La mossa del cavallo

Nelle mani del destino

Posted in Altra cultura by lollipop on dicembre 14, 2009

Un grande guerriero giapponese che si chiamava Nobunaga decise di attacare il nemico sebbene il suo esercito fosse numericamente soltanto un decimo di quello avversario. Lui sapeva che avrebbe vinto, ma i suoi soldati erano dubbiosi. Durante la marcia si fermò a un tempio shintoista e disse ai suoi uomini: “Dopo aver visitato il tempio butterò una moneta. Se viene testa vinceremop, se viene croce perderemo. Siamo nelle mani del destino”. Nobunaga entrò nel tempio e pregò in silenzio. Uscì e getto’ una moneta. Venne testa. I suoi soldati erano così impazienti di battersi che vinsero la battaglia senza difficoltà. “Nessuno può cambiare il destino” disse a Nobunaga il suo aiutante dopo la battaglia. ”No davvero” disse Nobunaga, mostrandogli una moneta che aveva testa su tutt’e due le facce.

Tratta da “101 storie zen” a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps. Adelphi.
All’inizio questa storia mi è parsa appartenere alla categoria dei post sul caso, ma a pensarci bene, non si tratta di un altro esempio del paradosso del baro?

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Empatia

Posted in Altra cultura, Scacchi by lollipop on ottobre 6, 2009

CA93VPHJL’empatia è la capacità di comprendere  cosa sta provando un’altra persona (o perlomeno di focalizzarsi sul suo mondo interiore). Il termine deriva dal greco “empateia” composto da en, “dentro” e pathos, “sentimento”.

L’empatia non va confusa con la comprensione intellettuale, che si concentra sui fatti, sulle esatte dinamiche degli avvenimenti. Con l’empatia si legge tra le righe, si colgono gli indizi emozionali, i segnali non verbali e soprattutto si lasciano da parte spiegazioni o schemi di attribuzione di significato preconfezionati.

Secondo Geoffrey Miller (The mating mind) “L’empatia si sarebbe sviluppata perché mettersi nei panni dell’altro per sapere cosa pensa e come reagirebbe costituisce un importante fattore di sopravvivenza in un mondo in cui l’uomo è in continua competizione con gli altri uomini.”

In biologia le ricerche sui meccanismi che regolano l’empatia sono molto attive, come nel caso dei neuroni-specchio, che sono cellule che si attivano sia quando un’azione viene compiuta che quando viene osservata da un altro individuo. In ogni caso, una spiegazione definitiva ancora manca.

 Secondo Paolo Legrenzi (Come nascono le nuove idee – Il Mulino) l’empatia è la capacità di andare sulla stessa lunghezza d’onda delle menti altrui. È la capacità di vedere dentro la mente delle persone con cui interagiamo per prevedere come si comporteranno.

Continua Legrenzi: “Nel mondo delle imprese questo è pane quotidiano. Che cosa avranno pensato di fare i concorrenti e che cosa pensano che noi faremo? E noi che cosa pensiamo che loro pensano di noi. Chi sa meglio decifrare questo gioco di specchi è colui che sa cogliere le più ghiotte opportunità in un mercato competitivo.”

Ora a dir la verità non sono sicuro che quando un manager seduto nel suo ufficio cerca di prevedere cosa sta pensando un altro manager di una ditta concorrente in un altro punto del pianeta stia usando le sue capacità empatiche. Più correttemente si tratta di capacità di previsione intellettuale come specifica più avanti lo stesso Legrenzi, quando inizia a usare il termine inglese “insight”. Il manager mette da parte i propri gusti e le proprie simpatie, per scegliere l’azione che si presume avrà maggiore successo, in base a quanto si assume sceglieranno di fare gli altri (clienti o concorrenti).

Anche quando ci siede ad un tavolino per giocare a scacchi (ma potete pensare praticamente ad ogni altra cosa) l’empatia può essere molto importante, e alcuni giocatori ne hanno fatto il loro marchio di fabbrica (un esempio ovvio è quello di Lasker) ma tutti i giocatori moderni cercano di rendersi invisibili agli occhi dei loro avversari. Qualche tempo fa avevamo pubblicato una news in cui Anand sottolineava l’importanza di nascondere i propri sentimenti (Chess is a form of acting).

