La mossa del cavallo

Turtle time

Posted in Economia, Sport by lollipop on maggio 27, 2008

 

 

Per dirla con Huizinga, il gioco comincia e a un certo momento è finito. La partita inizia e si conclude ad un segnale convenuto, ma il giocatore ha molteplici modi per sfruttare a suo vantaggio i meccanismi che determinano la “durata” del gioco.

 

Nel suo libro del 1993 “Winning ugly”, per qualche strana ragione mai tradotto in italiano, il tennista e poi allenatore Brad Gilbert ci racconta del “turtle time” in relazione ad un suo incontro con Ivan Lendl.

Gilbert spiega che lo scopo della strategia del “turtle time” è quello di modificare le dinamiche di quello che sta succedendo sul campo di gioco. La vittima del “turtle time” diventa impaziente, quando si diventa impazienti si tende a fare le cose di fretta, quando si fanno le cose di fretta si commettono errori fisici e mentali. Quando si commettono degli errori si perdono dei punti.

Il gioco di un tennista può uscirne distrutto se non è in grado di trovare delle contromisure immediate. Gilbert racconta di un suo match contro Lendl nei quarti di finale di un torneo internazionale del 1986. All’epoca Lendl era il numero uno del ranking mondiale, mentre Gilbert si aggirava intorno al dodicesimo posto, e in più non aveva mai battuto Lendl in precedenza. Gilbert afferma che in quel match sentiva una certa pressione perché era consapevole che una sua vittoria sarebbe stata psicologicamente molto importante per la sua carriera ed in più sentiva che una vittoria quel giorno era alla sua portata.

 

Ecco come andarono le cose nel racconto di Gilbert. Lendl vinse il primo set, ma poi Gilbert trovò il suo ritmo e vinse il secondo set per 6 – 3 e si portò a condurre 2 a 0 con il servizio a disposizione nel terzo e decisivo set. A Gilbert sarebbe stato sufficiente mantenere i suoi game di servizio per aggiudicarsi il match. Lendl a questo punto capisce che per rimanere in partita deve fare qualcosa e possibilmente deve farlo in fretta. È  ovvio ad entrambi i giocatori che Gilbert è nella “zona”, uno di quei momenti in cui si è concentrati, con buoni colpi, buoni piedi e un’attitudine positiva. L’inerzia del match era tutta dalla parte di Gilbert, e Lendl intuisce che questa è proprio la cosa più importante, interrompere l’inerzia, fare uscire Gilbert dalla “zona”.

Gilbert racconta che si stava preparando a servire per il terzo game del terzo set, ed era praticamente pronto quando Lendl si rivolse all’arbitro chiedendogli di ricordare al pubblico di non usare flash. Gilbert fa notare che dopo due ore di tennis e due set e mezzo, il pubblico non scatta più fotografie perché ha già finito le pellicole. Ovviamente la richiesta di Lendl aveva l’unico scopo di spezzare il ritmo di Gilbert. Viene giocato un punto. Subito dopo Lendl cammina verso il giudice di linea e gli chiede se è sicuro della chiamata. E già che c’è gli chiede anche della chiamata precedente, e suggerisce che forse il giudice di linea dovrebbe prestare più attenzione. Poi lentamente torna sulla linea di fondocampo, scuotendo la testa come per dire, ehi, quanto è difficile questa vita! Prima di arrivare alla linea di fondo si ferma ancora per asciugarsi con l’asciugamano. Niente che non sia legittimo, semplicemente, lentamente sta cercando di rallentare il ritmo del gioco. Gilbert è pronto a servire. Lendl un attimo prima della sua battuta si rivolge all’arbitro, dicendogli di dire a Gilbert di non metterci così tanto a servire, perché sta distruggendo il gioco. Gilbert fa notare all’arbitro che sta servendo come ha fatto tutta la partita, e l’arbitro è d’accordo, ma lentamente la trappola di Lendl sta iniziando a funzionare. “Il mio ritmo e la mia concentrazione non sono più gli stessi, Lendl cerca di non farmi pensare ai miei colpi, ma a quanto ci sto mettendo per battere, e ci sta riuscendo. Poiché mi accorgo di tutto questo, per reazione cerco di contrastare la sua strategia di rallentare il gioco accelerandolo, inizio a fare le cose più in fretta e divento impaziente. Non è la cosa giusta da fare, anzi è esattamente quello che voleva Lendl. Perdo il servizio. Lendl va a servire. Sono furioso, voglio un altro break e lo voglio subito. Lentamente Lendl si avvicina alla linea di servizio. Io sono pronto, ma lui non ancora. Inizia con la sua routine delle sopracciglia, (Lendl era solito giocare con le sopracciglia nei momenti topici). Poi deve decidere con quale palla servire. Ne guarda una, poi ne prende un’altra e la guarda ancora. Poi ancora la prima. Poi inizia a giocare con le palle poi le guarda ancora una per una. Finalmente decide; io sono ancora nella posizione di risposta. Pronto a servire? Lendl inizia a far rimbalzare la palla che ha scelto. Una, due, tre volte. Quattro. Aspetta un minuto deve avere del sudore sugli occhi, si asciuga, e ricomincia a far rimbalzare la pallina. Una, due, tre volte. Ferma tutto, Ivan cerca nelle tasche della polvere di gesso. Batte la sua racchetta un paio di volte. Io sono ancora nella posizione di ricezione al servizio. Un colpo della racchetta alle scarpe. Fa rimbalzare la palla ancora una volta. Mi guarda. Serve. Ace! Lendl conduce 15 a zero. Io sono ancora nella posizione di ricezione al servizio. Da 2 a 0 per me nel terzo set non vincerò più un altro game, Lendl vinse sei giochi di fila per aggiudicarsi il terzo set per 6 a 2. Questo è il Turtle time.“

