La mossa del cavallo

Pensare l’efficacia

Pubblicato in Uncategorized da lollipop il Dicembre 21, 2009

In Occidente gli strateghi cercano azione, in Cina cercano pendenza:

Lo stratega viene invitato a partire dalla situazione, non da una situazione quale potrebbe essere preliminarmente modellizzata, ma dalla situazione in cui ci si trova e all’interno della quale si tenta di scoprire dove risiede il potenziale e come sfruttarlo.
L’immagine privilegiata dai trattati di strategia cinesi ci rinvia un’esperienza assai comune, senza che venga chiamato in causa alcunchè di misterioso. Traducendo il secondo termine con “potenziale della situazione” intendo riferirmi a quello che da noi, nella fisica classica, viene definito “teorema del potenziale della situazione”. Prendiamo, per esempio, un caso tipico: se raccogliamo una certa quantità d’acqua alla sommità di una pendenza, costruendo uno sbarramento per trattenerla, potremo calcolare, in funzione della massa dell’acqua e dell’inclinazione della pendenza, la forza con la quale, nel caso si aprisse una falla, l’acqua scenderebbe, portando con sé tutto ciò che si trova sul suo cammino. È esattamente la stessa immagine che troviamo sul versante cinese. Ma sul versante europeo, come si può constatare, se ne ricava un teorema della fisica, il teorema del potenziale della situazione, mentre sul versante cinese l’immagine viene sfruttata dal punto di vista della strategia. Il grande generale sarà infatti proprio colui che è sempre in grado di trovare una pendenza sotto di sé: egli vedrà allora scorrere le sue truppe come l’acqua che segue la pendenza del terreno, senza sforzo.

Ed in un libro così, non poteva mancare un riferimento al go:

(Pagina 81)
Prendiamo per esempio il gioco del go che, diversamente dagli scacchi, è adatto a illustrare, nel suo modo di operare, lo scarto che separa le diverse concezioni (si pensi alla frase di Leibniz citata all’inizio del libro: “I loro stessi giochi differiscono dai nostri”). Chiunque abbia avuto occasione, anche fuggevolmente, di giocare a go, sa benissimo come lì i combattimenti avvengano non per scontri frontali ma attraverso “attrazioni” e “repulsioni” (come il tracciato nell’arte della scrittura o della pittura in Cina), in seno a rapporti di forza ambigui e malleabili, naipolabili, con l’attacco che parte da lontano e procede per vie oblique. In una simile strategia, la priorità è attribuita alle circonvolzuioni complesse e agli aggiramenti. In mancanza di un obiettivo predeterminato, visto che non esiste né un pezzo principale da annientare né una zona sensibile da conquistare, le prime pietre, disperse, stabiliscono un campo di influenza che disegna, organizzandosi, un territorio potenziale in cui la mia influenza ha la possibilità di concretizzarsi. Connettendosi progressivamente, queste pietre renderanno alla fine un territorio solido e duraturo. Anche nel gioco, l’obiettivo non è di distruggere il mio avversario, di eliminarlo (scacco matto!), ma io lo combatto per sopravvivere più a lungo, servendomi di lui nel mentre si opera contro di lui.

Francois Jullien

Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente

Editori Laterza 2005

Fuga

Pubblicato in Uncategorized da lollipop il Dicembre 21, 2009


Uno dei nostri argomenti preferiti, la fuga. Ne parla Christoph Baker su
“Ozio Lentezza e Nostalgia. Decalogo mediterraneo per una vita più conviviale.” EMI

So di appellarmi a un pensiero “debole” quando invoco la fuga come metodo filosofico. So bene che l’invito al passo laterale o all’indietreggiare cozza con i nostri riferimenti tradizionali di linearità e di progresso storico. Lo stesso concetto di fuga è stato colonizzato, reso negativo e peggiorativo, fatto equivalere all’abbandono e alla resa. Il fuggiasco diventa un vigliacco, un poco di buono, una persona su cui non si può contare. Ciò nonostante, vorrei almeno che ognuno di noi avesse il diritto di tentare la fuga, di volgere lo sguardo da un’altra parte, di scoprire cosa c’è laddove ci dicono da secoli che non bisogna andare. L’importanza della fuga potrebbe essere proprio in questa proposta di sovversione mentale. Chissà che non scopriamo con essa un modo di spogliarci di troppe pesanti verità, di troppe schiaccianti regole? La fuga come pulizia interna, come ritorno alla serenità.
Badate che la fuga è una cosa nobile. A questo proposito, vorrei chiamare in causa la storia e un mio omonimo (anche se francese), le Capitaine Boulanger, che nel periodo del Directoire, nel momento cruciale di una rivolta popolare, mentre la folla lo aspettava in piazza per partire all’attacco dei potenti, si diede alla fuga con l’amante, consapevole che tutto il sangue che si sarebbe sparso quel girono, per quella causa, non gli avrebbe mai dato la soddisfazione di una sola notte con quella donna! Uomo perdente, dissero all’epoca. Ma tanto di cappello!

