La mossa del cavallo

Gli scacchi e l’asta di un dollaro

Posted in Scacchi by lollipop on dicembre 28, 2008

Ovviamente anche giocando a scacchi o a qualunque gioco simile si può cadere nella trappola dell’asta di un dollaro. Iniziate ad analizzare una mossa ma non la trovate del tutto convincente, eppure continuate ad analizzare, finchè ad un certo punto vi accorgete che sono già quindici minuti che ci riflettere su ed iniziate a pensare qualcosa del genere: ma se adesso non la gioco più, a cosa è servito tutto questo tempo di riflessione? E così finite per rifletterci ancora più a lungo, finendo in zeitnot, oppure giocate una mossa che in fondo non vi piace.
Qui la tecnica della collaborazione non potete usarla perchè non c’è un rivale che offre di più, ma quella del “caso” può funzionare… in fondo se ci state pensando da così tanto tempo non deve essere proprio una mossa perdente, analizzatela per un tempo ragionevole, date un occhiata alle alternative e poi giocate la mossa che vi piace di più…

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Effetto Macbeth

Posted in Altra cultura by lollipop on dicembre 28, 2008

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Mi sono inoltrato nel sangue fino a tal punto che
se non dovessi spingermi oltre il guado
il tornare indietro mi sarebbe tanto pericoloso quanto l’andare innanzi

William Shakespeare

Nell’immagine “Macbeth and Banquo with the Witches” di Johann Heinrich Füssli
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Il gioco dell’asta di un dollaro

Posted in Economia, Matematica by lollipop on dicembre 28, 2008

oneusd_both_sidesSapersi fermare al momento giusto è una grande capacità. Esistono numerosi esperimenti di psicologia comportamentale che illustrano come invece gli esseri umani si fanno trascinare in spirali da cui non riescono più a uscire.

Uno dei più famosi di questi giochi è quello descritto negli anni Settanta del secolo scorso da Martin Shubik, professore della Yale University.

Di questo gioco, ne parlano (solo riferendosi alla nostra biblioteca) almeno Avinash Dixit e Barry Nalebuff in “Io vinco tu perdi”, Laszlo Mero in “Calcoli morali” e Alberto Gandolfi in “La foresta delle decisioni”.

Il gioco è molto semplice: viene messa all’asta una banconota da un dollaro. Prezzo iniziale di un cent, e regola aggiuntiva che il banditore trattiene anche la cifra proposta dal secondo offerente. Shubik nelle sue pubblicazioni ha fatto notare che in base ai suoi esperimenti in occasioni di “raduni sociali” il biglietto da un dollaro veniva venduto in media per 3.40 dollari.

Il gioco è stato riproposto con numerose varianti in situazioni controllate e i risultati sono stati grossomodo sempre gli stessi.

Uno dei punti più importanti è quando il prezzo del dollaro supera i 50 centesimi, a quel punto è probabile che qualcuno si accorga che il banditore inizia a guadagnarci, ma qualcuno si trova a pensare, “posso ancora guadagnarci anch’io”, offrendo meno di un dollaro. Ma poiché c’è qualcuno che non vuole perdere la sua offerta, è molto probabile che si superi la soglia di un dollaro.

Entra in gioco il fenomeno psicologico dell’“Ho investito troppo per lasciare” (il titolo di un libro di A.I. Teger è “Too much invested to quit”, mentre un capitolo del libro di Gandolfi si intitola “Ho investito troppo per abbandonare proprio adesso”).
Laszlo Mero fa notare numerosi esempi del gioco nella vita quotidiana: indecisi tra due decisioni, ne prendiamo una e poi rimaniamo ad essa legati anche quando è chiaro che sarebbe preferibile cambiare. Aspettiamo l’autobus sempre più a lungo, anche se siamo in ritardo e non ci decidiamo a prendere un taxi, guardiamo un film noioso, e più lo guardiamo e più ci sentiamo in dovere di arrivare fino alla fine. Anche gli scioperi spesso seguono la logica della vendita all’asta di un dollaro, così come le gare d’appalto.

