La mossa del cavallo

Gli eroi della ritirata

Posted in Altra cultura, Libri, Storia by lollipop on maggio 19, 2009
Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

“Zig zag – Saggi sul tempo, il potere e lo stile” è una raccolta di saggi di Hans Magnus Enzensberger, pubblicata nel 1997 in Germania e due anni dopo, per Einaudi, in Italia.

Qui ne parliamo perché in uno dei saggi tocca da vicino un argomento di cui abbiamo già parlato, quello della fuga, o per usare l’espressione di Enzensberge, la ritirata.

(…) Fu Clausewitz, il classico per eccellenza del pensiero strategico, a dimostrare che l’operazione bellica più difficile è proprio la ritirata. E ciò vale anche per la politica. Il non plus ultra dell’arte del possibile consiste appunto nel saper rinunciare a una posizione insostenibile. Pertanto, se la grandezza di un eroe dipende dalla difficoltà del compito che deve affrontare, lo schema eroico non dovrà essere soltanto rivisto ma addirittura invertito. Qualsiasi idiota è in grado di lanciare una bomba. Mille volte più impegnativo, invece, è riuscire a disinnescarla.

Abilità e competenza, tuttavia, non bastano certo a far di un uomo un eroe. Ciò che lo rende memorabile è la dimensione morale del suo agire. Eppure è proprio qui che gli eroi della ritirata devono affrontare riserve tanto massicce quanto tenaci. (…)

Chi abbandona le proprie posizioni non rinuncia solo oggettivamente allo spazio, ma anche a una parte di se stesso. Un passo simile può riuscire soltanto a una condizione: che individuo e ruolo si separino. L’ethos dell’eroe consiste appunto nella sua ambivalenza. E l’esperto dello smantellamento, accettando di vivere questa ambivalenza, dà prova della sua fermezza morale. (…)

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Una sfida

Posted in Altra cultura, Libri by lollipop on dicembre 15, 2008

Dostoevskij nel 1876

Dostoevskij nel 1876


L’atto di salire in soffitta e buttare via la scala, per togliersi ogni via di fuga, non sempre avviene in maniera conscia. Ma in che altro modo spiegare le modalità con cui Dostoevskij ha scritto “Il giocatore”? Lo scrittore nell’estate del 1865, costretto dalle necessità aveva firmato un contratto con l’editore Stellovskij secondo cui avrebbe dovuto consegnargli un nuovo romanzo entro il novembre dell’anno successivo. Dostoevskij impiegò quest’anno e mezzo viaggiando per l’Europa, giocando e perdendo ingenti somme di denaro alla roulette, chiedendo prestiti agli amici e scrivendo per una rivista “Delitto e castigo”. E così, all’inizio dell’ottobre del 1866 Dostoevskij si trovò (o per meglio dire, aveva fatto in modo di ritrovarsi) in una situazione letteralmente senza vie d’uscita.
Ecco come la racconta Fausto Malcovarti nell’introduzione al libro, Garzanti X edizione, novembre 1992.