Quella volta Lendl riuscì a spezzare il ritmo e la concentrazione di Gilbert, ma come bisogna comportarsi per contrastare la strategia di rallentare il gioco? Gilbert dà una serie di consigli, ripete più volte che bisogna essere pazienti, ma in pratica il concetto chiave è che bisogna mantenere l’iniziativa. Non c’è niente che si possa fare per velocizzare il ritmo dell’avversario, ma possiamo fare molto con le nostre azioni, possiamo metterci anche noi a far rimbalzare la palla otto o nove volte, possiamo fermarci a legarci le scarpe e ostentare il gesto, l’unica cosa che non bisogna fare è subire l’iniziativa psicologica dell’avversario. In conclusione Gilbert ricorda:

“Ma quella volta con Lendl le cose non funzionarono perché non mi accorsi in tempo della sua tattica e quando me ne accorsi reagii con rabbia e frustrazione.

È onesto dire che non fu l’atteggiamento di Lend il motivo per cui persi, ma la dinamica di un match è volatile, e persi il match perché non fui capace di rispondere correttamente alla strategia di Lendl.”

La gestione del tempo del resto è un attività che viene ormai insegnata nei corsi per manager. La prima legge di Parkinson sostiene che “il lavoro si espande fino ad occupare tutto il tempo disponibile; più è il tempo e più il lavoro sembra importante e impegnativo”. In altre parole, dato un tempo a disposizione, esso sarà impiegato per terminare una certa attività; quindi se avremo poco tempo lo useremo tutto, se ne avremo molto, lo useremo tutto lo stesso. Se si ha un certo tempo per svolgere un determinato compito, si impiegherà quel tempo, se il tempo a disposizione è il doppio, o il triplo, si userà comunque tutto il tempo a disposizione, che tenderà a sembrarci poco. Queste considerazioni ci portano ad un’altra legge, quella di Pearlman, la quale sostiene che il prodotto dello sforzo per il tempo è una costante, che implica che spesso si tende a concentrarci non tanto sullo sforzo da mettere in campo per compiere una certa attività, quanto sul tempo a disposizione.

Per imparare a gestire il tempo, si può iniziare a riconoscerne tre tipologie:

         il tempo imposto dal sistema

         il tempo imposto dagli altri

         il tempo che governiamo da soli

 

Gilbert sarebbe d’accordo nell’affermare che il terzo set del suo match con Lendl si è svolto in gran parte “nel tempo imposto dagli altri”.