Il gioco della scommessa di un dollaro ha due soluzioni. Una è la collaborazione. I giocatori si accorgono subito del trucco insito del gioco, qualcuno offre un cent e nessuno rilancia. Questa soluzione è proposta da Dixit e Nalebuff: “Potreste pensare che questa storia non fa che comprovare la stoltezza degli studenti di Yale. Ma l’escalation degli arsenali di armi nucleari delle superpotenze è forse diversa? Entrambe sono incorse in costi di migliaia di dollari alla ricerca della vittoria del dollaro. La collusione, che in questo caso significa convivenza pacifica, rappresenta una soluzione molto più redditizia”.
L’altra soluzione, proposta da Laszlo Mero, consiste nell’affidarsi al caso. Ogni giocatore dovrebbe scegliere la sua offerta tra le opzioni ragionevoli in maniera casuale e poi non accettare il gioco dei rilanci.

Insomma l’unica cosa da non fare è quella di scivolare nella sindrome di Macbeth….

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Il coraggio di ammettere la sconfitta

Posted in Economia by lollipop on dicembre 23, 2008

Non si tratta solo di calcio. Anche negli affari può arrivare il momento di dover dire basta. Abbiamo conservato una pagina de “Il Mondo” del 7 luglio 2006 in cui Jack e Suzy Welch, rispondevano così ad un lettore che raccontava di come avesse delle perplessità sulla sua azienda “…abbiamo combattuto strenuamente per mantenerla produttiva, ma è ovvio che lo spazio di crescita è molto più limitato di quanto speravamo. Che cosa dobbiamo fare: lasciar perdere e ricominciare in un altro settore o continuare a lottare per la sopravvivenza?”

(…) L’ambiente circostante cambia senza che nemmeno ci accorgiamo come e improvvisamente la nostra azienda non è più efficiente e competitiva. Succede tutti i giorni, in ogni parte del mondo, e non solo nelle start-up. Anzi, è una situazione comune anche nei grossi gruppi, nelle aziende che esistono da tanti anni, dove le nuove dinamiche competitive sembrano emergere improvvisamente da un giorno all’altro e sconvolgono lo status quo. Purtroppo, molto spesso, in queste grandi aziende, certi business sono diventati delle specie di istituzioni intoccabilie a tal punto che i dirigenti non reagiscono con quella chiara visione della realtà che lei mostra nella sua lettera. Il fatto è che il cambiamento richiede da parte dei leader di porsi al di sopra di dinamiche del tutto umane come l’inerzia, il legame verso le tradizioni o la speranza che le cose migliorino. I momenti topici, invece, richiedono un atto di coraggio, o almeno una mancanza di sentimentalismo, che sono rari. È in questi momenti che i migliori leader si mettono davanti a uno specchio e si pongono la fondamentale domanda che il grande Peter Drucker faceva quasi 50 anni fa: “Se non ti trovassi già in questo business, ci entreresti oggi come oggi?”. Se la risposta è no, diceva Drucker, devi affrontare una seconda domanda ancora più difficile: “Che cosa hai intenzione di fare dunque?”. Ogni leader oggi dovrebbe ascoltare questo consiglio e, se necessario, seguirlo fino alla necessaria conclusione, che può essere apportare qualche modifica alla propria azienda, ma anche venderla o chiuderla. (…)
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A volte arrendersi è razionale

Posted in Sport by lollipop on dicembre 22, 2008
Sir Alex Ferguson

Sir Alex Ferguson

Ma a volte le proporzioni della sconfitta sono di proporzioni tali che l’unica cosa da fare sembra quella di arrendersi, o no? Come al solito molto dipende dagli stili di gioco e dalle culture. Ci piace ancora una volta citare un passo del libro di Gianluca Vialli e Gabriele Marcotti “The italian job”:
A volte arrendersi è razionale: è meglio ritirarsi indenni dalla battaglia, conservare le forze e combattere un altro giorno. Mi chiedo sempre cosa passi davvero per la testa dei giocatori in situazioni nelle quali, per esempio, sono sotto 3-0 e accorciano le distanze. Li vedi sempre recuperare in fretta il pallone in fondo alla rete e correre a metà campo per ricominciare a giocare, nella speranza di una sensazionale rimonta. Me lo chiedo perché mi domando se sia razionale ricominciare a giocare in fretta. Certo hai più tempo per segnare di nuovo. Ma offri anche più tempo all’avversario per fare un altro gol. E, di sicuro, se si parla di limitare i danni, è meglio perdere 3-1 piuttosto che 4-1.
(…)