(…)
E quante altre storie sconosciute di uomini e donne che in mezzo al combattimento hanno deciso che era meglio lasciare perdere piuttosto che partecipare volontariamente a quel massacro continuo che sono le guerre? E che dire di quelli che hanno aiutato uomini in fuga?
La storia minore è piena di eroi della sconfitta, di gente che non ce la faceva più a stare dalla parte dei potenti, di chi trionfava, magari con le trombe sparate a mille. A volte anche rigirarsi nel letto il giorno della parata militare e tapparsi le orecchie, a volte anche questo è un modo di fuggire.
Ma l’importanza della fuga sta anchenel suo potere liberatorio, nel suo invito a guardare ad un orizzonte nuovo. Nella sua essenza, la fuga è speranza. Speranza di un mondo diverso, speranza di un incontro inaspettato, di uno sconvolgimento di abitudini. Nella mente del fuggiasco, c’è sempre una frontiera da oltrepassare, e quindi un viaggio.
La fuga è spesso il migliore modo di risolvere una situazione passeggera di attrito, di rancore, di incomprensione. La fuga implica il coraggio della diserzione, del distacco, di salire sul primo treno che lascia la stazione per lontano. Il sentimento liberatorio della fuga si sente allora profondamente quando dalla finestra del treno o dell’autobus, ci si accorge che il mondo è sempre lì, che ti aspetta, che tutto va bene, ma che per la prima volta hai veramente aperto gli occhi, hai veramente visto tutta questa ricchezza. Come avresti mai fatto a vederla se fossi rimasto nella tua routine, nel tuo tran-tran quotidiano?
La fuga ci costringe ad abbandonare l’abbrutimento della vita domestica, e a imparare a stare sul chi vive.

Ovviamente, l’invito non è quello di sfuggire alle proprie responsabilità, non è un affidavit per il qualunquismo o il menefreghiso. Al contrario, è piuttosto la realtà dominante ad essere qualunque e indifferente nei confronti della vita. Il progetto di razionalizzazione ha portato l’uomo moderno ad infilarsi sempre più nel vicolo cieco del conformismo e dell’abitudine. Lung dall’arricchirci, il processo mentale perverso del positivismo e del riduzionismo altro non ha fatto che negare le nostre intuizioni, le nostre emozioni, i nostri gridi dell’anima, e trasformare la nostra vita in una sequenza di programmi organizzati, controllati e scontati. Nel nome della certezza, tutto viene appiattito, omologato, prevedibile e previsto.
È di fronte a questa angoscia esistenziale – l’angoscia di sentire che non vi è più spontaneità né creatività nella propria vita – che il richiamo della fuga si presenta come un’ancora di salvezza, come una luce in fondo al tunnel. Avere capito che lo scenario che ci viene proposto per la nostra vita somiglia molto ad un carcere virtuale, dove vengono ingabbiati i nsotri impulsi primordiali, ci pone avanti a una scelta: insistere ad inseguire i dogmi e le teorie cosiddette vincenti della modernità, o cominciare a limare le sbarre e a scavare le gallerie che ci permettano di evadere, di tornare finalmente liberi.
Perché là fuori, c’è un firmamento che nessuno ci aveva mai raccontato. Ci sono venti arrabbiati che ti fanno volare verso l’abisso, mari in tempesta che ti riempiono i polmoni di acqua e di sale, castelli appesi al cielo come vascelli fantasma. Ci sono anche distese di prati colmi di fiori, lagune addormentate con i fenicotteri rosa, foreste rinfrescanti piene di sapori antichi. E sempre il richiamo del largo, l’invito perenne ad inoltrarsi più in là. Il viaggiatore che ha provato la fuga conosce l’invito al non ritorno…
Detto questo, va ricordato che la fuga ha delle conseguenze serie sulla propria vita. Non è un esercizio intellettuale che quando finisce, tutto torna a posto. Avere imparato a fuggire cambia profondamente il proprio modo di rapportarsi alla vita. La fuga costringe all’apprendistato della solitudine. Il mondo intorno a noi perde i suoi connotati rassicuranti, si dissolvono le convenzioni, si disintegrano le teorie, crollano i modelli. La fuga spazza via le gabbie comode della mente, distrugge i facili luoghi comuni, pinata in seno al pensiero il seme del dubbio. Dopo la fuga, niente è più come prima. E ci vuole forza e perseveranza per andare incontro a queste conseguenze.
Insomma, l’invito alla fuga va collocato nell’armadio degli strumenti vitali, che quando serve si tirano fuori per affrontare situazioni che le nostre certezze non sono capaci di risolvere. La fuga non è un modo di vivere, ma di tornare a vivere. Quando il peso di tante sconfitte spezza le ali alle nostre più intime speranze, quando la legge della normalità schiaccia le piccole voglie di divagare, quando il grigiore dello status quo allontana l’intuizione di una vita più piena, la fuga è un modo tranquillo – solitario certo, ma nonviolento, di riscoprire quanto sono piene le nostre mani, i nostri occhi, il nostro cuore, di cose straordinarie…
E ripartire da lì.