 

http://www.amazon.com/Winning-Ugly-Mental-Warfare-Tennis-Lessons/dp/067188400X/ref=pd_bbs_2?ie=UTF8&s=books&qid=1206003130&sr=8-2

Il caso_5

Posted in Libri by lollipop on maggio 25, 2008

Si può anche arrivare ad immaginare che tutte le decisioni vengano prese affidandosi al caso, magari a dei dadi, come per l’appunto fa il protagonista del romanzo “L’uomo dei dadi”, Luke Rhinehart, che è anche lo pseudonimo sotto cui si cela l’autore, il cui vero nome è George Cockroft. Al termine di un’ennesima, paludosa serata di poker, Luke tenta un rimedio alla noia: scorge fra le carte da gioco un dado, e gli “affida” una prima, formidabile decisione a “luci rosse” … Ingolosito dagli esiti a dir poco sconvolgenti, Luke, non resiste alla tentazione di proseguire il gioco nei giorni successivi. Anche perché il dado reagisce bene, benissimo, si rivela anzi un mezzo oracolo: risponde a ogni domanda, dalla più banale alla più estrema… lanciando, letteralmente, Luke, e con lui uno stuolo sempre più nutrito di “cultori” in situazioni splendide quanto assurde, allucinanti ma illuminanti, comunque straordinarie.

Questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1971, è diventato con il tempo un classico di culto e negli ultimi anni pare essere stato riscoperto da nuove generazioni di lettori. Dell’autore non si sa molto, se non che pare si sia allenato anche lui a lungo con la “tecnica dei dadi”, se così è senza ironia ci si può chiedere chissà quali delle sue numerose attività sono state decise da un tiro di dadi: insegnare inglese agli hippies sull’isola di Maiorca (1), fare il giro del mondo in barca (2), vivere in un eremo sufi (3), abitare su una barca a vela nel mediterraneo (4), creare un “centro del culto del dado” a New York (5), scrivere un libro (6).

In ogni caso, come per tutti i “classici di culto” o amerete questo libro o lo troverete insopportabile. Beh, se proprio il libro non vi piacesse, ad un certo punto potete tirare un dado per decidere se andare avanti …..

http://www.marcosymarcos.com/recensioni%20dadi.htm

Menti strategiche in azione

Posted in Uncategorized by lollipop on maggio 23, 2008

Un bambino di tre anni non vuole vestirsi, il padre cerca di convincerlo anche con qualche tentativo coercitivo, il bambino si dimena. Interviene il fratello di sei anni: Papà, fai come si fa a Judo! Il padre: e cioè? Usa la sua forza contro di lui!

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Il caso_4 (Taleb e l’asino di Buridano)

Posted in Economia, Matematica by lollipop on maggio 22, 2008

 

Dell’utilizzo razionale del caso, Nassim Nicholas Taleb, trader e autore del libro “Giocati dal caso”, ha fatto un vero e proprio strumento di lavoro.

 

Taleb stesso ci dice che la migliore descrizione della mia attività nei mercati è “scommesse asimmetriche”. Cerco cioè di beneficiare degli eventi rari, eventi che non tendono a ripetersi frequentemente ma che di conseguenza, quando avvengono, pagano molto bene. Provo a guaadagnare in modo infrequente, quanto più infrequentemente possibile. … Uno degli strumenti più utilizzati da Taleb, per “giocare con l’incertezza”, è il metodo di Montecarlo. In pratica, Taleb, per prendere le sue decisioni, non tira uno, ma milioni di dadi!

 

Lasciamo spiegare allo stesso Taleb come si è originata la sua attività di scommettirore asimmetrico:

Il mio motore Montecarlo mi ha permesso di vivere diverse avventure interessanti. Mentre i miei colleghi erano immersi in motizie, annunci di banche centrali, rapporti sugli utili, previsioni economiche, risultati sportivi, e, non ultime, lotte di potere, iniziai a giocare con il motore in campi confinanti con la probabilità finanziaria. Per il dilettante, un naturale campo di applicazione è la biologia evoluzionistica: l’universalità del suo messaggio e le sue applicazioni ai mercati la rendono molto interessante. Cominciai a simulare popolazioni di animali mutanti chiamati Zorglub, soggette a condizioni climatiche variabili ,e a osservare le conclusioni più inaspettate. Il mio scopo, come dilettante puro in fuga dalla noia della vita professionale, era semplicemente di sviluppare un’intuizione per questo tipo di eventi, il tipo di intuizione che i dilettanti riescono a formarsi senza addentrarsi nella dettagliatissima sofisticazione del ricercatore professionista. … Naturalmente, una simualzione analoga alla fabbricazione di una popolazione di Zorglub consisteva nella creazione sotto regimi di mercato, per esempio boom e crolli, di una popolazione di “rialzisti idioti”, “ribassisti impetuosi” e trader prudenti, e nell’esaminare la loro sopravvivenza a breve e a lungo termine. In tale struttura, i “rialzisti idioti” che si arricchivano durante il boom usavano i guadagni per acquistare altre azioni, facendo rialzare ulteriormente i prezzi, fino alla loro disfatta finale. I trader ribassisti, per parte loro, non riuscivano neanche ad arrivarci al crollo. I miei modelli mostravano che quasi nessuno riusciva a guadagnare: i ribassisti cadevano come mosche durantre il boom, mentre i rialzsti finivano massacrati quando la musica si fermava e i profitti di carta, non realizzati, svanivano. Ma c’era un’eccezione: alcuni di quelli che facevano trading di opzioni (li chiamavo “compratori di opzioni”) avevano una notevole capacità di sopravvivenza, e io volevo essere uno di loro.