L’empatia è importante anche a fine partita, quando si tratta di capire cosa sta pensando il vostro avversario che vi ha appena regalato un punto intero cappellando in una posizione vinta. …. In quel caso magari la vostra migliore decisione strategica potrebbe essere quella di offrirgli una birra…..

Salute!

Riguardo all’immagine scelta, segnaliamo che Gem, personaggio che appare in una puntata del telefilm Star Trek (“L’empatica”) ha la capacità di guarire le ferite altrui trasferendole sul proprio corpo.

Il parlamento degli uccelli

Posted in Altra cultura, Mediterraneo by lollipop on giugno 21, 2009

180px-Upupa_epopsVolevo parlare del libro “La novella degli scacchi e della tavola reale” a cura di Antonio Panaino, edizioni Mimesis (collana Simory), ma subito, nell’introduzione alla collana, mi sono imbattuto in questa storia: “Secondo una tradizione della letteratura mistica persiana, tramandata dal poeta Attar nel suo Mantiq-al-taid (il dialogo degli uccelli, XII-XIII secolo), trenta uccelli (si mory) partirono alla ricerca del simory, il loro re, ma, dopo lungo girovagare, si ritrovarono al punto di partenza. Qui si specchiarono e scoprirono di essere diventati identici al loro maestoso e divino sovrano.

Ho approfondito e ho trovato una vicenda più complessa:

Nel poema di Attar si racconta di un numero gruppo di uccelli, a cui uno di loro, l’upupa, si rivolge esortandoli a raggiungere Simurgh, il loro mitico re, che vive in terre lontane e sconosciute.

“…noi abbiamo un re senza rivali che vive oltre la montagna di Qaf. Il suo nome è Simurgh ed è il sovrano di tutti gli uccelli. Egli ci è vicino ma noi siamo ad una distanza infinita da lui… La sua dimora è protetta da gloria inviolata. Il suo nome non è accessibile a ogni lingua… Se vi avrò come compagni sarete a corte i più intimi confidenti del re. Liberatevi dalla vostra miope presunzione! Chi mette in gioco la vita per lui si libera da se stesso, sulla via dell’amato egli va al di là del bene e del male. Abbandonate la vostra vita e iniziate il cammino, avvicinatevi a quella corte a passo di danza!”

 Gli uccelli all’inizio non sono convinti e molti di loro muovono obiezioni all’upupa, che risponde loro con pazienza ogni volta convincendoli. Alla fine gli uccelli partiranno, e dovranno attraversare sette valli, simbolo delle tappe dell’evoluzione interiore, la valle della Ricerca, dell’Amore, della Conoscenza, dell’Unificazione, dello Stupore, della Povertà.

 Ma solo trenta su centomila raggiungeranno la dimora di Simurgh.

 Ora converrà svelare che Simurgh sgnifica trenta uccelli …

 “…vennero riflessi nello specchio delle loro anime. Nell’immagine del volto del Simurgh contemplarono il mondo, e dal mondo videro emergere l’immagine del Simurgh. Osservando più attentamente si accorsero che i trenta uccelli altri non erano che Simurgh, e che Simurgh era i trenta uccelli… infatti, volgendo nuovamente lo sguardo verso Simurgh, videro i trenta uccelli e, guardando ancora sé stessi, videro Lui. O meraviglia , questo era quello e quello era questo!...”

