La mossa del cavallo

Il parlamento degli uccelli

Pubblicato in Altra cultura, Mediterraneo da lollipop il Giugno 21, 2009

180px-Upupa_epopsVolevo parlare del libro “La novella degli scacchi e della tavola reale” a cura di Antonio Panaino, edizioni Mimesis (collana Simory), ma subito, nell’introduzione alla collana, mi sono imbattuto in questa storia: “Secondo una tradizione della letteratura mistica persiana, tramandata dal poeta Attar nel suo Mantiq-al-taid (il dialogo degli uccelli, XII-XIII secolo), trenta uccelli (si mory) partirono alla ricerca del simory, il loro re, ma, dopo lungo girovagare, si ritrovarono al punto di partenza. Qui si specchiarono e scoprirono di essere diventati identici al loro maestoso e divino sovrano.

Ho approfondito e ho trovato una vicenda più complessa:

Nel poema di Attar si racconta di un numero gruppo di uccelli, a cui uno di loro, l’upupa, si rivolge esortandoli a raggiungere Simurgh, il loro mitico re, che vive in terre lontane e sconosciute.

“…noi abbiamo un re senza rivali che vive oltre la montagna di Qaf. Il suo nome è Simurgh ed è il sovrano di tutti gli uccelli. Egli ci è vicino ma noi siamo ad una distanza infinita da lui… La sua dimora è protetta da gloria inviolata. Il suo nome non è accessibile a ogni lingua… Se vi avrò come compagni sarete a corte i più intimi confidenti del re. Liberatevi dalla vostra miope presunzione! Chi mette in gioco la vita per lui si libera da se stesso, sulla via dell’amato egli va al di là del bene e del male. Abbandonate la vostra vita e iniziate il cammino, avvicinatevi a quella corte a passo di danza!”

 Gli uccelli all’inizio non sono convinti e molti di loro muovono obiezioni all’upupa, che risponde loro con pazienza ogni volta convincendoli. Alla fine gli uccelli partiranno, e dovranno attraversare sette valli, simbolo delle tappe dell’evoluzione interiore, la valle della Ricerca, dell’Amore, della Conoscenza, dell’Unificazione, dello Stupore, della Povertà.

 Ma solo trenta su centomila raggiungeranno la dimora di Simurgh.

 Ora converrà svelare che Simurgh sgnifica trenta uccelli …

 “…vennero riflessi nello specchio delle loro anime. Nell’immagine del volto del Simurgh contemplarono il mondo, e dal mondo videro emergere l’immagine del Simurgh. Osservando più attentamente si accorsero che i trenta uccelli altri non erano che Simurgh, e che Simurgh era i trenta uccelli… infatti, volgendo nuovamente lo sguardo verso Simurgh, videro i trenta uccelli e, guardando ancora sé stessi, videro Lui. O meraviglia , questo era quello e quello era questo!...”

 230px-ABUBILLA_%28Upupa_epops%29

Nel suo “Luce della notte” Pietro Citati ci aiuta a capire cosa era avvenuto…

Cosa era avvenuto? Il grande sogno di ogni mistico si era realizzato sul trono di quella corte fantastica ? In quello specchio, il riflesso, l’ombra divina – che noi siamo – si era trasformata in luce divina? L’uomo era diventato identico a Dio, e Dio identico all’uomo? L’unione aveva finalmente trionfato sulla separazione? L’universo che ci era sempre parso dominato dal gioco delle apparenze, rivelava in ogni luogo l’iridiscenza del Simurgh?
Pensieri come questi o simili a questi dovettero attraversare la mente dei trenta uccelli. Sgomenti e confusi, rimasero a pensare: pensarono senza pensieri, e poi interrogarono senza parole il Simurgh, chiedendo spiegazione di questo assoluto mistero, dove il “voi” e il “tu” apparivano uniti.
Senza parole rispose non l’araldo o il messaggero, ma l’essenza stessa di Dio, il suo ultimo volto di luce e di tenebra, nascosto dietro l’ultimo velo.
‘Attar ci ha conservato questa risposta: la risposta, crudele e benigna, ironica e mite, di Dio a qualsiasi uomo tenti di avvicinarsi al suo segreto.
Tutto il viaggio che i centomila uccelli avevano compiuto, quelle valli o stazioni attraverso le quali erano avanzati, quelle montagne, deserti, oceani e astri che avevano valicato, quelle morti penose durante la strada, quei trenta corpi senz’ali, non erano stati che illusione. Essi non erano mai usciti dal cuore – lo specchio in cui Dio si riflette -; e in quello specchio immensamente più grande che ora si era aperto alla corte dei cieli, non avevano visto che la pura immagine divina di sé stessi. Non avevano visto il Simurgh. Noi non possiamo conoscerlo:”Chi mai potrà spingere il suo sguardo fino a Noi? Quando mai una formica potrà contemplare le Pleiadi o sollevare un’incudine?”. ” Non sai – Egli aveva detto un’altra volta – che l’incapacità di comprendere è comprensione? Quindi ti basti avere della nostra Presenza la fortuna di sapere che sei escluso da lei, incapace di guardare la nostra Maestà e la nostra bellezza.”
Così il sogno di trovare nell’uomo la stessa sostanza di Dio venne deriso dalla sommità dell’altissimo trono; e la ricerca mistica di ‘Attar sembra concludersi con un fallimento grandioso.
Ma la parola del Simurgh è sovranamente ambigua, come la sua coda dai mille colori . Ecco che, proprio alla fine, mentre il libro sta per chiudersi su questa disperazione definitiva, Egli annuncia la speranza aperta a tutti gli uccelli: “Annullatevi in Noi, nella gloria eterna, e in Noi troverete la porta di voi stessi!”
Gli uccelli ascoltarono queste parole. Di essi non rimase nemmeno un mucchio di cenere; nemmeno un pensiero o una sensazione o un sentimento. Si annullarono eternamente: si persero nel Simurgh, dimenticando persino di essersi perduti; e la loro ombra si dissolse nel sole.
Così la grande metafora affacciata all’inizio del poema si dispiegò completamente, in tutta la sua complessità di significati. Nella perdita di ogni qualità umana, la luce aveva definitivamente trionfato sull’ombra.
Tutto, ormai, era luce. Gli uccelli erano usciti dal riflesso, dallo specchio, dal cuore, a cui sembravano condannati. Avevano varcato la soglia dell’illusione . Senza diventare Dio o conoscere il suo segreto, avevano raggiunto l’unione tanto sognata. La dualità era scomparsa dall’universo. Non c’era più divisione o separazione. Non esisteva altro che l’Unico.
Cosa accadesse lassù, nella valle dell’annullamento, è impossibile raccontare.
Come trenta gocce, gli uccelli si erano persi nel mare del mistero; e noi non riusciamo nemmeno a riconoscere quelle gocce – l’upupa, la pernice, l’usignolo, l’airone che una volta avevano dimorato sul lido del nostro oceano…
Forse, qualcuno di loro avrebbe potuto dire:”In verità non so nulla, non so nè questo nè quello. Mi sono innamorato, ma ignoro di chi.
Dell’amore che mi governa io neppure ho coscienza, il mio cuore trabocca di passione ed è… vuoto”.