Il giocatore è il risultato di una sfida. Nel pieno del lavoro su “Delitto e castigo”, con consegne mensili e un ritmo di scrittura quasi insostenibile, Dostoevskij si trovò in una situazione disperata: stava per scattare il “contratto Stellovskij”. Entro il 1° novembre 1866, come si è detto, doveva consegnare all’editore un romanzo inedito: nel caso di mancata consegna, Stellovskij sarebbe stato libero di pubblicare, per nove anni e senza alcun compenso, tutte le opere del romanziere, edite e inedite. Non c’era scampo: ogni tentativo di procrastinare era stato inutile, bisognava scrivere, bisognava far fronte all’impegno.
Ecco come l’amico Miljukov racconta quei momenti così angosciosi per lo scrittore:
“A che punto siete del nuovo romanzo?” gli chiesi.
Dostoevskij si fermò davanti a me, fece un brusco gesto di sconforto con le braccia e rispose: “Non ne ho scritto neppure una riga!”. Questa affermazione mi lasciò sbalordito.
“Capite ora perché sono rovinato?”, mi disse biliosamente. “E allora che facciamo?”.
“Bisogna pur fare qualcosa!”, notai io.
“Cosa si può fare quando manca solo un mese al termine? Quest’estate ho scritto Delitto e castigo per il ‘Russkij Vestnik’ e per giunta quello che ho scritto deve essere ancora limato; ormai è troppo tardi: in quattro settimane non ce la faccio a scrivere un nuovo romanzo”.
Tacemmo. Mi sedetti al tavolo ed egli ricominciò a passeggiare per la stanza.
“Ascoltate”, gli dissi “non vi si può imporre un giogo per sempre, bisogna trovare una soluzione qualsiasi a questa situazione”.
“E quale soluzione? Io non ne vedo!”
“Mi ricordo”; proseguì, “Che mia avevate scritto da Mosca di avere pronta la trama di un nuovo romanzo”.
“Si, c’è, ma ve l’ho detto, finora non ne ho scritta neppure una riga”.
“Non si potrebbe fare così: raduniamo qualcuno dei vostri amici, voi ci raccontate ilsoggetto del romanzo, noi annoteremo le varie parti, divideremo in capitoli e scriveremo lavorando in gruppo. Voi poi controllerete e limerete le ineguaglianze e le contraddizioni che risulteranno. In collaborazione forse potremo fare in tempo: darete il romanzo a Stelllovskij e sfuggirete alle sue grinfie”.
“No”, mi rispose decisamente, “non firmerò mai col mio nome un lavoro altrui”.
“Allora prendete uno stenografo e dettate voi stesso tutto il romanzo. Penso che in un mese riuscirete a finirlo”.
DostoevskiJ rimase sorpreso e cominciò di nuovo a passeggiare per la stanza.
“Questa è un’altra soluzione, non ho mai dettato le mie opere, ma posso provare.. Vi ringrazio: è indispensabile farlo, anche se ignoro se ne sarò capace. Ma dove prendere uno stenografo? Conoscete qualcuno?”
“No, ma trovarlo non è difficile”.
Miljukov si rivolse al famoso insegnante di stenografia P.M. Ol’chin, che il giorno dopo inviò a Dostoevskij la più capace delle sue allieve, la ventenne Anna Grigoreva Snitkina che, come sappiamo, diventerà la nuova moglie dello scrittore.
Per ventisei giorni, dal 4 al 29 ottobre, lo scrittore e la stenografa lavorarono forsennatamente, sfidarono il tempo e la resistenza umana. Dalle 12 alle 16 dettatura: poi la Snitikina decifrava le sue note, Dostoevskij continuava la stesura del testo, l’ultima dettatura avvenne il 29 sera, l’ultima rilettura il 30. Il 31 ottobre, con un grosso quaderno sooto il braccio, Dostoevskij si presentò dapprima a casa di Stellovskij, che risultò essere in viaggio, poi all’ufficio della casa editrice, che rifiutò di accettare il manoscritto perché non esisteva nessun contratto legale a nome dello scrittore per un nuovo romanzo. Ultima tappa: il commissariato di polizia del quartiere in cui abitava Stellovskij, dove, tra lo stupore dei poliziotti, gli fu rilasciata regolare ricevuta del plico. Lo scrittore era salvo: e Il giocatore (titolo imposto dall’editore, che ritenne quello proposto dallo scrittore, Roulettenburg, troppo poco russo) uscì nel 1866 del III volume delle Opere complete, edizioni Stellovskij.