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Nel suo “Luce della notte” Pietro Citati ci aiuta a capire cosa era avvenuto…

Cosa era avvenuto? Il grande sogno di ogni mistico si era realizzato sul trono di quella corte fantastica ? In quello specchio, il riflesso, l’ombra divina – che noi siamo – si era trasformata in luce divina? L’uomo era diventato identico a Dio, e Dio identico all’uomo? L’unione aveva finalmente trionfato sulla separazione? L’universo che ci era sempre parso dominato dal gioco delle apparenze, rivelava in ogni luogo l’iridiscenza del Simurgh?
Pensieri come questi o simili a questi dovettero attraversare la mente dei trenta uccelli. Sgomenti e confusi, rimasero a pensare: pensarono senza pensieri, e poi interrogarono senza parole il Simurgh, chiedendo spiegazione di questo assoluto mistero, dove il “voi” e il “tu” apparivano uniti.
Senza parole rispose non l’araldo o il messaggero, ma l’essenza stessa di Dio, il suo ultimo volto di luce e di tenebra, nascosto dietro l’ultimo velo.
‘Attar ci ha conservato questa risposta: la risposta, crudele e benigna, ironica e mite, di Dio a qualsiasi uomo tenti di avvicinarsi al suo segreto.
Tutto il viaggio che i centomila uccelli avevano compiuto, quelle valli o stazioni attraverso le quali erano avanzati, quelle montagne, deserti, oceani e astri che avevano valicato, quelle morti penose durante la strada, quei trenta corpi senz’ali, non erano stati che illusione. Essi non erano mai usciti dal cuore – lo specchio in cui Dio si riflette -; e in quello specchio immensamente più grande che ora si era aperto alla corte dei cieli, non avevano visto che la pura immagine divina di sé stessi. Non avevano visto il Simurgh. Noi non possiamo conoscerlo:”Chi mai potrà spingere il suo sguardo fino a Noi? Quando mai una formica potrà contemplare le Pleiadi o sollevare un’incudine?”. ” Non sai – Egli aveva detto un’altra volta – che l’incapacità di comprendere è comprensione? Quindi ti basti avere della nostra Presenza la fortuna di sapere che sei escluso da lei, incapace di guardare la nostra Maestà e la nostra bellezza.”
Così il sogno di trovare nell’uomo la stessa sostanza di Dio venne deriso dalla sommità dell’altissimo trono; e la ricerca mistica di ‘Attar sembra concludersi con un fallimento grandioso.
Ma la parola del Simurgh è sovranamente ambigua, come la sua coda dai mille colori . Ecco che, proprio alla fine, mentre il libro sta per chiudersi su questa disperazione definitiva, Egli annuncia la speranza aperta a tutti gli uccelli: “Annullatevi in Noi, nella gloria eterna, e in Noi troverete la porta di voi stessi!”
Gli uccelli ascoltarono queste parole. Di essi non rimase nemmeno un mucchio di cenere; nemmeno un pensiero o una sensazione o un sentimento. Si annullarono eternamente: si persero nel Simurgh, dimenticando persino di essersi perduti; e la loro ombra si dissolse nel sole.
Così la grande metafora affacciata all’inizio del poema si dispiegò completamente, in tutta la sua complessità di significati. Nella perdita di ogni qualità umana, la luce aveva definitivamente trionfato sull’ombra.
Tutto, ormai, era luce. Gli uccelli erano usciti dal riflesso, dallo specchio, dal cuore, a cui sembravano condannati. Avevano varcato la soglia dell’illusione . Senza diventare Dio o conoscere il suo segreto, avevano raggiunto l’unione tanto sognata. La dualità era scomparsa dall’universo. Non c’era più divisione o separazione. Non esisteva altro che l’Unico.
Cosa accadesse lassù, nella valle dell’annullamento, è impossibile raccontare.
Come trenta gocce, gli uccelli si erano persi nel mare del mistero; e noi non riusciamo nemmeno a riconoscere quelle gocce – l’upupa, la pernice, l’usignolo, l’airone che una volta avevano dimorato sul lido del nostro oceano…
Forse, qualcuno di loro avrebbe potuto dire:”In verità non so nulla, non so nè questo nè quello. Mi sono innamorato, ma ignoro di chi.
Dell’amore che mi governa io neppure ho coscienza, il mio cuore trabocca di passione ed è… vuoto”.