 

Da un punto di vista maggiormente pratico, l’esempio che egli porta ad un  certo punto sull’Asino di Buridano avrebbe potuto essere usate da John Nunn mentre cercava di convincerci a non riflettere troppo su una singola mossa.

 

La non linearità dei risultati casuali viene a volte utilizzata per interrompere situazioni di stallo. Prendiamo il problema della “spintarella non lineare”: un asino, assetato e affamato, viene piazzato a distanza esattamente uguale da due fonti di cibo e d’acqua. In questo quadro, l’asino morirebbe sia di sete che di fame, poiché sarebbe incapace di decidere da dove cominciare. Si aggiunga ora un po’ di casualità, sotto forma di una spintarella fortuita all’asino, che lo faccia avvicianre un po’ a una delle due fontio, non importa quale, e allontanare dall’altra. L’impasse sarebbe immediatamente rotta e il nostro felice asinello potrebbe prima sfamarsi e poi dissetarsi o viceversa.

 

Senza dubbio il lettore ha qualche volta giocato a una versione dell’asino di Buridano, lanciando una moneta per spezzare una di quelle piccole situazioni di stallo nelle quali si lascia che il caso aiuti il processo decisionale. Che sia la signora Fortuna a prendere la decisione, alla quale ci sottomettiamo lietamente.

 

Un nuovo libro di Taleb “Il cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita” è stato appena pubblicato dal Saggiatore; ne riparleremo appena avremo avuto il tempo di leggerlo.

http://www.saggiatore.it/home_saggiatore.php?n=4&b_id=314&l=it

Il caso_3

Posted in Scacchi by lollipop on maggio 20, 2008

In certe situazioni affidarsi al caso può essere un metodo di scelta anche nel gioco razionale per eccellenza, gli scacchi. Sentite per esempio cosa consiglia il GM inglese John Nunn in un suo libro …. (pagina 26 dell’edizione italiana “Cosa deve sapere il giocatore da torneo” Edizioni Prisma) … Quando si studia una data posizione, è quasi sempre vero che nei primi cinque minuti di analisi si vedono più cose che nei cinque minuti successivi. Gli ulteriori cinque minuti dopo il decimo sono ancora meno produttivi, e così via. Ho avuto modo di constatare che quando si impiega più di 20 minuti per eseguira una mossa, in genere si finisce col commettere un errore. Il normale processo decisionale di uno scacchista non dovrebbe insomma richiedere più di un quarto d’ora, nemmeno in situazioni abbastanza complesse. Come è ovvio, si tratta di una regola empirica destinata inevitabilmente a subire delle eccezioni, che però saranno senz’altro molto meno frequenti di quel che si potrebbe pensare. Se un giocatore impiega troppo tempo su una mossa, è probabilmente segno che non esiste alcun seguito valido, oppure che la sua indecisione ha radici psicologiche e non tecniche. Sono davvero poche le posizioni talmente complicate da rendere necessari più di 20 minuti di riflessione per venirne a capo. Se state meditando sulla vostra mossa già da diversi minuti, e ancora non siete sicuri di cosa giocare, dovete a tutti i costi comportarvi in modo brutalmente pragmatico. Chiedetevi se qualche altro minuto davanti alla scacchiera potrà realmente aiutarvi a trovare la mossa giusta. Ad esempio, le vostre profonde elucubrazioni potrebbero essere il frutto di un’indecisione fra due mosse che vi sembrano di forza equivalente. Se dopo venti minuti non avete ancora scoperto un buon motivo per preferire una delle due, sembra ragionevole ipotizzare che in concreto entrambe le alternative possano andare bene. A furia di spremervi le meningi, potreste alla fine scovare una minuscola differenza tra le due, ma probabilmente questo non sarebbe il modo migliore di investire il vostro tempo. Prima di tutto, è facile sbagliarsi quando si cerca di valutare una posizione fin nei minimi dettagli; in secondo luogo, serve a poco ottenere un vantaggio microscopico se poi ci si ritrova in un forte Zeitnot dove si lasciano in presa pezzi vari. Le partite che vengono decise dalla progressiva accumulazione di piccoli vantaggi sono molto meno comuni di quanto certi libri vorrebbero farci credere. … Assai più frequenti sono gli esempi in cui enrambi i giocatori commettono errori, e l’iniziativa passa di continuo da un avversario all’altro; alla lunga, il risultato sarà determinato da un grave errore.

