La mossa del cavallo

Toad Style

Pubblicato in Altra cultura, Film, Scacchi da lollipop il Giugno 11, 2009

Wu Tang ClanRZA (Robert Diggs) è il fondatore del collettivo hip hop WU-TANG CLAN, più di un gruppo musicale, impegnati come sono in mille attività parallele. Tra le passioni di RZA ci sono gli scacchi, tanto che ha fondato un sito online, Wuchess, che offre possibilità di giocare dal vivo, chat, tornei, lezioni, e la possibiltà di giocare con RZA e altri ospiti illustri. Per poter usufruire dei servizi del sito bisogna iscriversi (40 $ annui) e comunque larga parte degli introiti vengono donati alla “Hip-Hop Chess Federation” per il sostegno delle attività di insegamento degli scacchi nelle scuole. Informandomi su questo progetto, ho letto alcune interviste a RZA, che in un’occasione ha dichiarato: The game of chess is like a sword fight. You must think first, before you move. Toad style is immensely strong, and immune to nearly any weapon. When it’s properly used, it’s almost invincible” Ok, mi sfuggiva il significato della parola “toad” e sono andato a verificare: vuol dire rospo. Ma che cosa è lo stile rospo che è immensamente forte ed immune a quasi ogni arma, uno stile che se propriamente usato è praticamente invincibile? Pensavo di conoscere abbastanza gli scacchi ma è la prima volta che mi imbattevo in questo “stile del rospo”, allora ho approfondito le ricerche ed ho capito. RZA si riferisce ad un famoso film di arti marziali “Five Deadly Venoms” (Hong Kong, 1978) che ha per protagonisti 5 maestri di Kung-Fu, ognuno con un suo caratteristico stile: abbiamo “Il Millepiede”, “Il Serpente”, “Lo Scorpione”, “La Lucertola”, e appunto “Il Rospo”.

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Vediamo quali peculiarità ha questo stile: i rospi non fanno molto, ma sono dei tipi duri e resistenti e questo atteggiamento essenzialmente difensivo costituisce la loro caratteristica fondamentale. Il Rospo è invincibile rispetto ad ogni forma d’attacco e d’arma. La debolezza di questo stile è che ogni Maestro che lo pratica ha un punto debole, che se colpito (per la precisione se punto) elimina le caratteristiche positive dello stile, come la resistenza agli attacchi. Se ne volete sapere di più sul film qui su wikipedia.

 

Per saperne di più sullo stile rospo negli scacchi, a un qualche futuro articolo!

I Demoni di San Pietroburgo

Pubblicato in Film da lollipop il Dicembre 15, 2008

Ci ricordano che “I Demoni di San Pietroburgo” è un film del 2007 diretto da Giuliano Montaldo, è ambientato proprio durante la stesura da parte di Dostoevskij de “Il giocatore”. Anche “The Gambler” (1997) del regista ungherese di Karoly Makk racconta lo stesso periodo della vita dello scrittore, alternandola ad un secondo piano narrativo, quello del libro che Dostoevskij man mano va scrivendo.
Tratto liberamente dal libro senza riferimenti alla vita dello scrittore è invece The Gambler (in italiano 40.000 dollari per non morire) del 1974, di Karel Reisz con James Caan, Lauren Hutton e Paul Sorvino.
Non avendone visto neanche uno dei tre, sappiamo cosa ordinare su Amazon la prossima volta.

Heaven & Earth

Pubblicato in Film da lollipop il Novembre 24, 2008

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Oggi ho acquistato su Amazon la locandina del film “Heaven & Earth” di Haruki Kadokawa del 1992. Two warriors. Two dreams. One destiny.
E’ la storia di Uesugi Kenshin e di Takeda Shingen e della quarta battaglia di Kawanakajima, uno dei primi argomenti di questo blog.

I compari (McCabe & Mrs. Miller)

Pubblicato in Film, Poker da lollipop il Agosto 28, 2008
Locandina della versione originale del film

Locandina della versione originale del film

In molti elenchi di film collegabili al gioco del poker si può trovare “I compari” (1971, titolo originale “McCabe & Mrs Miller”) un western atipico di Robert Altman, con Warren Beatty e Julie Christie, tratto da un romanzo di Edmund Naughton.

