Football americano

A proposito di football americano (due giorni dopo la vittoria dei Pittsburgh Steelers nel Superbowl 2009), Avinash Dixit e Barry Nalebuff raccontano una storia interessante nel loro libro “Io vinco tu perdi”. Al termine della stagione universitario di football americano del 1984 si affrontarono nella partita decisiva i Nebraska Cornhuskers e i Miami Hurricanes. Ai Cornuhuskers sarebbe bastato un pari per vincere il campionato, ma nell’ultimo tempo di gioco stavano perdendo per 17 a 31, ma su quel punteggio segnarono un touchdown che li portò sul 23 a 31. Va qui fatta una precisazione sulle regole: nel footbal universitario dopo un touchdown la trasformazione può avvenire in due modi, con un calcio dal valore di un punto, o con un tentativo di portare la palla nella end zone dalla linea delle 2 yarde e mezzo, che vale due punti. L’allenatore dei Nebraska Cornhuskers, Tom Osborne, scelse la trasformazione di piede ed il punteggio si portò sul 24 a 31. Poi a pochi secondi dalla fine, la sua squadra realizzò un altro touchdown per portare il punteggio sul 30 a 31.
Con una altra trasformazione da un punto, più facile da ottenere, la partita sarebbe terminata in parità e la sua squadra avrebbe terminato la stagione al primo posto. Con una trasformazione da due punti, più difficile, la sua squadra avrebbe vinto il campionato e anche la partita, ponendo così un sigillo di forza e stile sulla vittoria. Sbagliare la trasformazione da due punti significava però arrivare secondi dietro i Miami Hurricanes.
Tom Osborne scelse la trasformazione da due punti, per un soffio la trasformazione non ebbe successo e i Nebraska Cornhuskers persero partita e campionato.
Dixit e Nalebuff non discutono la scelta “morale” di Tom Osborne, lasciando libero il giudizio, ma fanno notare come fosse errato l’ordine degli eventi scelto dall’allenatore.
Sul 17 a 31 egli doveva essere consapevole, che con due touchdown e due trasformazioni da un punto la partita sarebbe terminata in parità, con due touchdown, una trasformazione da un punto e una da due punti, la sua squadra avrebbe vinto partita e campionato.
Se il suo obiettivo principale era vincere la partita, dopo il primo touchdown della rimonta, avrebbe dovuto provare la trasformazione da due punti. In caso di realizzazione, avrebbe potuto sul secondo trasformare con un semplice calcio. In caso di errore nella trasformazione da due punti, sul secondo touchdown avrebbe con un altro tentativo da due realizzato, ottenuto il pareggio ed in più avrebbe potuto dire: vedete abbiamo vinto il campionato pareggiando questa partita, ma abbiamo provato di tutto pur di vincerla.
E se i Nebraska avessero sbagliato anche la seconda trasformazione da due, il risultato finale non sarebbe cambiato, ai fini degli obiettivi che Tom Osborne si era posto, il primo punto realizzato sul 23 a 31 era completamente inutile.
Citando Dixit e Nalebuff: “Una delle morali di questa storia è che se si devono correre dei rischi è meglio farlo al più presto. E una cosa ovvia per coloro che giocano a tennis: tutti rischiano sul primo servizio e vanno più cauti sul secondo. In questo modo, se il primo non entra, il gioco non è finito. Si può avere ancora tempo di scegliere altre opzioni che riportano al punto di partenza o persino in vantaggio.”
Sumo
E da parecchio tempo che vogliamo scrivere un post sul Sumo, in particolare sulla struttura delle graduatorie ufficiali dei lottatori, che come hanno fatto notare Steven D. Levitt e Stephen J. Dubner favorisce la pratica di comportamenti irregolari tra i “sumotori”. Prima o poi lo scriveremo, per ora vi segnaliamo questo articolo a firma di Renata Pisu apparso sul quotidiano “La Repubblica” del 20 dicembre 2008.
A volte arrendersi è razionale

Sir Alex Ferguson
Ma a volte le proporzioni della sconfitta sono di proporzioni tali che l’unica cosa da fare sembra quella di arrendersi, o no? Come al solito molto dipende dagli stili di gioco e dalle culture. Ci piace ancora una volta citare un passo del libro di Gianluca Vialli e Gabriele Marcotti “The italian job”:
A volte arrendersi è razionale: è meglio ritirarsi indenni dalla battaglia, conservare le forze e combattere un altro giorno. Mi chiedo sempre cosa passi davvero per la testa dei giocatori in situazioni nelle quali, per esempio, sono sotto 3-0 e accorciano le distanze. Li vedi sempre recuperare in fretta il pallone in fondo alla rete e correre a metà campo per ricominciare a giocare, nella speranza di una sensazionale rimonta. Me lo chiedo perché mi domando se sia razionale ricominciare a giocare in fretta. Certo hai più tempo per segnare di nuovo. Ma offri anche più tempo all’avversario per fare un altro gol. E, di sicuro, se si parla di limitare i danni, è meglio perdere 3-1 piuttosto che 4-1.