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Il caso_5

Posted in Libri by lollipop on maggio 25, 2008

Si può anche arrivare ad immaginare che tutte le decisioni vengano prese affidandosi al caso, magari a dei dadi, come per l’appunto fa il protagonista del romanzo “L’uomo dei dadi”, Luke Rhinehart, che è anche lo pseudonimo sotto cui si cela l’autore, il cui vero nome è George Cockroft. Al termine di un’ennesima, paludosa serata di poker, Luke tenta un rimedio alla noia: scorge fra le carte da gioco un dado, e gli “affida” una prima, formidabile decisione a “luci rosse” … Ingolosito dagli esiti a dir poco sconvolgenti, Luke, non resiste alla tentazione di proseguire il gioco nei giorni successivi. Anche perché il dado reagisce bene, benissimo, si rivela anzi un mezzo oracolo: risponde a ogni domanda, dalla più banale alla più estrema… lanciando, letteralmente, Luke, e con lui uno stuolo sempre più nutrito di “cultori” in situazioni splendide quanto assurde, allucinanti ma illuminanti, comunque straordinarie.

Questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1971, è diventato con il tempo un classico di culto e negli ultimi anni pare essere stato riscoperto da nuove generazioni di lettori. Dell’autore non si sa molto, se non che pare si sia allenato anche lui a lungo con la “tecnica dei dadi”, se così è senza ironia ci si può chiedere chissà quali delle sue numerose attività sono state decise da un tiro di dadi: insegnare inglese agli hippies sull’isola di Maiorca (1), fare il giro del mondo in barca (2), vivere in un eremo sufi (3), abitare su una barca a vela nel mediterraneo (4), creare un “centro del culto del dado” a New York (5), scrivere un libro (6).

In ogni caso, come per tutti i “classici di culto” o amerete questo libro o lo troverete insopportabile. Beh, se proprio il libro non vi piacesse, ad un certo punto potete tirare un dado per decidere se andare avanti …..

http://www.marcosymarcos.com/recensioni%20dadi.htm

Il calcio di rigore_Due appendici

Posted in Libri, Matematica, Sport by lollipop on aprile 29, 2008

Un appendice letteraria e una matematica per questa serie di post sul tema del calcio di rigore. Quella letteraria riguarda Luca Ricci ed il suo primo romanzo appena pubblicato per Einaudi (ma Ricci aveva già pubblicato alcuni volumi di racconti). Il libro, “La persecuzione del rigorista” narra, in prima persona, la storia di un giovane prete, con molta ambizione ma con poca vocazione, che viene mandato a trascorrere i mesi invernali di praticantato in un paesino degli Appenini. Qui il giovane prete rimane ossessionato da un particolare capacità di un contadino-calciatore, che non ha molti talenti ma la caratteristica di non sbagliare mai un calcio di rigore.

Alcuni brani tratti dal libro paiono una sintesi perfetta dei contenuti strategici del gioco del calcio di rigore: “non guarda mai il portiere negli occhi né i suoi movimenti prima di tirare, coma fa la maggior parte dei rigoristi. Si comporta come se il portiere non esistesse e la porta fosse vuota. Non è molto preciso, però e potente e non cambia idea. Immagino che già averne una prima di tirare gli sembri troppo. Predilige i tiri rasoterra, ma dovunque decida di piazzare il pallone, non cambia idea all’ultimo momento.” E qualche pagina più avanti, quando il giovane prete, esasperato da questa infallibilità troppo perfetta e senza senso, decide di mettersi in porta, per provare ad essere diretto artefice di anche un solo errore: “il mio contadino prende la sua rincorsa e tira la sua puntata. Non vedo partire il pallone e non lo vedo arrivare, m’imbambolo mentre s’insacca alla mia destra schizzando sul ghiaccio bassso e teso. Tutto quell’affare mi è insostenibile. Recupero il pallone dal fondo della rete, tale e quale a tutti i portieri che mi hanno preceduto e verso cui ho imprecato. Sette metri di porta non sono uno scherzo da coprire. Gli lancio di nuovo il pallone. ….
“Due volte a destra, adesso dovresti cambiare ma non lo farai perché te l’ho detto. Mi viene così. Penso ad alta voce, cerco di razionalizzare. Fletto le gambe e mi metto sulle punte dei piedi per aiutare lo slancio. Parto molto prima che tiri, cerco di giocare d’anticipo: sono disposto a tutto, anche a barare. Arrivo sul palo di destra in concomitanza del pallone. In una partita ufficiale sarebbe un rigore da ripetere, ma siamo a Chiamonte e nessuno m’impedisce di riscrivere le regole. Il mio corpo ricade verso il basso, a intercettare un eventuale tiro rasoterra, mentre il pallone mi passa sopra la terra e s’insacca sotto l’incrocio: non ha cambiato il lato, ma l’altezza. Torno a raccogliere il pallone e glielo rilancio. … Ne segna altri dieci.”

