Toad Style
RZA (Robert Diggs) è il fondatore del collettivo hip hop WU-TANG CLAN, più di un gruppo musicale, impegnati come sono in mille attività parallele. Tra le passioni di RZA ci sono gli scacchi, tanto che ha fondato un sito online, Wuchess, che offre possibilità di giocare dal vivo, chat, tornei, lezioni, e la possibiltà di giocare con RZA e altri ospiti illustri. Per poter usufruire dei servizi del sito bisogna iscriversi (40 $ annui) e comunque larga parte degli introiti vengono donati alla “Hip-Hop Chess Federation” per il sostegno delle attività di insegamento degli scacchi nelle scuole. Informandomi su questo progetto, ho letto alcune interviste a RZA, che in un’occasione ha dichiarato: The game of chess is like a sword fight. You must think first, before you move. Toad style is immensely strong, and immune to nearly any weapon. When it’s properly used, it’s almost invincible” Ok, mi sfuggiva il significato della parola “toad” e sono andato a verificare: vuol dire rospo. Ma che cosa è lo stile rospo che è immensamente forte ed immune a quasi ogni arma, uno stile che se propriamente usato è praticamente invincibile? Pensavo di conoscere abbastanza gli scacchi ma è la prima volta che mi imbattevo in questo “stile del rospo”, allora ho approfondito le ricerche ed ho capito. RZA si riferisce ad un famoso film di arti marziali “Five Deadly Venoms” (Hong Kong, 1978) che ha per protagonisti 5 maestri di Kung-Fu, ognuno con un suo caratteristico stile: abbiamo “Il Millepiede”, “Il Serpente”, “Lo Scorpione”, “La Lucertola”, e appunto “Il Rospo”.
Vediamo quali peculiarità ha questo stile: i rospi non fanno molto, ma sono dei tipi duri e resistenti e questo atteggiamento essenzialmente difensivo costituisce la loro caratteristica fondamentale. Il Rospo è invincibile rispetto ad ogni forma d’attacco e d’arma. La debolezza di questo stile è che ogni Maestro che lo pratica ha un punto debole, che se colpito (per la precisione se punto) elimina le caratteristiche positive dello stile, come la resistenza agli attacchi. Se ne volete sapere di più sul film qui su wikipedia.
Per saperne di più sullo stile rospo negli scacchi, a un qualche futuro articolo!
I Demoni di San Pietroburgo
Ci ricordano che “I Demoni di San Pietroburgo” è un film del 2007 diretto da Giuliano Montaldo, è ambientato proprio durante la stesura da parte di Dostoevskij de “Il giocatore”. Anche “The Gambler” (1997) del regista ungherese di Karoly Makk racconta lo stesso periodo della vita dello scrittore, alternandola ad un secondo piano narrativo, quello del libro che Dostoevskij man mano va scrivendo.
Tratto liberamente dal libro senza riferimenti alla vita dello scrittore è invece The Gambler (in italiano 40.000 dollari per non morire) del 1974, di Karel Reisz con James Caan, Lauren Hutton e Paul Sorvino.
Non avendone visto neanche uno dei tre, sappiamo cosa ordinare su Amazon la prossima volta.
I compari (McCabe & Mrs. Miller)
In molti elenchi di film collegabili al gioco del poker si può trovare “I compari” (1971, titolo originale “McCabe & Mrs Miller”) un western atipico di Robert Altman, con Warren Beatty e Julie Christie, tratto da un romanzo di Edmund Naughton.
La storia è ambientata nel 1901, in pieno inverno, in un paesino di montagna (Presbyterian Church) abitato soprattutto da minatori. McCabe, ad un certo punto arriva in paese, accompagnato da un alone di leggenda (non è chiaro allo spettatore quanto meritata): è forse lui quel famoso pistolero? Oppure è un giocatore professionista? Ed in effetti la prima cosa che McCabe fa è quella di tirare fuori il necessario e organizzare una partita di poker nel saloon, agendo in qualche modo sia da banco che da giocatore. Ben presto McCabe si rivela soprattutto un imprenditore, perché è deciso ad aprire un suo locale, casino e bordello contemporaneamente ed in questo viene coadiuvato da Mrs Miller.
Di poker non c’è in realtà molto altro e così l’inserimento di questo film nelle liste di film sul poker sembra una forzatura … Vi è comunque una “mano” molto interessante, anche se essa non viene giocata intorno al tavolo verde. L’attività di McCabe va a gonfie vele, e la società mineraria fa una proposta per rilevarla. McCabe rifiuta l’offerta ed un dialogo con Mrs Miller, che invece lo invita caldamente ad accettare e ad andare via, mostra allo spettatore che il suo è solo un modo per ottenere una cifra più alta. Neanche sostanzialmente più alta a dir la verità, ma gli inviati della compagnia non reagiscono come si aspettava McCabe e abbandonano le trattative al primo rifiuto: la compagnia ha altri metodi per impadronirsi dell’attività… Tre killer vengono mandati dalla società mineraria per chiudere le trattative in una maniera più informale, diciamo così.