Le immagini dell’upupa sono tratte dalla pagina relativa di Wikipedia Italia

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Toad Style

Posted in Altra cultura, Film, Scacchi by lollipop on giugno 11, 2009

Wu Tang ClanRZA (Robert Diggs) è il fondatore del collettivo hip hop WU-TANG CLAN, più di un gruppo musicale, impegnati come sono in mille attività parallele. Tra le passioni di RZA ci sono gli scacchi, tanto che ha fondato un sito online, Wuchess, che offre possibilità di giocare dal vivo, chat, tornei, lezioni, e la possibiltà di giocare con RZA e altri ospiti illustri. Per poter usufruire dei servizi del sito bisogna iscriversi (40 $ annui) e comunque larga parte degli introiti vengono donati alla “Hip-Hop Chess Federation” per il sostegno delle attività di insegamento degli scacchi nelle scuole. Informandomi su questo progetto, ho letto alcune interviste a RZA, che in un’occasione ha dichiarato: The game of chess is like a sword fight. You must think first, before you move. Toad style is immensely strong, and immune to nearly any weapon. When it’s properly used, it’s almost invincible” Ok, mi sfuggiva il significato della parola “toad” e sono andato a verificare: vuol dire rospo. Ma che cosa è lo stile rospo che è immensamente forte ed immune a quasi ogni arma, uno stile che se propriamente usato è praticamente invincibile? Pensavo di conoscere abbastanza gli scacchi ma è la prima volta che mi imbattevo in questo “stile del rospo”, allora ho approfondito le ricerche ed ho capito. RZA si riferisce ad un famoso film di arti marziali “Five Deadly Venoms” (Hong Kong, 1978) che ha per protagonisti 5 maestri di Kung-Fu, ognuno con un suo caratteristico stile: abbiamo “Il Millepiede”, “Il Serpente”, “Lo Scorpione”, “La Lucertola”, e appunto “Il Rospo”.

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Vediamo quali peculiarità ha questo stile: i rospi non fanno molto, ma sono dei tipi duri e resistenti e questo atteggiamento essenzialmente difensivo costituisce la loro caratteristica fondamentale. Il Rospo è invincibile rispetto ad ogni forma d’attacco e d’arma. La debolezza di questo stile è che ogni Maestro che lo pratica ha un punto debole, che se colpito (per la precisione se punto) elimina le caratteristiche positive dello stile, come la resistenza agli attacchi. Se ne volete sapere di più sul film qui su wikipedia.

 

Per saperne di più sullo stile rospo negli scacchi, a un qualche futuro articolo!

Elogio della fuga

Posted in Altra cultura by lollipop on maggio 27, 2009
Henry Laborit

Henri Laborit

Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani da costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione.

Forse conoscete quella barca che si chiama Desiderio.

Henri Laborit, dalla prefazione al suo “Elogio della fuga” (1976, Mondadori 1982)

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Gli eroi della ritirata

Posted in Altra cultura, Libri, Storia by lollipop on maggio 19, 2009
Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

“Zig zag – Saggi sul tempo, il potere e lo stile” è una raccolta di saggi di Hans Magnus Enzensberger, pubblicata nel 1997 in Germania e due anni dopo, per Einaudi, in Italia.

Qui ne parliamo perché in uno dei saggi tocca da vicino un argomento di cui abbiamo già parlato, quello della fuga, o per usare l’espressione di Enzensberge, la ritirata.

(…) Fu Clausewitz, il classico per eccellenza del pensiero strategico, a dimostrare che l’operazione bellica più difficile è proprio la ritirata. E ciò vale anche per la politica. Il non plus ultra dell’arte del possibile consiste appunto nel saper rinunciare a una posizione insostenibile. Pertanto, se la grandezza di un eroe dipende dalla difficoltà del compito che deve affrontare, lo schema eroico non dovrà essere soltanto rivisto ma addirittura invertito. Qualsiasi idiota è in grado di lanciare una bomba. Mille volte più impegnativo, invece, è riuscire a disinnescarla.

