La mossa del cavallo

La sorte e i giocatori

Posted in Giochi, Storia, Uncategorized by lollipop on ottobre 28, 2008
Arthur Schopenhauer

Arthur Schopenhauer

”Il destino mischia le carte, ma sono gli uomini che giocano la partita”.
Nel suo libro Filosofia del Poker, Fabrizio Mercantini cita questo aforisma attribuendolo a Victor Hugo, ma senza specificare la fonte. Abbiamo fatto alcune ricerche, e ci è venuto qualche dubbio sulla correttezza della citazione, che oggi è diffusissima sul web.

I nostri dubbi si sono amplificati quando abbiamo trovato questa frase molto simile attribuibile ad Arthur Schopenaur:
“La sorte mischia le carte e noi giochiamo”.

Che la citazione di Mercantini fosse fatta “a memoria” con errata attribuzione dell’autore?
O in qualche suo romanzo Victor Hugo aveva citato Schopenhauer?

Precisiamo che anche in questo caso non sapremmo indicare l’esatta origine della citazione di Schopenauer, è molto probabile che qualcosa del genere egli l’abbia effettivamente detto, ad esempio in Parega e Paralipomena, dove dice anche:

“La vita è come una partita a scacchi: noi elaboriamo un piano, che però è condizionato da quello – che a scacchi, il nostro avversario – nella vita, il destino, sceglieranno di fare.”

E dai Parega e Paralipomena apprendiamo tra l’altro che Schopenaur non amava i giochi di carte, ed anche se ammetteva che potessero essere utili come preparazione alla vita del mondo e degi affari “nel senso che vi si impara a profittare con saggezza da circostanze immutabili, essendo stabilite le carte dalla sorte, per trarne tutti il partito possibile”, più in generale riteneva che i giochi di carte esercitassero un’influenza demoralizzatrice: “infatti lo spirito del gioco consiste nel sottrarre ad altri ciò che possiede, non importa con quale gherminella o con quale astuzia. Ma l’abitudine di procedere così, contratta al giuoco, prende radici, fa invasione nella vita privata, e il giocatore arriva quindi insensibilmente a proceder nella stessa guisa quando si tratta del tuo e del mio, ed a considerare come lecito ogni vantaggio che si ha in mano al momento, poichè lo si può fare legalmente. La vita ordinaria ne fornisce prove ogni giorno…”

Comunque, poiché ogni massima strategica deve avere il suo rovescio della medaglia, noi vi proponiamo anche questa:

“Gli uomini fanno progetti. E Dio se la ride”

Lo dice uno dei personaggi del romanzo di Michael Chabon, “Il sindacato dei poliziotti Yiddish”

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Debolezze e punti di forza: Kamae

Posted in Storia by lollipop on ottobre 10, 2008
Un Kamae nel Kendo

Un Kamae nel Kendo

Un brano dal libro di Dave Lowry “Lo spirito delle arti marziali” (Oscar Mondadori 1999, senza link perchè fuori catalogo), capitolo 24, Kamae: posizioni da combattimento.

Tutte le moderne Vie marziali presentano dei Kamae, posizioni di combattimento. In ciascuna disciplina, il praticante assume un kamae concepito per mostrare forza e spirito combattivo. Nel kamae di un praticante di karate o di judo non è possibile trovare un singolo bersaglio vulnerabile. Allo stesso modo gli studenti di kendo e di aikido studiano e praticano per rendere inespugnabili i loro kamae.
Al contrario, i kamae delle arti classiche del Giappone feudale sono differenti. In queste antiche forme, i Kamae spesso mostrano evidenti brecce, aperture in cui la spalla, il torso o le mani serrate sull’arma sono esposte al pericolo. Osservando queste posizioni, si ha la tentazione di immaginare che questi guerrieri fosseo suicidi, quasi volessero farsi colpire. In un certo senso, i kamae delle arti antiche sono effettivamente un invito ad attaccare. Un’esca. Una trappola mortale è celata in questi kamae, perché le brecce nelle posizioni delle arti classiche non sono errori strategici, fanno deliberatamente parte della strategia. Il kamae del guerriero induce a un attacco che egli è in grado di controllare. Esponendo uno specifico bersaglio, egli sa da quale direzione l’assalto arriverà, e da ciò si può avvantaggiare.