 

Perciò, io vi consiglerei senz’altro di fidarvi del vostro intuito nello scegliere fra varie mosse dall’aspetto equivalente; se poi neanche così riuscite a trovare un motivo per esprimere la vostra preferenza, selezionate le mosse che vi sembrano giocabili ed effettuatene una a caso.

 

www.prismascacchi.com/

 

http://www.scacchi.biz/catalogo/dettaglio.asp?lingua=I&CAT=&P=2&PROD=4603&T=R&C=nunn

 

 

Il caso_2

Posted in Storia by lollipop on maggio 17, 2008

 

 

Abbiamo già citato Ivar Ekeland parlando delle strategie da adottare per il portiere prima del calcio di rigore. Nel primo capitolo del suo libro “A caso. La sorte, la scienza e il mondo”. 1991 edizione italiana Bollati Boringhieri 1992 (ristampa 1999) ci viene raccontata la storia di come il re di Norvegia e il re di Svezia si giocano una città ai dadi:

Torstein Frode narra che a Hising c’era una città che aveva legato la sua sorte ora alla Norvegia ora alla Svezia.

I due re si accordarono allora di tirare a sorte per decidere a chi dovesse toccare il possesso della città: essi avrebero lanciato i dadi e avrebbe vinto chi avesse conseguito il totale più elevato.

 Il re di Svezia ottenne due sei, e disse che non era più il caso che il re Olav lanciasse i dadi a sua volta. Ma questi rispose, scuotendo i dadi nel suo pugno: “in questi dadi rimangono ancora due sei, e non è difficile a Dio, mio signore, farli uscire”. Lanciò i dadi, e ottenne un doppio sei. Fu poi di nuovo la volta del re di Svezia, che ottenne un altro doppio sei. Poi lanciò il re Olav, e uno dei dadi diede ancora sei, ma l’altro si ruppe in due pezzi, che diedero la somma di sette punti. La citta spettò dunque al re Olav.

Ekeland fa poi notare che “il ricorso alla sorte può essere allora inteso in vari modi, particolarmente come un’ordalia, un giudizio di Dio, e in questo modo lo intese senza dubbio il cronista. Un’intelligenza moderna preferirà vedere in questo procedimento un modo di dividere in due una cosa indivisibile. I due re, riconoscendosi uguali diritti sulla città e non avendo inoltre né principi da affermare dè diritti da difendere, videro in un condominio più inconvenienti che vantaggi, e trovarono questo modo per esercitare i loro diritti. Dare a qualcuno metà di un oggetto, o accordandogli una probabilità su due di poterlo avere per intero, è press’a poco la stessa cosa, e solo la seconda soluzione è praticabile quando l’oggetto è indivisibile. Questo procedimento è ben noto oggi ai teorici dell’economia, che se ne servono per affermare che ogni bene è indefinitamente divisibile.”

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Il caso_1

Posted in Film by lollipop on maggio 15, 2008

 

 “Non lasciate niente al caso”: quante volte ve lo hanno consigliato, suggerito? Quante volte avete seguito questa indicazione? Ma è proprio vero che non bisogna mai lasciare che il caso intervenga nei nostri processi decisionali?

