi la palla come chi non sa cosa farsene, poi ad un certo punto il pallone arriva a Cruijff che scatta in area dove viene atterrato da un difensore. Calcio di rigore, gol di Neeskens e 1 – 0 per l’Olanda. A questo punto l’Olanda commette un errore tipico ma non per questo meno grave, snatura il suo gioco e inizia ad arretrare il baricentro della squadra. Già nel corso del primo tempo i tedeschi prima pareggiano e poi segnano il gol del 2 – 1: il risultato non cambia più e la Germania diviene Campione del Mondo.

Come spesso succede, il movimento innovatore non riuscì ad imporsi negli albi d’oro, ma è indubbio che da allora il calcio è profondamente cambiato. Certo nessuna squadra ha più giocato come quella, ma oggi il pressing, la zona, la tattica del fuorigioco, la duttilità dei giocatori sono elementi dati per scontati da tutti coloro che seguono o praticano il gioco del calcio.

Sandro Picchi nel suo recentissimo “Quando il pallone s’indiavolò” (Editoriale Olimpia) fa notare che il calcio totale era allo stesso tempo il trionfo dell’improvvisazione e dell’organizzazione: “Un modulo senza ruoli fissi rappresentava il massimo della libertà espressiva per una squadra, ma per praticarlo era necessario che tutti, in ogni momento, pensassero alla stessa maniera. Che fossero inquadrati, omologati, programmati. Per la prima volta si cominciò a parlare di “collettivo”. … … Il totaal voetbal era il trionfo dell’organizzazione e di conseguenza la tomba della fantasia, oppure lasciava spazio anche alla creatività individuale? L’idea stessa di giocare a calcio senza ruoli fissi, trasportando alcuni concetti del basket in un campo lungo più di cento metri e largo sessantacinque dove si gioca con i piedi e non con le mani, era di per sé quanto di più innovativo, e dunque fantasioso, si potesse immaginare, e inoltre a nessun calciatore veniva impedito di esprimersi secondo le proprie ispirazioni, ma allo stesso tempo la partita era interpretata come una visione di gruppo in base alla quale nessuno era “Indipendente”. In un certo senso ogni calciatore era libero di seguire la propria ispirazione, almeno sul piano tattivo, ma con la complicità – la copertura- di un compagno di squadra. La sintesi potrebbe essere questa: “puoi fare ciò che vuoi, ma non puoi farlo senza gli altri”.

Dunque il calcio totale era allo stesso tempo invenzione e schematizzazione. Era libertà e gabbia. Era fantasia di gruppo, ma poteva anche diventare gruppo senza fantasia. Tutto dipendeva dalla qualità degli interpreti. …”

 

Questo post è debitore nei confronti di quanto scritto da Sandro Lanzarini qui:

http://cronologia.leonardo.it/sport/sport01.htm

 

e da quanto scritto da Sandro Picchi qui:

http://www.edolimpia.it/libro.php?codice=5220801

 

altre informazioni qui:

http://it.wikipedia.org/wiki/Calcio_totale