Questi contrastanti usi del kamae riflettono la differenza tra le arti di combattimento del XX secolo e quelle delle loro controparti storiche. Il praticante di oggi cerca di evitare il conflitto violento: il suo atteggiamento è difensivo, combattere è l’utlima possibilità, ed egli cerca principalmente di proteggere se stesso e gli altri. La professione del bushi consisteva nell’affrontare la battaglia. Doveva essere aggressivo in duello, o almeno doveva incoraggiare un attacco in modo che il combattimento potesse avere inizio. L’autoprotezione era sempre secondaria rispetto alla difesa del clan al quale il samurai apparteneva. L’interesse del signore veniva prima di quello del guerriero; non è una coincidenza, allora, che gli opposti atteggiamenti di guardia, kamae, dei praticanti di epoche differenti rivelino diversi scopi e caratteristiche.

Il kanji usato per indicare kamae deriva da due caratteri che significano “costruire con il legno”. Un kame marziale si costruisce, al tempo stesso, sia con la posizione fisica sia con l’atteggiamento mentale. La costruzione del kamae di un moderno bugeisha può essere considerata alla stregua di una solida fortezza, concepita per proteggere. Il kamae del bugeisha classico è più un trabocchetto, ideato per attirare l’avversario e intrappolarlo.

L’immagine è di shavanni, su flickr qui

Manuale di vita strategica

Posted in Uncategorized by lollipop on ottobre 8, 2008

Già che ne abbiam parlato ieri, notiamo come il colonnello Terzo, il protagonista de il Principe delle nuvole di Gianni Riotta, abbia in animo di scrivere e pubblicare un “Manuale di vita strategica”:
“Il mio Manuale pondera la vita come i grandi strateghi le loro campagne. Amministrando fortuna e sfortuna, vittorie e sconfitte, senza perdersi d’animo o inorgorglirsi, possiamo vivere senza mai crederci spacciati. Io insegno a scoprire, nella disperazione, una nascosta via di ritirata. Se il nemico ti costringe alla rotta confuda, tu recupera un’arma e prepara un agguato. In ogni campo di battaglia, in ogni occasione della vita, possiamo trovare il coraggio, l’inventiva e la fortuna per battere nemici assai più potenti di noi. A patto di soffrire e pensare. Perfino la confusione, il nostro interno disordine, si può trasformare in vantaggio. …”
L’immagine, qui su flickr, è di Marco Bucci.

Debolezze e punti di forza: la battaglia di Canne

Posted in Storia by lollipop on ottobre 7, 2008

Il 2 agosto del 216 a.C. si svolse la battaglia di Canne, la più grande battaglia della seconda guerra punica. Si potrebbe raccontarla in tanti modi, ma a noi piace prendere in prestito le parole del Colonnello Terzo, protagonista del libro di Gianni Riotta “Principe delle nuvole”.

 

“Non riesci a circondare un tronco con le dita, è evidente. Napoleone insegna che non si deve mai provare a circondare, con forze esigue, un nemico più potente. Eppure è esattamente quello che, contro ogni buon senso, Annibale Barca fa a Canne, il 2 agosto 216 a.C., ottenendo la più sanguinosa sconfitta di Roma, 70.000 caduti. I romani schierano sulle rive del fiume Ofanto un fronte straordinairio, file su file di legionari. Vogliono distruggere l’esercito cartaginese, farla finita con gli invasori africani. Pensa alla loro sorpresa, quando, dissolte le brume dell’alba, vedono Annibale lasciare ai lati i veterani cartaginesi e schierare al centro i mercenari spagnoli e galli, gente che combatte per la paga, poco affidabile, pronta alla fuga pur di salvare la ghirba. Lucente nella sua armatura, Annibale scende in campo in mezzo alla marmaglia, accompagnato dal fratello minore, il coraggioso e gentile Magone. Davanti alla linea retta dei romani”, Terzo tracciò lo schieramento delle legioni repubblicane, “i cartaginesi assumono un fronte convesso…Nessuno mai prima di allora …aveva affidato il cuore della battaglia a truppe inesperte e malfidate. Invocata la protezione degli dei, i romani attaccano. Scagliano lance e giavellotti, mulinano i gladi e pressano con gli scudi, irrompendo sul fragile fronte dei mercenari. Galli e spagnoli arretrano, ripiegano, ma rincuorati dalle urla e dall’esempio di Annibale e Magone, non sbandano. Cedono passo dopo passo, evitando il caos, tutti insieme, finchè il loro schieramento non diventa concavo”…”Ai fianchi, i veterani cartaginesi tengono con valore, ma i romani fiutano la vittoria. Il fronte dei mercenari resisterà poco alla furia della fanteria repubblicana: poi la rovina. In quel momento disperato, scatta la trappola di Annibale. Al suo segnale, la cavalleria pesante africana rientra al galoppo da un raid diversivo e la tenaglia è chiusa. Trascinati dalla foga brutale, i romani sono avvinti nel cerchio cartaginese, senza spazio per arretrare, come topi nel sacco. Cadranno uno a uno nella calca.”
“E che lezione di vita trae il tuo metodo da questa carneficina?”, chiese scettico Campari.