Si tratta di un calcolo di probabilità. Di fare un’analisi dei costi e dei benefici: che rischi si corrono ad affrettare la ripresa del gioco? E questi rischi pesano di più del vantaggio che potrebbero derivare da un eventuale 4-2? Vale la pena cercare di segnare ancora rischiando di prendere gol? E va detto che quando si tratta di rischi, parliamo quasi esclusivamente dela reazione dei media e dei tifosi. Dal punto di vista dell’allenatore una sconfitta è una sconfitta. Ma nel caso dei giornali, della televisione e dei tifosi per strada o al bar, è un’altra storia. Per loro un 5-1 è un ‘umiliazione peggiore rispetto a un 4-1. Non è solo un’altra sconfitta.
Ed è per questo che ci basiamo sul calcolo delle probabilità. Wenger ritiene che sia naturale per francesi e italiani. Sorprendentemente, Sir Alex Ferguson, uno che di rado . almeno in pubblico – è sulla stessa lunghezza d’onda del francese, è d’accordo: “Penso che in Italia quando una partita è sul 2-0 tendiate a pensare che la squadra in svantaggio accetterà il fatto che non è in giornata” sostiene. “Per cui i giocatori tireranno i remi in barca, conserveranno le forze, penseranno alla prossima gara. È molto pragamtico come atteggiamento. In Inghilterra non accade mai. Proviamo sempre a rimontare. Non abbiamo quel pensiero razionale tipico di voi francesi e italiani. Non è il nostro modo di fare. (…)”

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La difesa della sconfitta

Posted in Sport by lollipop on dicembre 21, 2008
Locandina dei Mondiali del 1954

Locandina dei Mondiali del 1954

Nonostante tutti gli sforzi e la preparazione e tutto il resto, può arrivare il momento in cui ti accorgi che stai perdendo.

Cosa fare allora?

Uno dei possibili atteggiamenti strategici è quello di “difendere la sconfitta”. Questa espressione è stata ideata da Gianni Brera parlando della gestione della partita (di calcio) dell’Uruguay degli anni Cinquanta. Quando si vuole parlare di questo “brerismo” si finisce quasi sempre per citare Uruguay – Brasile, ultima partita dei mondiali del 1950. Non era una vera e propria finale perché per la prima e unica volta gli organizzatori avevano optato per un girone finale a quattro squadre. Al Brasile sarebbe bastato un pareggio per laurearsi Campione del Mondo. All’inizio del secondo tempo i brasiliani padroni di casa si portarono in vantaggio ma, parole di Brera, “non ritennero di doversi accontentare: lasciarono agli attenti uruguagi tali spazi da costringerli quasi ad infilarsi in quelli: partì primo Schiaffino e fu 1-1: nel finale trovò lo spunto Ghiggia e il 2-1 gettò nella disperazione quei boriosi cultori del futbol bailado.”
È possibile ed anzi probabile che Brera avesse già intuito il concetto all’epoca, ma nel suo libro “La leggenda dei Mondiali” egli lo espone non a proposito di questa partita ma raccontando della semifinale del 1954 tra l’Uruguay e l’Ungheria. Poiché si tratta di una partita meno nota e per il suo finale diverso ne riportiamo il racconto di Brera dal citato libro (grassetto nostro).