Le immagini dell’upupa sono tratte dalla pagina relativa di Wikipedia Italia

Taggato con:, , ,

Venezia

Pubblicato in Mediterraneo da lollipop il Maggio 31, 2009

14

Ripeto: acqua è uguale a tempo, e l’acqua offre alla bellezza il suo doppio. Noi, fatti in parte d’acqua, serviamo la bellezza allo stesso modo. Toccando l’acqua, questa città migliora l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell’universo. Perché la città è statica mentre  noi siamo in movimento. La lacrima ne è la dimostrazione. Perché noi andiamo e la bellezza resta. Perché noi siamo diretti verso il futuro mentre la bellezza è l’eterno presente. La lacrima è una regressione, un omaggio del futuro al passato. Ovvero è ciò che rimane sottraendo qualcosa di superiore a qualcosa di inferiore: la bellezza all’uomo. Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch’esso è più grande di chi ama. 

novembre 1988

Iosif Brodskij

Fondamenta degli incurabili

L’immagine è tratta dal sito www.josephbrodskij.org

Taggato con:,

Il diario di Epicuro

Pubblicato in Mediterraneo da lollipop il Maggio 7, 2009

poltrona

Non puoi startene sempre lì a pensare strategicamente, a volte devi semplicemente fermarti e guardare il mare. Per questo abbiamo introdotto una nuova categoria “Mediterraneo”, che inauguriamo con un brano dello scrittore spagnolo Manuel Vicent, tratto da un suo libro del 1994, pubblicato in Italia nel 1995 da Feltrinelli con il titolo “Mediterraneo – Mare interiore”

La foto è di ”the Swindle Corporation nwr”,  qui su flickr.

Non sei altro che un po’ d’acqua salata. In questo consiste la tua sostanza. L’umanità è una forma divesa di mare, e la saggezza deriva dal conoscere o esplorare proprio il mare che ognuno di noi si porta dentro. Se vuoi essere libero, mettiti comodo. Siediti sopra la tua poltrona preferita, e mentre i gabbiani gridano sulla tua testa nel cielo della stanza, lascia che la mente si immerga lentamente nelle grotte sottomarine della tua carne. Rilassati, fratello. Hai il petto pieno di pesci rossi le cui squame iridescenti illuminano a intermittenza l’anfora del cuore adagiata su un banco di sabbia. L’anima è una dolce deriva interiore, una corrente d’acqua azzurra che ti attraversa. La massima profondità che puoi raggiungere con il pensiero non andrà mai oltre la pianta dei piedi, però scendendo con il pensiero fino a loro trasformata l’altezza del tuo corpo in uno strapiombo sommeso, forse scoprirai lungo il cammino grotte e burroni interiori dove alcuni squali scuri si confonderanno con i tuoi desideri, e le alghe nelle viscere condenseranno l’ultimo bagliore del tuo cervello quando sarà sul punto di posarsi sul fondo. Questa immersione è un buon esercizio per scrollarsi di dosso l’io, questo re che è solito scegliersi come trono la bocca del tuo stomaco. Scioglilo nell’acqua salata e poi buttalo fuori per la sentina. Sapere che chiunque è mare, ha anche un altro vantaggio: uno naviga gli altri esseri umani quando li ama. Non pensare, non aspettarti niente, cerca soltanto di immaginare il tempo come una dolce marea che ti conduce verso quella baia eternamente proibita che hai sognato un giorno e, una volta lì, aspetta che le onde si infrangano contro la tua memoria. Se vuoi essere libero, cerca di rifugiarti nel litorale di te stesso. Per far questo è sufficiente sedersi nella tua poltrona preferita, chiudere gli occhi e ascoltare il mare dentro di te. A quel punto lascia che la memoria si immerga dolcemente nell’acqua del tuo corpo finchè non raggiunga la profondità dei talloni. Laggiù sono rimaste fin dall’infanzia alcune monete d’oro incise nella pianta dei piedi. Con esse, puoi comprare il destino.