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Un nuovo “ordine sparso”

Pubblicato in Uncategorized da lollipop il Gennaio 18, 2009

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Una poesia di Bertolt Brecht dedicata a Walter Benjamin;

dove ci si chiede se il domino sia un gioco di strategia (e si parla di un libro di Paco Ignacio Taibo II);

dove si continua il viaggio del rapporto tra domino e tequila (citando un brano di Pino Cacucci);

un resoconto da un torneo di scacchi (dove quello che dice browso browso è il curatore di questo blog).

Tutto sul sito del Centro Studi Turing Duchamp.

In ordine sparso

Pubblicato in Uncategorized da lollipop il Gennaio 13, 2009
Schermata di GNU Backgammon

Schermata di GNU Backgammon

Qualche post pubblicato sul sito del Centro Studi Turing Duchamp.
Qui si parla della Emanuel Lasker Gesellschaft;
qui di reti neurali e di software che giocano a backgammon,
qui di un articolo apparso su “Intersezioni”.

Turing, Lasca e Backgammon

Pubblicato in Giochi, Libri, Matematica, Uncategorized da lollipop il Dicembre 24, 2008

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Sul sito del Centro Studi Scacchistici Turing Duchamp, la segnalazione di un libro di Leavitt su Turing, quella di Lasca,  un gioco ideato da Emanuel Lasker, nel giorno dell’annivesario della sua nascita,  e la segnalazione di un libro sul backgammon di Dario De Toffoli.

Notizie ludiche

Pubblicato in Uncategorized da lollipop il Novembre 29, 2008
Il Gioco Immortale di David Shenk

Il Gioco Immortale di David Shenk

Notizie ludiche da Turingduchamp.

Michele Borassi Campione del Mondo di Othello. Qui

“Il gioco immortale” di David Shenk. Qui

La specialità goistica del Pair Go. Qui

Shampoo alla caffeina

Pubblicato in Uncategorized da lollipop il Novembre 9, 2008

Qualche mese fa abbiamo pubblicato una serie di post dal titolo “Il paradosso del baro“, in cui uno dei concetti chiave era che la comunità dei giocatori (in senso lato, tutti) tende ad accettare meglio chi bara che non chi sceglie di abbandonare il gioco; avevamo portato numerosi esempi, ma c’è ne un altro da segnalare. Proprio in questi giorni sta girando sulle maggiori reti nazionali uno spot che per reclamizzare uno shampoo alla caffeina contro la caduta dei capelli usa lo slogan “Doping per capelli”. Non ci potrebbe essere migliore esempio del “Paradosso del baro”.

La sorte e i giocatori

Pubblicato in Giochi, Storia, Uncategorized da lollipop il Ottobre 28, 2008
Arthur Schopenhauer

Arthur Schopenhauer

”Il destino mischia le carte, ma sono gli uomini che giocano la partita”.
Nel suo libro Filosofia del Poker, Fabrizio Mercantini cita questo aforisma attribuendolo a Victor Hugo, ma senza specificare la fonte. Abbiamo fatto alcune ricerche, e ci è venuto qualche dubbio sulla correttezza della citazione, che oggi è diffusissima sul web.

I nostri dubbi si sono amplificati quando abbiamo trovato questa frase molto simile attribuibile ad Arthur Schopenaur:
“La sorte mischia le carte e noi giochiamo”.

Che la citazione di Mercantini fosse fatta “a memoria” con errata attribuzione dell’autore?
O in qualche suo romanzo Victor Hugo aveva citato Schopenhauer?

Precisiamo che anche in questo caso non sapremmo indicare l’esatta origine della citazione di Schopenauer, è molto probabile che qualcosa del genere egli l’abbia effettivamente detto, ad esempio in Parega e Paralipomena, dove dice anche:

“La vita è come una partita a scacchi: noi elaboriamo un piano, che però è condizionato da quello – che a scacchi, il nostro avversario – nella vita, il destino, sceglieranno di fare.”