Gli ungheresi ebbero la meglio sugli uruguagi soltanto nei tempi supplementari.
Questa semifinale ebbe luogo a Losanna in un giorno di pioggia scrosciante. Me ne ricordo come di uno degli incontri più belli ed istruttivi che abbia mai veduto. Agli uruguagi mancavano Abbadie, Muguez e Varela; agli ungheresi, Puskas. Erano ovviamente più gravi le assenze degli uruguagi, i quali avanzarono Schiaffino a finto centravanti, arretrarono l’interno destro-goleador Ambrois al posto di Schiaffino e inserirono con gli stessi schemi lo sconosciuto Haahberg.
I magiari mandarono Hidegkuti a fare il centravanti di sinistra, in linea con Kocsis, e usarono Palotas al posto di Hidegkuti finto centravanti.
Con tre riserve, gli uruguagi stentavano a reggere nel picciaepuccia del campo. I magiari si avventarono, dietro alla loro natura generosa, e sfondarono subito con Csibor, ala sinistra, e poi con Hidegkuti. Il mio cuore era per gli ungheresi, il cui popolo matto aveva espresso mia nonna materna, ma il mio intelletto parteggiava per gli uruguagi, che per me rappresentavano il paradigma assoluto del calcio latino. Per incomplete che fossero, quelle squadre stavano giocando la finale tecnica del torneo; la finale agonistica, quella si sarebbe disputata fra le vincenti delle due semifinali.
Incassati due gol, gli uruguagi non batterono ciglio e m’insegnarono un concetto tattico importante: che la sconfitta deve essere difesa a sua volta. Sembrerà paradossale: non lo è affatto: perché se applicando i tuoi schemi subisci due gol, cambiandoli per rimontare puoi trovarti ancora più a malpartito: aspettando invece che si presentino le occasioni per applicare in attacco i tuoi schemi abituali, puoi nel frattempo illudere e stancheggiare gli avversari.

Così puntualmente avvenne. Gli ungheresi seguitarono ad attaccare ma con slancio sempre meno fervido, con lucidità sempre minore: il finto centravanti Haahberg andò due volte in gol. Fatto il 2-2, si liberò Schiaffino su una palla gol che gridava vendetta al cielo, così facile che Schiaffino non la guardò neppure falciando il sinistro: così ebbe a sbucciarla colpevolmente di esterno: e sola scusa rimane la pozzanghera nella quale galleggiava quella palla dannata.
Sul 2-2 si incominciarono i supplementari e Haahberg tornò subito a rete: batté il portiere Grosics in disperatissima uscita ma la palla finì sulla base del palo: vi fu sopra Schiaffino per ribatterla, ma anche Grosics, che deviò con il corpo. A questo punto gli avversari, stremati, si guatavano senza più ritmo: e la migliore idea l’ebbero i magiari, sparando lunghi cannoni a cercare la testa di Kocsis, acrobata assai reputato: il vecchio appesantito Maspoli, eroe del Maracanà, non trovò il tempo di uscire a pugno teso e Kocsis lo beffò con due incornate beffarde.
Finì 4-2 e gli uruguagi, gente magnifica, s’inchinarono virilmente ai vincitori, da loro considerati anche gli eredi più degni. Se ne uscirono sotto scroscianti applausi senza dare il minimo segno di sconforto. Una volta rinchiusi negli spogliatoi, si abbracciarono piangendo sconsolati. Come lo appresi, ebbi il groppo in gola. Sul mio giornale dedicai intere pagine all’eroismo degli uruguagi: erano dettate dalla gratitudine.
Continua

Una sfida

Posted in Altra cultura, Libri by lollipop on dicembre 15, 2008

Dostoevskij nel 1876

Dostoevskij nel 1876


L’atto di salire in soffitta e buttare via la scala, per togliersi ogni via di fuga, non sempre avviene in maniera conscia. Ma in che altro modo spiegare le modalità con cui Dostoevskij ha scritto “Il giocatore”? Lo scrittore nell’estate del 1865, costretto dalle necessità aveva firmato un contratto con l’editore Stellovskij secondo cui avrebbe dovuto consegnargli un nuovo romanzo entro il novembre dell’anno successivo. Dostoevskij impiegò quest’anno e mezzo viaggiando per l’Europa, giocando e perdendo ingenti somme di denaro alla roulette, chiedendo prestiti agli amici e scrivendo per una rivista “Delitto e castigo”. E così, all’inizio dell’ottobre del 1866 Dostoevskij si trovò (o per meglio dire, aveva fatto in modo di ritrovarsi) in una situazione letteralmente senza vie d’uscita.
Ecco come la racconta Fausto Malcovarti nell’introduzione al libro, Garzanti X edizione, novembre 1992.