“Annibale vince impugnando la propria debolezza. Trasforma in arma le difficoltà. I romani allineano la potenza delle legioni? Lui la spezza puntando sui soldati peggiori. Rivolta contro gli avversari la loro forza. Non è forse una morale valida anche per noi?…”

La battaglia di Canne su Wikipedia qui.

Debolezze e punti di forza: Garrincha

Posted in Sport by lollipop on ottobre 4, 2008
Garrincha in azione in un disegno di Fabio Messina

Garrincha in azione in un disegno di Fabio Messina

Manuel Dos Santos, detto Garrincha (1933 – 1983) è stato uno dei più grandi calciatori (e sicuramente la migliore ala) di ogni epoca, anche grazie alla sua capacità di dribbling proverbiale. E la parte più importante del suo repertorio era costituita da un’unica finta, che anche se ripetuta più volte, anche di seguito, riusciva sempre nel suo intento. Gianni Brera la descrisse così: “fingeva di avviarsi con il piede sinistro: scambiava rabbiosamente il sinistro con il destro evitando il tackle avversario, poi comodamente avanzava per il cross.”

Eppure Mané nato poliomelitico, aveva una gamba notevolmente più corta dell’altra, che per di più gli fu lasciata storta da una successiva operazione di chirurgia correttiva. I dottori gli consigliavano di lasciare il calcio, gli osservatori delle grandi squadre non credevano in lui a causa del suo fisico anomalo, eppure quando il Botafogo decise di credere in lui, la sua indiscussa classe fu subito chiara.

Con le parole di Darwin Pastorin: “Il gioco del destino ti ha coinvolto diversamente, avrebbe portato le tue gambe informi in giro per il mondo, idolatrate, baciate, una gamba più corta, a rendere imprendibile, inverosimile, quella finta. Irripetibile. Gambe che ti hanno sempre portato da qualche parte, che non ti hanno mai tradito. Lungo la linea di fondo campo, fuori da un bar in ore sbagliate: le tue gambe, Manè, le tue gambe ti sono sempre state amiche.”

link al libro di Pastorin su Garrincha “Ode per Mané”

Garrincha su Wikipedia, da cui è tratto anche il disegno di Fabio Messina.

Debolezze e punti di forza: la rabona

Posted in Sport by lollipop on ottobre 3, 2008

Prendiamo la “rabona”, che nel gioco del calcio, è un colpo al pallone dato spostatndo il piede con cui si calcia dietro il piede di appoggio (e quindi incrociando i piedi). Si tratta di un movimento spettacolare, ma scomodo e non naturale. Perché allora un calciatore dovrebbe cimentarvisi? Beh, ci sono, l’effetto sorpresa, la spettacolarità del gesto, ma una delle ragioni principali è la possibilità di usare il piede naturale; così un calciatore mancino la usa per effettuare un cross mentre si trova sulla fascia destra e viceversa. Quindi una debolezza, l’incapacità di utilizzare un piede viene trasformata in una forza, con l’introduzione nel proprio repertorio di un movimento geniale e sorprendente.
Questo era soprattutto vero per il più famoso “rabonista” della storia, Diego Armando Maradona, che la ha usata più (come qui e qui) volte per crossare verso il centro da destra verso sinistra utilizzando il piede sinistro. È risaputo che il campione argentino usava il piede destro solo per camminare. La natura concreta della Rabona di Maradona la rende in qualche modo superiore a quelle sperimentate da allora da quasi tutti i grandi campioni e da molti altri, come il giovane calciatore peruviano-svedese Andres Vasquez, che l’anno scorso si è “inventato” questo gol qui.

In Italia fu introdotta (con un invenzione indipendente) negli anni settanta del secolo scorso dall’ala destra dell’Ascoli e poi del Torino Gianni Roccotelli. Pare che nelle redazioni dei giornali continui a circolare da una battuta di Guuido Lajolo che rivolto a Zelio Zucchi, che si lamentava del poco spazio che aveva il basket sul Corriere della Sera, gli rispose: “E piantala, un cross di Roccotelli vale più di tutto il campionato di pallacanestro”.

L’immagine della Rabona l’abbiamo trovata sul blog di Juan Aragon.