Abilità e competenza, tuttavia, non bastano certo a far di un uomo un eroe. Ciò che lo rende memorabile è la dimensione morale del suo agire. Eppure è proprio qui che gli eroi della ritirata devono affrontare riserve tanto massicce quanto tenaci. (…)

Chi abbandona le proprie posizioni non rinuncia solo oggettivamente allo spazio, ma anche a una parte di se stesso. Un passo simile può riuscire soltanto a una condizione: che individuo e ruolo si separino. L’ethos dell’eroe consiste appunto nella sua ambivalenza. E l’esperto dello smantellamento, accettando di vivere questa ambivalenza, dà prova della sua fermezza morale. (…)

Il contrattacco

Posted in Altra cultura by lollipop on gennaio 22, 2009

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E la verità è che si dovrebbe dire: “La miglior difesa è il contrattacco (sull’attacco dell’avversario)”.
Ci sono innumerevoli situazioni strategiche in cui si può dimostrare la verità di questo concetto, che in alcuni casi può anche essere trasformato in qualcosa come “il miglior attacco è il contrattacco sull’attacco dell’avversario”.
È quello che ad esempio sostiene Giorgio Nardone nel suo libro del 2003 “Cavalcare la propria tigre” (pubblicato da Ponte alle Grazie).

(…) non si deve attaccare per primi ma aspettare la prima mossa del contendente e sorprenderlo con una contromossa. Infatti “la miglior risposta la si ha quando questi ha preso l’iniziativa e non può badare troppo allo stare in guardia” (Lee, 1977). Questo concetto marziale, che come vedremo si applica a qualunque interazione umana e non solo al combattimento, mette in evidenza il vantaggio dell’aspettare tranquilli e dell’immediata risposta all’attacco. Non esiste infatti attacco che non possa essere bloccato o addirittura trasformato in contrattacco. Chi attacca inevitabilmente è costretto a scoprirsi, esponendosi a una pronta e idonea risposta. Certo tutto dipende dall’abilità e capacità di controllo di chi si difende: è molto più facile attaccare che difendersi da un attacco. Ma se il difensore è abile, la sua difesa diventa il migliore degli attacchi. (…)

Non crediamo che questa interpretazione rafforzata sia sempre corretta, in quanto ci sono situazioni strategiche in cui indubbiamente la parte in vantaggio deve attaccare se vuole conservare la sua supremazia. Dire che “Non esiste infatti attacco che non possa essere bloccato o addirittura trasformato in contrattacco” è corretto in una situazione di equilibrio, e ad onor del vero questo sembra dire (almeno implicitamente) anche Nardone, che infatti inserisce queste considerazioni in un capitolo in cui si discute dell’arte di “partire dopo per arrivare prima”, sintesi moderna dei due stratagemmi “Sbatti l’erba per snidare i serpenti” e “Costringi la tigre a lasciare le montagne. In pratica l’idea è quella (in una situazione di equilibrio) di mostrarsi debole invitando l’avversario ad attaccare per poi reagire con un rapido contrattacco.
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1. La miglior difesa è l’attacco?

La miglior difesa è l’attacco?

Posted in Altra cultura by lollipop on gennaio 19, 2009

Uno dei detti strategici più diffusi è questo: “La miglior difesa è l’attacco”.
Proviamo a chiederci, ma è vero? Si tratta di un principio o piuttosto di un luogo comune?

Cominciamo col domandarci quale può essere il reale significato strategico di questo modo di dire:
1) La miglior difesa è l’attacco perché se il tempo della “sfida” lo passi in attacco non avrai neanche bisogno di difenderti. Detto in un altro modo, se stai attaccando il tuo avversario deve difendersi, non può attaccare e tu non hai bisogno di difenderti.
2) Quando attacchi sii preparato a fare talmente tanti danni, che non avrai bisogno di soffermarti più di tanto su quelli che subisci quando è il tuo avversario che attacca.
3) È una questione di iniziativa, è meglio fare la prima mossa, invece che aspettare l’attacco dell’avversario. In questo caso “attaccare” può anche voler dire mobilitarsi per impedire gli attacchi dell’avversario.
4) È una questione di carattere generale, per quanto sia importante la difesa, ad un certo punto per vincere (in quasi ogni contesto) prima o poi devi attaccare.
5) È una questione di carattere generale, attaccare è più facile che difendersi.
6) Se dichiari di seguire questo “principio” il tuo avversario consciamente o incosciamente il tuo avversario si preparerà per difendersi, così tu effettivamente potrai dedicarti all’attacco.