In innumerevoli circostanze gli uomini hanno razionalmente scelto di affidare alla sorte le loro decisioni, ed ormai sono molti anni che la teoria dei giochi ha dimostrato matematicamente che in molte situazioni affidarsi al caso è proprio la scelta migliore. Andando in gira tra i nostri archivi vi proponiamo una serie di esempi. 

Dino Risi, il regista, ha raccontato ad Irene Bignardi (La Repubblica del 9 agosto 2006) un episodio che altro non è se non una vera e propria ordalia in chiave moderna. Risi racconta che il periodo dell’estate del 1961 in cui fu girato “Il sorpasso” fu “una vacanza fantastica”, e che tutti si divertivano, meno Cecchi Gori, che produceva il film e che era molto preoccupato per il finale, inconsueto per quel genere di film, che già veniva chiamato commedia all’italiana. “Il povero Cecchi Gori non era affatto contento, e a mano a mano che risalivamo l’Aurelia, a ogni tappa, da Civitavecchia a Castiglioncello, cercava disperatamente di convincermi a buttarlo. Io prendevo tempo. Quella scena, la scena in cui dopo la lunga corsa dei due sull’Aurelia a macchina si trova di fronte a un camion, appunto, in un sorpasso, e Gassman salta fuori in tempo e Trintignant rimane imprigionato e precipita con l’auto dalla scogliera, era ovviamente prevista per l’ultimo giorno di lavorazione, perché poi la macchina non sarebbe più stata utilizzabile”. Si era ormai alla fine di settembre, il tempo era incerto, l’estate stava per finire.

E Cecchi Gori, da buon giocatore, ha tentato la sua ultima carta. Ha detto: facciamo così, che se domani piove, come a lui sembrave che dovesse succedere, si torna tutti a Roma, e il film finisce con Bruno Cortona e Roberto che se ne vanno felici e contenti, ormai amici per sempre. Bè, non è piovuto. Il finale sarebbe stato il mio.

 

Anche grazie a questo finale amaro, “Il sorpasso” è diventato un classico del cinema italiano.

 

http://www.italica.rai.it/cinema/commedia/ilsorpasso.htm

http://www.internetbookshop.it/dvd/8017229438257/dino-risi/sorpasso.html

Miniature

Posted in Miniature by lollipop on maggio 13, 2008

“I miei fianchi sono in ritirata, il mio centro sta collassando: all’attacco!”

Michel Ney

Qui su wikipedia

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Il bluff_6

Posted in Uncategorized by lollipop on maggio 11, 2008

Si può concludere definendo il bluff come una scelta strategica effettuata nell’insieme dei comportamenti consentiti dalle regole, sia di quelle del “game” che del “play”, che ha lo scopo di indurre in errore gli altri competitori, cercando di alterare la propria posizione nello spazio delle regole, per esempio facendo credere di essere in una situazione migliore di quella reale, o viceversa.

In alcune situazioni può essere possibile dare alcuni principi sul bluff, ma sarebbe sbagliato estenderli a diversi sistemi di regole. Prendiamo come esempio le considerazioni sul bluff che fa Dario De Toffoli nel suo libro “Giocare e vincere a poker” e proviamo a confrontarle con alcuni degli altri esempi visti.

         è più difficile bluffare se si gioca con puntate limitate, piuttosto che senza limiti; giocando con un limite il rapporto puntata/piatto è molto basso e dunque più facile che gli avversari abbiano chance adeguate per andare a vedere con la loro mano. Per le guardie dell’edificio da cui esce Edith Bonnessen la puntata è bassissima, equivalente allo sforzo di fermarla per chiederle di mostrare il lasciapassare, ma è bassissimo anche il piatto (probabilmente non sanno di dover cercare qualcuno); il piatto potrebbe anche essere negativo, se pensassero di disturbare i colonnelli fermando la donna.

         Meno forti sono i giocatori che state affrontando, più è difficile che un bluff riesca, specialmente giocando con la puntata limitata. Un giocatore forte tende a “rispettare” le puntate dei suoi avversari e ha la disciplina necessaria per uscire dalla mano; un giocatore debole tende ad andare a vedere molto più del necessario, e magari non perché ha capito che state bluffando, ma per semplice curiosità, perché non si sa mai: alla lunga chi gioca così tenderà a perdere molto, ma ai suoi avversari converrà bluffare con molta prudenza. Questo è vero anche negli scacchi, un giocatore più debole si preoccuperà meno di certe sottigliezze, e  seguirà il suo intuito, come pure è vero nel mondo economico, con un altro tipo di prodotto per un altro tipo di pubblico probabilmente Brunello Cucinelli non avrebbe dovuto rispondere al telefono con voci ogni volta diverse.  In altri contesti può essere vero l’esatto contrario, una guardia più attenta avrebbe potuto fermare la fuggitiva.