Il giocatore è il risultato di una sfida. Nel pieno del lavoro su “Delitto e castigo”, con consegne mensili e un ritmo di scrittura quasi insostenibile, Dostoevskij si trovò in una situazione disperata: stava per scattare il “contratto Stellovskij”. Entro il 1° novembre 1866, come si è detto, doveva consegnare all’editore un romanzo inedito: nel caso di mancata consegna, Stellovskij sarebbe stato libero di pubblicare, per nove anni e senza alcun compenso, tutte le opere del romanziere, edite e inedite. Non c’era scampo: ogni tentativo di procrastinare era stato inutile, bisognava scrivere, bisognava far fronte all’impegno.
Ecco come l’amico Miljukov racconta quei momenti così angosciosi per lo scrittore:
“A che punto siete del nuovo romanzo?” gli chiesi.
Dostoevskij si fermò davanti a me, fece un brusco gesto di sconforto con le braccia e rispose: “Non ne ho scritto neppure una riga!”. Questa affermazione mi lasciò sbalordito.
“Capite ora perché sono rovinato?”, mi disse biliosamente. “E allora che facciamo?”.
“Bisogna pur fare qualcosa!”, notai io.
“Cosa si può fare quando manca solo un mese al termine? Quest’estate ho scritto Delitto e castigo per il ‘Russkij Vestnik’ e per giunta quello che ho scritto deve essere ancora limato; ormai è troppo tardi: in quattro settimane non ce la faccio a scrivere un nuovo romanzo”.
Tacemmo. Mi sedetti al tavolo ed egli ricominciò a passeggiare per la stanza.
“Ascoltate”, gli dissi “non vi si può imporre un giogo per sempre, bisogna trovare una soluzione qualsiasi a questa situazione”.
“E quale soluzione? Io non ne vedo!”
“Mi ricordo”; proseguì, “Che mia avevate scritto da Mosca di avere pronta la trama di un nuovo romanzo”.
“Si, c’è, ma ve l’ho detto, finora non ne ho scritta neppure una riga”.
“Non si potrebbe fare così: raduniamo qualcuno dei vostri amici, voi ci raccontate ilsoggetto del romanzo, noi annoteremo le varie parti, divideremo in capitoli e scriveremo lavorando in gruppo. Voi poi controllerete e limerete le ineguaglianze e le contraddizioni che risulteranno. In collaborazione forse potremo fare in tempo: darete il romanzo a Stelllovskij e sfuggirete alle sue grinfie”.
“No”, mi rispose decisamente, “non firmerò mai col mio nome un lavoro altrui”.
“Allora prendete uno stenografo e dettate voi stesso tutto il romanzo. Penso che in un mese riuscirete a finirlo”.
DostoevskiJ rimase sorpreso e cominciò di nuovo a passeggiare per la stanza.
“Questa è un’altra soluzione, non ho mai dettato le mie opere, ma posso provare.. Vi ringrazio: è indispensabile farlo, anche se ignoro se ne sarò capace. Ma dove prendere uno stenografo? Conoscete qualcuno?”
“No, ma trovarlo non è difficile”.
Miljukov si rivolse al famoso insegnante di stenografia P.M. Ol’chin, che il giorno dopo inviò a Dostoevskij la più capace delle sue allieve, la ventenne Anna Grigoreva Snitkina che, come sappiamo, diventerà la nuova moglie dello scrittore.
Per ventisei giorni, dal 4 al 29 ottobre, lo scrittore e la stenografa lavorarono forsennatamente, sfidarono il tempo e la resistenza umana. Dalle 12 alle 16 dettatura: poi la Snitikina decifrava le sue note, Dostoevskij continuava la stesura del testo, l’ultima dettatura avvenne il 29 sera, l’ultima rilettura il 30. Il 31 ottobre, con un grosso quaderno sooto il braccio, Dostoevskij si presentò dapprima a casa di Stellovskij, che risultò essere in viaggio, poi all’ufficio della casa editrice, che rifiutò di accettare il manoscritto perché non esisteva nessun contratto legale a nome dello scrittore per un nuovo romanzo. Ultima tappa: il commissariato di polizia del quartiere in cui abitava Stellovskij, dove, tra lo stupore dei poliziotti, gli fu rilasciata regolare ricevuta del plico. Lo scrittore era salvo: e Il giocatore (titolo imposto dall’editore, che ritenne quello proposto dallo scrittore, Roulettenburg, troppo poco russo) uscì nel 1866 del III volume delle Opere complete, edizioni Stellovskij.