E dai Parega e Paralipomena apprendiamo tra l’altro che Schopenaur non amava i giochi di carte, ed anche se ammetteva che potessero essere utili come preparazione alla vita del mondo e degi affari “nel senso che vi si impara a profittare con saggezza da circostanze immutabili, essendo stabilite le carte dalla sorte, per trarne tutti il partito possibile”, più in generale riteneva che i giochi di carte esercitassero un’influenza demoralizzatrice: “infatti lo spirito del gioco consiste nel sottrarre ad altri ciò che possiede, non importa con quale gherminella o con quale astuzia. Ma l’abitudine di procedere così, contratta al giuoco, prende radici, fa invasione nella vita privata, e il giocatore arriva quindi insensibilmente a proceder nella stessa guisa quando si tratta del tuo e del mio, ed a considerare come lecito ogni vantaggio che si ha in mano al momento, poichè lo si può fare legalmente. La vita ordinaria ne fornisce prove ogni giorno…”

Comunque, poiché ogni massima strategica deve avere il suo rovescio della medaglia, noi vi proponiamo anche questa:

“Gli uomini fanno progetti. E Dio se la ride”

Lo dice uno dei personaggi del romanzo di Michael Chabon, “Il sindacato dei poliziotti Yiddish”

Manuale di vita strategica

Pubblicato in Uncategorized da lollipop il Ottobre 8, 2008

Già che ne abbiam parlato ieri, notiamo come il colonnello Terzo, il protagonista de il Principe delle nuvole di Gianni Riotta, abbia in animo di scrivere e pubblicare un “Manuale di vita strategica”:
“Il mio Manuale pondera la vita come i grandi strateghi le loro campagne. Amministrando fortuna e sfortuna, vittorie e sconfitte, senza perdersi d’animo o inorgorglirsi, possiamo vivere senza mai crederci spacciati. Io insegno a scoprire, nella disperazione, una nascosta via di ritirata. Se il nemico ti costringe alla rotta confuda, tu recupera un’arma e prepara un agguato. In ogni campo di battaglia, in ogni occasione della vita, possiamo trovare il coraggio, l’inventiva e la fortuna per battere nemici assai più potenti di noi. A patto di soffrire e pensare. Perfino la confusione, il nostro interno disordine, si può trasformare in vantaggio. …”
L’immagine, qui su flickr, è di Marco Bucci.

Chess is a form of acting

Pubblicato in Scacchi, Uncategorized da lollipop il Ottobre 2, 2008
Attori
Attori

In un intervista al settimanale tedesco “Spiegel”, riportata in traduzione inglese dal sito della Chessbase, il Campione del Mondo di scacchi, l’indiano Viswanathan Anand alla domanda “Qual è il ruolo delle emozioni?” ha risposto così: “Sono decisive. Il momento in cui realizzai che hai fatto un errore è il più sconvolgente da immaginare. Devi mantenere il controllo delle tue emozioni. Gli scacchi sono una forma di recitazione. Se il tuo avversario percepisce la tua insicurezza, la tua irritazione o il tuo avvilimento, allora stai incrementando il suo coraggio. Egli trarrà un vantaggio dalle tue debolezze. La sicurezza è molto importante, anche solo il mostrarsi sicuri lo è. Se commetti un errore ma non lasci che il tuo avversario si accorga dei tuoi pensieri, potrebbe anche non accorgersene”. L’intervistatore allora gli chiede se si considera abile a leggere il volto dei suoi avversari. La risposta di Anand: “Di solito i loro volti sono completamente calmi e spassionati, con l’eccezione di Garry Kasparov, che era come un libro aperto. Di solito quello che faccio è cercare di ascoltare la loro respirazione. Se la respirazione è profonda o superficiale, veloce o lenta – è qualcosa che può rivelare molto circa il grado della sua agitazione. In un match che dura un mese anche uno schiarirsi di gola può essere molto importante.”

Di solito gli scacchi vengano portati come esempio di gioco da inserire, nell’ambito della classificazione di Caillois (agon, alea, mimicry, ilinx), nella categoria dell’agon, quella che comprende giochi che presentano caretteristiche di competizione in cui vi sia un’uguaglianza di probabilità di successo. Poi un po’ di esperienza pratica e la lettura del libro di Donner, “The King”, ci ha permesso di portare allo scoperto una cosa di cui abbiamo sempre sospettato, gli scacchi come gioco di fortuna (alea). Ed il gioco blitz, e soprattutto quello “bullett” con tempo di riflessione di un minuto, non corrisponde forse alla ricerca di vertigine, all’ilinx? Mancava la mimicry, la drammatizzazione, il travestimento, l’uscire da se stessi per impersonare l’altro: ma ora con la rivelazione di Anand, anche “la maschera” viene occupata dal gioco degli scacchi.

La foto “The Big Voice” è di basykes,  qui su Flickr. Gli attori sono Jim Brochu e Steve Schalchlin.