Queste traduzioni in azioni strategiche sono spesso simili e non sono necessariamente in esclusione l’una con l’altra. Possono essere il significato da adottare in un determinato momento di una lotta, o in un determinato contesto di regole.

Ma c’è qualcosa che non torna, più ci pensiamo, più ci ripetiamo, la miglior difesa è l’attacco, più ci sembra un principio falso, o al più (ad esempio nel caso del significato 4) inutile. Non puoi sempre attaccare, e non è detto che i tuoi attacchi abbiano la stessa efficacia, e si l’iniziativa è importante, ma in un situazione di equilibrio un attacco non giustificato non può avere succcesso. Abbiamo detto “falso”, ma forse avremmo potuto dire quasi vero ma fondamentalmente falso.
Questo piccolo indizio ci avvicina alla verità….
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Grammatica delle manovre strategiche

Posted in Altra cultura by lollipop on gennaio 11, 2009

Secondo Lasker ognuno possiede una conoscenza almeno elementare del linguaggio strategico e a titolo di esempio propone anche una sorta di abbozzo di grammatica delle manovre strategiche.

Sviluppo le mie forze: manovre che puntano a diffondere la pressione sul campo secondo uguali propozioni

Attacco la debolezza D: accumulazione di effetti su D

Mi colloco in uno stato di difesa: le debolezze più grandi occupano luoghi di pressione minore. La linea più esposta all’effetto del nemico presenta debolezze minime, è difficile da riconoscere ed è molto mobile.

La tua minaccia è solo un bluff: tranquilla continuazione dello sviluppo, o completa tranquillità, nonostante la concentrazione di pressione nemica su una debolezza.

Eluderò la tua minaccia mediante la fuga: movimento della debolezza minacciata verso un luogo di minor pressione.

Affronterò la tua minaccia: manovre che aumentano lo sforzo che il nemico deve compiere per concretare la sua minaccia.

L’esecuzione della tua minaccia sarà per te dannosa: una controminaccia su una debolezza del nemico a cui difesa è impossibile senza l’uso di forze che quest’ultimo aveva destinato all’attacco.

Tu sei più forte di me: movimento di fuga verso luoghi di minor pressione.

Ti attaccherò più tardi: operazioni volte a diminuire l’armòostia del nemico, ad esempio mediante la formazione di una regione coerente di pressione.

Resisterò al tuo attacco per qualche tempo: punti dai quali si possono ottenere grandi effetti sono occupati da stratòi molto mobili.

Intendo cedere terreno: gli stratòi di piccola armòostia sono inviati vero punti lontani di bassa pressione.
Ora metto in gioco tutto in quest’unica opportunità: considerevole concentrazione di pressione su una debolezza anche se le operazioni richiedono l’attraversamento di zone di grande pressione. Le future minacce nemiche sono totalmente ignorate.

Il tuo attacco è fallito: gli stratòi che esercitano grande pressione sono costretti a ritirarsi.

Cado, ma vendo la mia vita a caro prezzo: gli effetti sono diretti contro gli stratòi che esercitano una grande pressione. Non si effettua alcuna ritirata.

Sono disperato. Fai attenzione: un movimento aggressivo o qualche altro preparativo per attaccare un nemico superiore.

Sei perduto. Non ho bisogno di assalirti: l’armòostia del nemico è quasi esaurita. Si prende una posizione difensiva.

Devi attaccarmi, o sei perduto: operazioni che limitano considerevolmente l’armòostia dell’avversario.

Il tuo successo è insignificante: continuazione della lotta dopo la perdita di una debolezza.

Il successo al quale aspiri ha poco valore: non si porta alcun aiuto alla debolezza assalita, ma se ne ottiene il massimo compenso possibile. Perseguimento energico di un contrattacco.

Voglio distruggerti completamente: operazioni che sono dirette ad esaurire completamente l’armòostia del nemico.

Voglio obbligarti a battere in ritirata: concentrazione di pressione sulla posizione nemica, ma nessuna sulla sua linea di ritirata.