(…)
Si tratta di un calcolo di probabilità. Di fare un’analisi dei costi e dei benefici: che rischi si corrono ad affrettare la ripresa del gioco? E questi rischi pesano di più del vantaggio che potrebbero derivare da un eventuale 4-2? Vale la pena cercare di segnare ancora rischiando di prendere gol? E va detto che quando si tratta di rischi, parliamo quasi esclusivamente dela reazione dei media e dei tifosi. Dal punto di vista dell’allenatore una sconfitta è una sconfitta. Ma nel caso dei giornali, della televisione e dei tifosi per strada o al bar, è un’altra storia. Per loro un 5-1 è un ‘umiliazione peggiore rispetto a un 4-1. Non è solo un’altra sconfitta.
Ed è per questo che ci basiamo sul calcolo delle probabilità. Wenger ritiene che sia naturale per francesi e italiani. Sorprendentemente, Sir Alex Ferguson, uno che di rado . almeno in pubblico – è sulla stessa lunghezza d’onda del francese, è d’accordo: “Penso che in Italia quando una partita è sul 2-0 tendiate a pensare che la squadra in svantaggio accetterà il fatto che non è in giornata” sostiene. “Per cui i giocatori tireranno i remi in barca, conserveranno le forze, penseranno alla prossima gara. È molto pragamtico come atteggiamento. In Inghilterra non accade mai. Proviamo sempre a rimontare. Non abbiamo quel pensiero razionale tipico di voi francesi e italiani. Non è il nostro modo di fare. (…)”
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La difesa della sconfitta

Locandina dei Mondiali del 1954
Nonostante tutti gli sforzi e la preparazione e tutto il resto, può arrivare il momento in cui ti accorgi che stai perdendo.
Cosa fare allora?
Uno dei possibili atteggiamenti strategici è quello di “difendere la sconfitta”. Questa espressione è stata ideata da Gianni Brera parlando della gestione della partita (di calcio) dell’Uruguay degli anni Cinquanta. Quando si vuole parlare di questo “brerismo” si finisce quasi sempre per citare Uruguay – Brasile, ultima partita dei mondiali del 1950. Non era una vera e propria finale perché per la prima e unica volta gli organizzatori avevano optato per un girone finale a quattro squadre. Al Brasile sarebbe bastato un pareggio per laurearsi Campione del Mondo. All’inizio del secondo tempo i brasiliani padroni di casa si portarono in vantaggio ma, parole di Brera, “non ritennero di doversi accontentare: lasciarono agli attenti uruguagi tali spazi da costringerli quasi ad infilarsi in quelli: partì primo Schiaffino e fu 1-1: nel finale trovò lo spunto Ghiggia e il 2-1 gettò nella disperazione quei boriosi cultori del futbol bailado.”
È possibile ed anzi probabile che Brera avesse già intuito il concetto all’epoca, ma nel suo libro “La leggenda dei Mondiali” egli lo espone non a proposito di questa partita ma raccontando della semifinale del 1954 tra l’Uruguay e l’Ungheria. Poiché si tratta di una partita meno nota e per il suo finale diverso ne riportiamo il racconto di Brera dal citato libro (grassetto nostro).
Gli ungheresi ebbero la meglio sugli uruguagi soltanto nei tempi supplementari.
Questa semifinale ebbe luogo a Losanna in un giorno di pioggia scrosciante. Me ne ricordo come di uno degli incontri più belli ed istruttivi che abbia mai veduto. Agli uruguagi mancavano Abbadie, Muguez e Varela; agli ungheresi, Puskas. Erano ovviamente più gravi le assenze degli uruguagi, i quali avanzarono Schiaffino a finto centravanti, arretrarono l’interno destro-goleador Ambrois al posto di Schiaffino e inserirono con gli stessi schemi lo sconosciuto Haahberg.
I magiari mandarono Hidegkuti a fare il centravanti di sinistra, in linea con Kocsis, e usarono Palotas al posto di Hidegkuti finto centravanti.
Con tre riserve, gli uruguagi stentavano a reggere nel picciaepuccia del campo. I magiari si avventarono, dietro alla loro natura generosa, e sfondarono subito con Csibor, ala sinistra, e poi con Hidegkuti. Il mio cuore era per gli ungheresi, il cui popolo matto aveva espresso mia nonna materna, ma il mio intelletto parteggiava per gli uruguagi, che per me rappresentavano il paradigma assoluto del calcio latino. Per incomplete che fossero, quelle squadre stavano giocando la finale tecnica del torneo; la finale agonistica, quella si sarebbe disputata fra le vincenti delle due semifinali.
Incassati due gol, gli uruguagi non batterono ciglio e m’insegnarono un concetto tattico importante: che la sconfitta deve essere difesa a sua volta. Sembrerà paradossale: non lo è affatto: perché se applicando i tuoi schemi subisci due gol, cambiandoli per rimontare puoi trovarti ancora più a malpartito: aspettando invece che si presentino le occasioni per applicare in attacco i tuoi schemi abituali, puoi nel frattempo illudere e stancheggiare gli avversari.