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Dare un calcio alla scala

Posted in Altra cultura, Scacchi by lollipop on dicembre 13, 2008
Vishy Anand

Vishy Anand

Avevamo appena concluso di scrivere la trilogia dei ponti e della gufa, “Lasciare una via di fuga”, “Bruciare i ponti”, “Gioca per tre risultati”, che ci è arrivato “New in Chess” 2008/8: Vishy Anand, il campione del mondo, così ha detto a Dirk Jan ten Geuzendam ( a proposito della sua scelta di giocare 1. d4 invece che la sua abituale 1. e4 nel match contro Vladimir Kramnik):

“… I had decided to make the switch almost completeley and just to stick to it. You can’t change our mind halfway through and have second thoughsts, I understood after I took the decision, after investing a month in it you can’t suddenly say, no, I go back to 1. e4. That’s madness. Then you stick with itthrough thick and thin, and you accept the consequences. I understood the gravity of that decision, but having taken it I didn’t budge. You are litterally burning the bridges behind you, kicking away the ladder …”

Gioca per tre risultati

Posted in Altra cultura, Scacchi, Storia by lollipop on dicembre 5, 2008

bolelli
Immaginiamo la seguente situazione: ultimo turno di un torneo di scacchi (ma va bene una qualsiasi altra cosa con un sistema di punteggio analogo). Siete in testa con mezzo di punto di vantaggio sul secondo classificato che dovete affrontare proprio nell’ultima partita. Tutti gli altri giocatori sono staccati di almeno un punto, quindi una patta vi assicurerebbe la vittoria del torneo. Il secondo classificato, invece sarebbe sicuro della vittoria finale in caso di vittoria contro di voi.
Che cosa dovete fare? Giocare solo per la patta è un buon modo per arrivare a perdere: voi cominciate giocando un apertura senza pretesa, che dovrebbe portare ad un gioco pari senza eccessivi rischi. Immediamente il vostro avversario capisce di trovarsi in modalità “gioco per due risultati” (vinco o patto) e lui, si, senza rischiare, farà pressione per cercare di vincere fino all’ultima mossa della partita. Voi, con il vosto gioco passivo e la vostra mente che gioca per un solo risultato (“devo pattare”) rischiate seriamente di perdere. La storia degli scacchi è piena di esempi di questo tipo.
Quello che bisogna fare è pensare alla struttura dei premi del torneo. Voi se vincete o se pattate vi assicurate il primo posto, ma anche in caso di sconfitta potete ancora sperare di arrivare secondo, o perlomeno tra i primissimi. La situazione è differente per il vostro avversario: la vittoria gli assicura il successo nel torneo, ma la patta gli garantisce se non il secondo posto, un piazzamento (e relativo premio) dignitoso. Con la sconfitta verrebbe probabilmente scavalcato da molti dei giocatori che lo seguono in classifica. La conclusione è semplice: dovete giocare per tre risultati. Dovete subito far capire al vostro avversario che potrebbe anche perdere, e rischiare di trovarsi fuori dai premi.
Dovete impostare una partita complicata, e a quel punto offrirgli una via di fuga, rappresentata dalla proposta di patta!

In termini di teoria dei giochi, si può dire che la vostra minaccia deve essere credibile.
Il collegamento con la Teoria dei Giochi, per quanto ora mi appaia ovvio, è frutto di una suggestione di Lars Bo Hansen ed in particolare dalla lettura del suo libro “Foundation of chess strategy”, Gambit 2005.

Ovviamente, se la struttura del torneo fosse diversa, ad esempio del tipo “Winner takes all”, bisogna fare delle correzioni a questo ragionamento.