“La persecuzione del rigorista” qui su IBS

L’appendice matematica riguarda più da vicino la teoria dei giochi. Avevamo detto che essa suggeriva che la scelta strategica da preferire per il portiere (ma anche per il rigorista) fosse quella di affidarsi al caso, lasciando così l’avversario nella più totale incertezza riguardo le proprie reali intenzioni. In realtà alcune ricerche, tra cui segnaliamo quella di  pubblicata su Review of Economic Studies “Professionals Play Minimax” che ci indica come in realtà i calciatori professionistici adottino proprio questa strategia di scelte casuali! Il risultato è un po’ sorprendente perché nelle dichiarazioni dei calciatori spesso e volentieri si possono leggere o ascoltare frasi come “mi sono tuffato sulla sinistra perché lui tira quasi sempre da quel lato” oppure “ho tirato al centro perché lui si butta sempre su un lato” dimostrando così di non sfuggire ai meccanismi psicologici delle anticipazioni. Ma se si prova a guardare le cose da una prospettiva di lungo periodo, il comportamento dei calciatori appare assolutamente casuale, ed anzi obbedisce in pieno al teorema Minimax di Neumann e alla teoria degli equilibri di Nash. Palacios-Huerta ha esaminato 1417 calci di rigori tirati nel periodo settembre 1995 – giugno 2000 nei più importanti campionati europei. In estrema sintesi, la teoria dei giochi ci dice questo: lo scopo del rigorista è quello di massimizzare la sua percentuale realizzativa, mentre lo scopo del portiere e quello di minimizzare la stessa percentuale; in pratica i calciatori sono destri o mancini e quindi possono ottenere una percentuale realizzativa migliore tirando dal lato “giusto” e cioè alla destra del portiere per i destri e alla sua sinistra per i mancini, col risultato teorico che per massimizzare la percentuale i tiri non dovrebbero essere equamente distribuiti tra destra e sinistra ma andrebbe preferito leggermente in lato “forte” (per ragioni tecniche, il tiro al centro viene considerato tiro sul lato forte). Se mettiamo insieme destri e mancini, interpretando con destra il lato forte e con sinistra il lato debole, le frequenze attese di Nash sono le seguenti: (GL percentuale di tiri sul lato debole, KL percentuale di tuffi sul lato debole)

 

GL (%)

1 – GL (%)

KL (%)

1 – KL (%)

Frequenze di Nash

41.99

58.01

38.54

61.46

Le frequenze rilevate nella pratica sono straordinariamente simili:

 

GL (%)

1 – GL (%)

KL (%)

1 – KL (%)

Frequenze rilevate

42.31

57.69

39.98

60.02

In pratica quello che succede è che i calciatori si affidano al caso (privilegiando leggermente il loro lato forte) utilizzando si,  il gioco delle anticipazioni reciproche, ma solo come generatore di casualità!

http://www.econ.brown.edu/fac/ipalacios/pdf/professionals.pdf

Un ringraziamento particolare a Fioravante Patrone per averci indirizzato verso questo link.