Così puntualmente avvenne. Gli ungheresi seguitarono ad attaccare ma con slancio sempre meno fervido, con lucidità sempre minore: il finto centravanti Haahberg andò due volte in gol. Fatto il 2-2, si liberò Schiaffino su una palla gol che gridava vendetta al cielo, così facile che Schiaffino non la guardò neppure falciando il sinistro: così ebbe a sbucciarla colpevolmente di esterno: e sola scusa rimane la pozzanghera nella quale galleggiava quella palla dannata.
Sul 2-2 si incominciarono i supplementari e Haahberg tornò subito a rete: batté il portiere Grosics in disperatissima uscita ma la palla finì sulla base del palo: vi fu sopra Schiaffino per ribatterla, ma anche Grosics, che deviò con il corpo. A questo punto gli avversari, stremati, si guatavano senza più ritmo: e la migliore idea l’ebbero i magiari, sparando lunghi cannoni a cercare la testa di Kocsis, acrobata assai reputato: il vecchio appesantito Maspoli, eroe del Maracanà, non trovò il tempo di uscire a pugno teso e Kocsis lo beffò con due incornate beffarde.
Finì 4-2 e gli uruguagi, gente magnifica, s’inchinarono virilmente ai vincitori, da loro considerati anche gli eredi più degni. Se ne uscirono sotto scroscianti applausi senza dare il minimo segno di sconforto. Una volta rinchiusi negli spogliatoi, si abbracciarono piangendo sconsolati. Come lo appresi, ebbi il groppo in gola. Sul mio giornale dedicai intere pagine all’eroismo degli uruguagi: erano dettate dalla gratitudine.
Continua
Lasciare una via di fuga
Quando tempo fa lessi “L’arte della Guerra” di Sun Tzu una delle idee che più mi avevano colpito è quella di lasciare sempre una via di fuga per il nemico, “Lascia una via d’uscita a un esercito accerchiato”, che si può commentare con Cao Cao “La regola degli antichi aurighi dice: “Accerchia da tre lati ma lasciane uno libero, per indicare così la strada alla vita”.
Se la vita è presente nella loro mente, i soldati nemici si batteranno con meno ardore. Del resto lo stesso Sun Tzu subito dopo dice anche di “Non incalzare un nemico disperato”, perché “Un animale atterrito lotterà fino alla fine, è una legge naturale”.
Non è una mossa strategica, sconosciuta all’occidente, tantè che come racconta Machiavelli nel suo “Arte della guerra”, fu adottato da Cesare contro delle tribù germaniche: queste, completamente circondate si battevano con furia; aprendo loro una via di fuga, Cesare preferì farsi carico del successivo inseguimento piuttosto che avere a che fare con un nemico così combattivo e furioso.
Quello che cambia, e questo lo abbiamo capito leggendo Francois Jullien, è che quello che per gli occidentali è solo un espediente, un aneddoto su cui neanche soffermarsi, per i cinesi è un concetto dalla portata molto più profonda. Nella mentalità cinese quello che rende pavidi o coraggiosi e il “potenziale della situazione”, e quindi quello che il generale deve fare non è chiedersi come rendere i suoi uomini coraggiosi e i suoi nemici pavidi, ma come agire, come operare per costringerli in quelle determinate situazioni.
Se lasciare una via di fuga serve per rendere “pavido” il nemico, tagliare i ponti, bruciare le navi, “far salire in alto e poi togliere la scala” è un modo per rendere coraggiosi i propri soldati. Portatti in territorio nemico e isolate le vie di comunicazione, gli uomini non avranno scelta e saranno costretti al coraggio.
“Il bruciare i ponti”, secondo gli economisti Avinash Dixit e Barry Nalebuff e anche un modo per rendere credibili i propri impegni.
Premesso che la credibiità è fondamentale per la buona riuscita di ogni strategia, chiarito che “Stabilire una buona credibilità in senso strategico significa far sì che ci si aspetti che portiate a termine le vostre mosse incondizionate, manteniate le vostre promesse e mettiate in atto le vostre minacce” si può sostenere che bruciarsi i ponti alle spalle è proprio uno dei possibili modi per obbligarsi a mantenere i propri impegni. Citando ancora Dixit e Nalebuff “Credibilità implica trovare il modo per non tornare indietro. Se non c’è un domani, l’impegno di oggi non può essere ritrattato.”
L’immagine è tratta da Wikipedia.
Continua come “Bruciare i ponti”
4 libri che parlano (anche) di biliardo
Qui su Turingduchamp. I libri sono “Il mio biliardo” di Mordecai Richler, “Tre quadrati rosso su sfondo nero” di Tonino Benacquista, “Billard Blues” di Maxence Fermine e “L’acchito” di Pietro Grossi.
Immagine dalla versione inglese di Wikipedia.






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