 

In maniera diversa, ed in riferimento ad un più ampio contesto Daniele Bolelli dice le stesse cose nel suo libro “La tenera arte del guerriero. Arti marziali, combattimento e spiritualità nell’immaginario contemporaneo.” Castelvecchi 1996.

“Come gli animali attaccano quando percepiscono paura e debolezza, così anche le persone inconsciamente possono sentire la forza di una persona ed evitano di entrare in conflitto con chi è sicuro di sé. Quando anche andasse male e il combattimeto fosse inevitabile, non sarebbe un problema tuo ma dei tuoi avversari. D’altra parte, se non hai la forza interiore di un guerriero, è molto difficile offrire alternative. Le offerte di pace di una persona che non teme lo scontro hanno un potere che una pace nata dalla paura non potrà mai avere. Se non hai credibilità, nemmeno la migliore dialettica può avere successo. Il potere guerriero di dominare il conflitto è la migliore garanzia per evitare il conflitto. Per vivere in pace bisogna avere la forza di fermare una guerra.”

La copertina del libro di Bolelli, un altro omaggio a Bruce Lee.

Bruciare i ponti

Posted in Storia by lollipop on dicembre 3, 2008
Hernan Cortès

Cortes

Tra i vari esempi di eserciti che si negano (quasi sempre, sarebbe meglio dire “cui viene negato dai loro comandanti”) la possibilità di ritirarsi si può citare l’esercito normanno di Guglielmo il Conquistatore, che bruciò le proprie navi una volta approdato sulle coste d’Inghilterra, nel 1066. La stessa cosa fece Cortes nel 1519. Lui aveva una grande motivazione, fin da quando era arrivato nel Nuovo Mondo, nel 1504, si era messo in testa di voler conquistare il Messico, mentre i suoi 500 uomini pensavano a tornare a Cuba, alle loro famiglie, all’oro. Nelle loro teste c’era sempre una via di fuga, mal che fosse andata, sarebbero tornati a casa. Rendendo inutilizzabili le navi, facendole affondare o arenandole, Cortes modificò l’obiettivo dei suoi soldati. Cortes aveva portato i suoi soldati in un “campo di morte”, che raddoppia o triplica le forze dei soldati. Con le parole di Robert Greene, autore di “Le 33 strategie della guerra”: il mondo è governato dalla necessità, le persone cambiano atteggiamento solo se costrette a farlo.

Secondo la fonte citata da Avinash Dixit e Barry Nalebuff, “la distruzione della flotta (venne effettuata) non soltanto con la coglizione dell’esercito, ma anche con la sua approvazione, anche se su idea di Cortes”.

Secondo l’interpretazione di Robert Greene, invece, l’approvazione dell’esercito avvenne solo a fatto compiuto… “Quando li convocò, il loro umore era incattivito e ribelle. … Cortes si rivolse ai suoi uomini: ammise di essere responsabile del disastro aveva ordinato che si facesse così, ma ora non si poteva tornare indietro. Avrebbero potuto impiccarlo, ma erano circondati da indigeni ostili ed erano senza barche; divisi e senza un campo, sarebbero morti. L’unica alternativa era seguirlo a Tenochtitlan. Soltanto sconfiggendo gli aztechi e conquistando il Messico avrebbero potuto tornare a Cuba vivi…. I codardi che non se la sentivano di affrontare la sfida potevano slapare verso casa con l’unica imbarcazione rimasta. Nessuno raccolse l’invito, così anche l’ultima barca venne affondata.

Ancora Sun Tzu:

Dove puoi sopravvivere soltanto a condizione di combattere con il coraggio della disperazione, è territorio mortale… Porta i tuoi uomini su posizioni elevate senza via d’uscita, e vedranno la morte: pronti a morire, cosa non riusciranno a fare? È nelle situazioni disperate che ufficiali e soldati dimenticano la paura e dannno il meglio di sé. Senza vie di fuga, difendono il terreno con i denti. Impeganti a fondo, si battono a fondo. Senza alternative, lottano fino all’estremo.

Prosegue “Lasciare una via di fuga”, continua, con il titolo “Gioca per tre risultati”, dove vedremo come le strategie di bruciare i ponti e lasciare una via di fuga si applicano in un contesto scacchistico.