La storia è ambientata nel 1901, in pieno inverno, in un paesino di montagna (Presbyterian Church) abitato soprattutto da minatori. McCabe, ad un certo punto arriva in paese, accompagnato da un alone di leggenda (non è chiaro allo spettatore quanto meritata): è forse lui quel famoso pistolero? Oppure è un giocatore professionista? Ed in effetti la prima cosa che McCabe fa è quella di tirare fuori il necessario e organizzare una partita di poker nel saloon, agendo in qualche modo sia da banco che da giocatore. Ben presto McCabe si rivela soprattutto un imprenditore, perché è deciso ad aprire un suo locale, casino e bordello contemporaneamente ed in questo viene coadiuvato da Mrs Miller.

Di poker non c’è in realtà molto altro e così l’inserimento di questo film nelle liste di film sul poker sembra una forzatura … Vi è comunque una “mano” molto interessante, anche se essa non viene giocata intorno al tavolo verde. L’attività di McCabe va a gonfie vele, e la società mineraria fa una proposta per rilevarla. McCabe rifiuta l’offerta ed un dialogo con Mrs Miller, che invece lo invita caldamente ad accettare e ad andare via, mostra allo spettatore che il suo è solo un modo per ottenere una cifra più alta. Neanche sostanzialmente più alta a dir la verità, ma gli inviati della compagnia non reagiscono come si aspettava McCabe e abbandonano le trattative al primo rifiuto: la compagnia ha altri metodi per impadronirsi dell’attività… Tre killer vengono mandati dalla società mineraria per chiudere le trattative in una maniera più informale, diciamo così.

L’inevitabile sparatoria finale è una delle più belle ed originali della storia del cinema (ma il commento si potrebbe benissimo allargare al film nel suo insieme).

La morale è che così come al tavolo da poker le carte in mano sono solo uno degli elementi (spesso neanche uno dei più importanti) da considerare per provare una “mossa”, anche nella gestione di altre situazioni la conoscenza di questi altri elementi, come quella relativa ai comportamenti strategici tipici dei propri avversari, rappresenta un fattore ben più importante.

Il paradosso del baro_6

Pubblicato in Film da lollipop il Giugno 9, 2008

La locandina del film

Un ulteriore interessante esempio del paradosso del baro ci viene raccontato da un film americano del 2002 “Il club degli imperatori” del regista Michael Hoffman.

William Hundert è un appassionato insegnante di studi classici che crede nel suo ruolo di formatore. La sua classe del 1976 viene resa complicata dall’arrivo di un nuovo studente dal carattere difficile, Sedgewick Bell, figlio di un importante senatore. Hundert intuisce le possibilità del ragazzo e cerca quindi di stimolarlo e di motivarlo in vari modi. Ogni anno il liceo St. Benedict indice una gara di storia e fare parte dei tre candidati al titolo di “Mr Giulio Cesare” è un grandissimo onore a cui tutti gli allievi ambiscono. Durante la correzione dell’ultima prova il professore si trova di fronte a un dilemma: a Sedgwick Bell, che negli ultimi mesi ha dimostrato un impegno davvero notevole, manca un solo punto per essere il terzo finalista e Hundert si domanda quanto sia lecito assegnargli quel punto in più penalizzando chi ha raggiunto da solo il punteggio necessario. Dopo qualche doloroso minuto di riflessione il professore decide di premiare lo sforzo di Bell. Durante la gara al professor Hundert viene il forte sospetto che Sedgewick Bell stia barando, sospetto che comunica immediatamente al preside. Quest’ultimo, probabilmente intimorito dal potere del senatore Bell, ordina a Hundert di continuare a fare finta di niente. Il professore, scosso, torna al podio e fa al giovane Bell una domanda fuori dal programma scolastico previsto, ma conosciuta dall’altro finalista. Sedgewick Bell sta barando, ma è altrettanto vero anche se non così ovvio è il fatto che anche il Professore Hundert ha barato, ed almeno tre volte. Una prima volta, la più grave, decidendo di aumentare il punteggio di Bell a scapito di quello di un altro, una seconda volta, non denunciando Sedgewick dopo averlo scoperto e la terza volta avvantaggiando deliberatamente uno dei concorrenti. Se la seconda e terza violazione delle regole dipendono molto dal contesto, la volontà del preside di evitare uno scandalo e quella di Hundert di ristabilire in qualche modo giustizia, la prima è figlia delle sole riflessioni di Hundert. Il Professore ha barato e ne è consapevole, egli giustifica la sua infrazione delle regole legandola ad una buona intenzione, quella di premiare l’enorme sforzo di Bell, ma si indigna quando scopre che anche Bell sta barando. In realtà il comportamento di Hundert sembra del tutto equivalente all’atteggiamento di Mondonico che come allenatore giocatore e arbitro decide quando è il momento giusto per fischiare un rigore in favore della sua squadra. Anche la buona intenzione del professor Hundert non regge ad una critica più attenta. È abbastanza ovvio arrivare a sospettare che Hundert non volesse solo premiare gli sforzi di Bell, ma anche i suoi tentativi di aiutarlo. La seconda parte del film in qualche modo sembra avvalorare questa tesi. Sono passati venticinque anni dalla fatidica gara e l’ormai ricco e potente Sedgewick Bell ha deciso di organizzare una “rivincita” della famigerata gara di storia. L’anziano professor Hundert accetta di presenziare e scopre che, anche stavolta, Bell ha cercato di barare. Il suo senso di fallimento nel tentativo di formare Bell è però addolcito dall’affetto che tutti i suoi ex allievi gli dimostrano, facendogli così capire che un singolo fallimento o un singolo successo non bastano per tirare le somme di una vita dedicata all’insegnamento e alla formazione delle persone.