Il momento è favorevole: una parte esprime una grande attività. Le pressioni e le debolezze sono considerevoli.

Il momento critico ancora non è giunto: una parte esprime una modesta attività. Le pressioni e e le debolezze sono leggere.

La crisi si avvicina: occupazione di posti di leggera pressione dai quali si possano produrre degli effetti senza sforzi eccessivi.

So che la mia posizione è difficile da mantenere, ma farò del m io meglio: difesa laboriosa, poco contrattacco. Ritirata degli stratòi verso posizioni in cui non siano obbligati a esporsi ad effetti in maniera da coprire grandi debolezze.

Abbiamo fatto qualche taglio, ma d’altra parte è vero che come notato dallo stesso Lasker questo elenco è facilmente allungabile.

I principi della lotta

Posted in Altra cultura by lollipop on gennaio 11, 2009

Emanuel Lasker

Emanuel Lasker


Illustriamo ora il nucleo centrale del lavoro di Lasker: i tre principi del lavoro, dell’economia e della giustizia.

Il principio di lavoro

Nella misura in cui gli stratòi esercitano i loro effetti sulle varie parti del campo macheico (…) essi svolgono un lavoro macheico.

La grandezza del lavoro che può essere svolto da un gruppo di stratoi in tutte le varie possibili condizioni che potrebbero presentarsi in una machè è un indice del valore macheico di tale gruppo e si può definire brevemente come il suo proprio “valore”. Il lavoro ottenuto dalla macheide attraverso un gruppo di stratòi durante la màche è proporzionale al valore di quel gruppo.

In pratica ci sta dicendo che lo stratega otterrà i contributi migliori dai suoi strumenti dal valore più grande.

Il principio d’economia

Questo principio ci dice che lo stratega perfetto predispone e esegue le sue manovre con la massima economia: “In accordo con la sua natura e definizione, la macheide è infinitamente economica nei riguardi dell’energia macheica della quale dispone.”

Così ad esempio “nel formare una barriera lo stratega perfetto non creerà in nessun luogo una barriera piùà forte di quanto sia necessario per la sua funzione, e la collocherà tanto in avanti nel campo di battaglia in modo che sia giusto in grado di sopportare la pressione del nemico, di modo che mediante un piccolo sacrificio il nemico potrebbe obbligare la barriera a retrocedere. Ma è chiaro, tuttavia, che sarebbe un pericolo molto grave se si avanzasse al di là di questo punto, perché allora il nemico potrebbe, a mezzo di un’azione eumacheica, ottenere un successo senza perdite. DiI norma non è difficile determinare i punti nei quali le barriere degli oppositori devono incontrarsi: devono stare sulla linea di uguale pressione.”

Prima di presentare il principio di giustizia, Lasker introduce i concetti di equilibrio e di vantaggio:

… Se M ed E procedono alla guerra in stato di equilibrio macheico, nessuna di esse potrà consguire i porpi obiettivi in alcun modo; in caso contrario la guerra sarebbe favorevole per una e non lo sarebbe per l’altra, e non potrebbe essere indifferente per nessuna di esse. Detto ciò possiamo concludere che in una màche equilibrata fra due macheidi nessuna fazione può fare progressi verso la sua meta. (…) Oppure: in una posizione equilibrata c’è difesa sufficiente contro qualsiasi attacco. Se invece una delle parti possiede un vantaggio, allora tanto più proficuo è l’attacco che quella parte può eseguire con successo.

Il principio di giustizia

Il principio di logica e della giustizia ci dirà allora che “il piano del generale (…) dovrà essere logicamente coerente ed obiettivo. … L’attacco di una macheide deve indicare non solo che è presente un vantaggio sul quale esso si basa, ma che il metodo dell’attacco è proporzionale e in relazione con la natura di quel vantaggio.

Nessuna legge che non sia derivabile logicamente da questi principi può essere valida in una màche, e per quanto sia difficile il compito di trovare le manovre eumacheiche (perfette) “possiamo almeno contare sul fatto di non aver paura che una forza mistica, o una qualsiasi altra forza di questo tipo che questo libro non abbia qui illustrato, sia quella che decide il risultato.”
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