L’inevitabile sparatoria finale è una delle più belle ed originali della storia del cinema (ma il commento si potrebbe benissimo allargare al film nel suo insieme).
La morale è che così come al tavolo da poker le carte in mano sono solo uno degli elementi (spesso neanche uno dei più importanti) da considerare per provare una “mossa”, anche nella gestione di altre situazioni la conoscenza di questi altri elementi, come quella relativa ai comportamenti strategici tipici dei propri avversari, rappresenta un fattore ben più importante.
La strategia dominante di Indiana Jones
Ogni volta che si parla di Indiana Jones (in questi giorni è uscito l’ultimo film della saga “Indiana Jones e il teschio di cristallo”) a noi viene in mente una scena da “Indiana Jones e l’ultima crociata”: il padre di Indiana Jones (interpetato da Sean Connery) è stato ferito a morte e può salvarsi solo bevendo l’acqua del Sacro Graal. I nostri eroi sono nel posto giusto, ma c’è un problema, tra numerosi calici bisogna scegliere quello giusto, una scelta sbagliata sarebbe fatale (anche a prescindere dalla ferita). Indiana Jones ne sceglie uno, immerge il calice nella fonte e beve lui per primo. Solo dopo aver scoperto di aver fatto la scelta giusta fa bere il padre che può così guarire. Il problema è evidente, se la scelta fosse stata sbagliata Indiana Jones sarebbe morto per aver bevuto dal calice sbagliato ed il padre a causa dalla ferita. Dal punto di vista della teoria dei giochi, che crediamo per una volta non si discosti dal buon senso comune, avrebbe dovuto far bere il padre senza prima assaggiare l’acqua; anzi questa scelta sarebbe stata per la teoria una “strategia dominante”, cioè una strategia che non può mai essere peggiore di nessun altra, ma solo migliore in alcuni casi, e non peggiore nei rimanenti casi. Nel loro libro “Io vinco tu perdi” Avinash Dixit e Barry Nalebuff (appena ripubblicato in Italia dalle edizioni del Sole 24 Ore) fanno notare (in un nota a piè di pagina) che “Questo esempio sottolinea, fra l’altro, una debolezza della teoria dei giochi. Le azioni vengono giudicate soltanto in base alle loro conseguenze. Non viene posto nessun valore morale sull’atto in sé. Sebbene il padre sia già ferito mortalmente, Indiana Jones potrebbe non voler essere il responsabile dell’atto che ne causa la morte”. È difficile rendere realistica una situazione del genere ma alcuni nostri sondaggi casalinghi, suggeriscono che a nessuno verrebbe neanche in mente di assaggiare per primo l’acqua!
Il caso_1
“Non lasciate niente al caso”: quante volte ve lo hanno consigliato, suggerito? Quante volte avete seguito questa indicazione? Ma è proprio vero che non bisogna mai lasciare che il caso intervenga nei nostri processi decisionali?
In innumerevoli circostanze gli uomini hanno razionalmente scelto di affidare alla sorte le loro decisioni, ed ormai sono molti anni che la teoria dei giochi ha dimostrato matematicamente che in molte situazioni affidarsi al caso è proprio la scelta migliore. Andando in gira tra i nostri archivi vi proponiamo una serie di esempi.
Dino Risi, il regista, ha raccontato ad Irene Bignardi (La Repubblica del 9 agosto 2006) un episodio che altro non è se non una vera e propria ordalia in chiave moderna. Risi racconta che il periodo dell’estate del 1961 in cui fu girato “Il sorpasso” fu “una vacanza fantastica”, e che tutti si divertivano, meno Cecchi Gori, che produceva il film e che era molto preoccupato per il finale, inconsueto per quel genere di film, che già veniva chiamato commedia all’italiana. “Il povero Cecchi Gori non era affatto contento, e a mano a mano che risalivamo l’Aurelia, a ogni tappa, da Civitavecchia a Castiglioncello, cercava disperatamente di convincermi a buttarlo. Io prendevo tempo. Quella scena, la scena in cui dopo la lunga corsa dei due sull’Aurelia a macchina si trova di fronte a un camion, appunto, in un sorpasso, e Gassman salta fuori in tempo e Trintignant rimane imprigionato e precipita con l’auto dalla scogliera, era ovviamente prevista per l’ultimo giorno di lavorazione, perché poi la macchina non sarebbe più stata utilizzabile”. Si era ormai alla fine di settembre, il tempo era incerto, l’estate stava per finire.
“E Cecchi Gori, da buon giocatore, ha tentato la sua ultima carta. Ha detto: facciamo così, che se domani piove, come a lui sembrave che dovesse succedere, si torna tutti a Roma, e il film finisce con Bruno Cortona e Roberto che se ne vanno felici e contenti, ormai amici per sempre. Bè, non è piovuto. Il finale sarebbe stato il mio.
Anche grazie a questo finale amaro, “Il sorpasso” è diventato un classico del cinema italiano.
http://www.italica.rai.it/cinema/commedia/ilsorpasso.htm
http://www.internetbookshop.it/dvd/8017229438257/dino-risi/sorpasso.html






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