Debolezze e punti di forza_1

Posted in Economia, Storia by lollipop on ottobre 2, 2008
My weakness

My weakness

Un recente  post sul blog “zenhabits” porta il titolo “Attack Your Limitations: Turn Your Weaknesses Into Strenghts”, ed in effetti il rapporto tra debolezze e punti di forza è della massima importanza strategica, ed è da un pò che volevamo parlarne. Leo Babauta parte dalla considerazione che le debolezze possono essere trasformate in punti di forza con il giusto approccio mentale e che il per questo il primo passo da compiere è che le debolezze non sono reali debolezze. Il metodo proposto è oltremodo semplice e consiste in tre semplici passi: 1) riconoscere le proprie debolezze 2) riconoscere i propri punti di forza 3) fare in modo di far passare le debolezze nella colonna dei punti di forza. Seguono alcuni esempi che chiariscono il punto di vista di zenhabits. Non siete bravi a parlare in pubblico? Bene, concentrate la vostra attività nella comunicazione uno a uno. Non siete abbastanza veloci? Bene, siate ancora più posati, scrupolosi, riflessivi. Il vostro blog non ha molta audience? Bene, concentratevi sulla profondità dei rapporti con chi vi segue. Eccetera. Nei commenti qualcuno ha fatto notare che non si tratta di trasformare le debolezze in punti di forza, ma di abbandonare le prime e rafforzare le seconde. Non siamo d’accordo. Strategicamente quello che conta è proprio l’aver riconosciuto i propri punti deboli, in modo da saper utilizzare questa conoscenza nel vivo della “lotta”. Diventerò più riflessivo perché ho raggiunto la consapevolezza di non essere abbastanza veloce, in questo senso ho trasformato una debolezza in una forza, una forza magari di altro genere (non sono diventato più veloce) ma una forza. E se gli esempi di zenhabits vi sembrano un po’ fumosi, ve ne presenteremo altri, un po’ più concreti.
Continua.

La foto è di Manchester Hank.
Qui su klickr.

Chess is a form of acting

Posted in Scacchi, Uncategorized by lollipop on ottobre 2, 2008
Attori
Attori

In un intervista al settimanale tedesco “Spiegel”, riportata in traduzione inglese dal sito della Chessbase, il Campione del Mondo di scacchi, l’indiano Viswanathan Anand alla domanda “Qual è il ruolo delle emozioni?” ha risposto così: “Sono decisive. Il momento in cui realizzai che hai fatto un errore è il più sconvolgente da immaginare. Devi mantenere il controllo delle tue emozioni. Gli scacchi sono una forma di recitazione. Se il tuo avversario percepisce la tua insicurezza, la tua irritazione o il tuo avvilimento, allora stai incrementando il suo coraggio. Egli trarrà un vantaggio dalle tue debolezze. La sicurezza è molto importante, anche solo il mostrarsi sicuri lo è. Se commetti un errore ma non lasci che il tuo avversario si accorga dei tuoi pensieri, potrebbe anche non accorgersene”. L’intervistatore allora gli chiede se si considera abile a leggere il volto dei suoi avversari. La risposta di Anand: “Di solito i loro volti sono completamente calmi e spassionati, con l’eccezione di Garry Kasparov, che era come un libro aperto. Di solito quello che faccio è cercare di ascoltare la loro respirazione. Se la respirazione è profonda o superficiale, veloce o lenta – è qualcosa che può rivelare molto circa il grado della sua agitazione. In un match che dura un mese anche uno schiarirsi di gola può essere molto importante.”

Di solito gli scacchi vengano portati come esempio di gioco da inserire, nell’ambito della classificazione di Caillois (agon, alea, mimicry, ilinx), nella categoria dell’agon, quella che comprende giochi che presentano caretteristiche di competizione in cui vi sia un’uguaglianza di probabilità di successo. Poi un po’ di esperienza pratica e la lettura del libro di Donner, “The King”, ci ha permesso di portare allo scoperto una cosa di cui abbiamo sempre sospettato, gli scacchi come gioco di fortuna (alea). Ed il gioco blitz, e soprattutto quello “bullett” con tempo di riflessione di un minuto, non corrisponde forse alla ricerca di vertigine, all’ilinx? Mancava la mimicry, la drammatizzazione, il travestimento, l’uscire da se stessi per impersonare l’altro: ma ora con la rivelazione di Anand, anche “la maschera” viene occupata dal gioco degli scacchi.

La foto “The Big Voice” è di basykes,  qui su Flickr. Gli attori sono Jim Brochu e Steve Schalchlin.

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