         Per bluffare la posizione è determinante. Parlando dopo i vostri avversari, godete di informazioni che loro non avevano e potere regolarvi di conseguenza; tendenzialmente questa pare una regola generalizzabile, magari sostituendo al concetto di posizione quello di “Iniziativa”.

         Più giocatori sono in gioco, più è difficile che un bluff riesca. Anche questa regola pare generalizzabile. In particolare è vera anche nel caso della fuga di Edith Bonnessen: è vero che più persone che circolano nell’edificio possono avvantaggiarla, aumentando la confusione, ma i giocatori, gli avversari sono le guardie, e se queste fossero in numero maggiore, aumenterebbe la probabilità di trovarne una che pensi “non si sa mai”.

         I giocatori tendono ad essere più prudenti quando sono in pari che quando vincono o perdono molto. Anche questo è sicuramente generalizzabile; al momento della sesta partita Short era in svantaggio per 4 a 1 e nel momento del suo bluff Kasparov stava per perdere la partita. Per Edith c’era in gioco la vita stessa e per Brunello Cucinelli il suo futuro professionale.

         In certi tipi di poker spesso si può fare il cosiddetto “semibluff”: voi puntate sperando che tutti gli avversari passino, ma conservate comunque qualche probabilità di vittoria. Anche quest’ultima considerazione è più spesso vero che falsa; ad esempio, dato il sistema di regole degli scacchi, Short avrebbe potuto continuare a giocare e a lottare anche se il suo avversario avesse scelto le mosse migliori. Anche quello di Cucinelli può essere considerato un semibluff, se anche fosse stato “visto” la qualità dei suoi maglioni avrebbe sempre significato avere in mano una combinazione molto alta.

http://www.internetbookshop.it/code/9788820043896/de-toffoli-dario/grande-libro-del.html

Il bluff_5

Posted in Storia by lollipop on maggio 9, 2008

Un’altra storia di bluff riuscito è quella, che sembra tratta da un film ma non lo è, di Edith Bonnessen, una ragazza danese che durante l’occupazione tedesca faceva parte della resistenza antinazista. Edith deve uscire da un edificio che è pieno di soldati e di SS. “La ragazza si dirige senza esitazione verso l’uscita, sfoggiando grandi sorrisi e salutando chiunque incontri. Sfortunatamente l’uscita è presidiata da due SS, che controllano i lasciapassare. Edith torna sui suoi passi, entra in ufficio, afferra alcuni documenti a caso, esce e si mette alle costole di due colonnelli che stanno per uscire dall’edificio. Le guardie alla porta scattano sull’attenti davanti ai superiori; la ragazza, imperterrita e imperturbabile, continua a seguire i colonnelli. Quando i due ufficiali salgono in auto, Edith li saluta, avendo cura che i colonnelli non la sentano ma che il saluto sia invece avvertito distintamente dalle due SS di guardia alla porta, che stanno osservando la scena. Infine, tranquillamente si mescola ai passanti e scompare”.

Questa storia la abbiamo presa in prestito dal libro di Matteo Rampin “Le astuzie dell’occidente”.

I bluff che avvengono nel gioco come “play” quasi sempre esauriscono il loro valore nella singola partita e quasi mai si trova un significato a lungo termine; immaginiamo che la protagonista di questa storia a lieto fine non avrà tentato di applicare una seconda volta la sua strategia.

Anche qui il meccanismo del bluff è diverso da quelli precedenti; qui la puntata di Edith non cerca di vincere il piatto puntando molto su una combinazione scadente, ma il suo è un bluff “inverso”: Edith cerca di vincere (uscire dall’edificio) puntando pochissimo (non cercando di nascondersi) su un piatto molto alto (la vita, la libertà).

5_continua

http://www.internetbookshop.it/code/9788879288569/rampin-matteo/astuzie-dell-occidente.html

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