(Quanto precede è fortemente ispirato ad un brano del libro di Claudia Piccardo e Gian Piero Quaglino “Scene di leadership. Come il cinema insegna a essere leader”. Raffaello Cortina Editore 2006)

La strategia dominante di Indiana Jones

Pubblicato in Film da lollipop il Maggio 28, 2008

La locandina dell'ultimo film della serie

Ogni volta che si parla di Indiana Jones (in questi giorni è uscito l’ultimo film della saga “Indiana Jones e il teschio di cristallo”) a noi viene in mente una scena da “Indiana Jones e l’ultima crociata”: il padre di Indiana Jones (interpetato da Sean Connery) è stato ferito a morte e può salvarsi solo bevendo l’acqua del Sacro Graal. I nostri eroi sono nel posto giusto, ma c’è un problema, tra numerosi calici bisogna scegliere quello giusto, una scelta sbagliata sarebbe fatale (anche a prescindere dalla ferita). Indiana Jones ne sceglie uno, immerge il calice nella fonte e beve lui per primo. Solo dopo aver scoperto di aver fatto la scelta giusta fa bere il padre che può così guarire. Il problema è evidente, se la scelta fosse stata sbagliata Indiana Jones sarebbe morto per aver bevuto dal calice sbagliato ed il padre a causa dalla ferita. Dal punto di vista della teoria dei giochi, che crediamo per una volta non si discosti dal buon senso comune, avrebbe dovuto far bere il padre senza prima assaggiare l’acqua; anzi questa scelta sarebbe stata per la teoria una “strategia dominante”, cioè una strategia che non può mai essere peggiore di nessun altra, ma solo migliore in alcuni casi, e non peggiore nei rimanenti casi. Nel loro libro “Io vinco tu perdi” Avinash Dixit e Barry Nalebuff (appena ripubblicato in Italia dalle edizioni del Sole 24 Ore) fanno notare (in un nota a piè di pagina) che “Questo esempio sottolinea, fra l’altro, una debolezza della teoria dei giochi. Le azioni vengono giudicate soltanto in base alle loro conseguenze. Non viene posto nessun valore morale sull’atto in sé. Sebbene il padre sia già ferito mortalmente, Indiana Jones potrebbe non voler essere il responsabile dell’atto che ne causa la morte”. È difficile rendere realistica una situazione del genere ma alcuni nostri sondaggi casalinghi, suggeriscono che a nessuno verrebbe neanche in mente di assaggiare per primo l’acqua!

Il caso_1

Pubblicato in Film da lollipop il Maggio 15, 2008

 

 “Non lasciate niente al caso”: quante volte ve lo hanno consigliato, suggerito? Quante volte avete seguito questa indicazione? Ma è proprio vero che non bisogna mai lasciare che il caso intervenga nei nostri processi decisionali?

In innumerevoli circostanze gli uomini hanno razionalmente scelto di affidare alla sorte le loro decisioni, ed ormai sono molti anni che la teoria dei giochi ha dimostrato matematicamente che in molte situazioni affidarsi al caso è proprio la scelta migliore. Andando in gira tra i nostri archivi vi proponiamo una serie di esempi. 

Dino Risi, il regista, ha raccontato ad Irene Bignardi (La Repubblica del 9 agosto 2006) un episodio che altro non è se non una vera e propria ordalia in chiave moderna. Risi racconta che il periodo dell’estate del 1961 in cui fu girato “Il sorpasso” fu “una vacanza fantastica”, e che tutti si divertivano, meno Cecchi Gori, che produceva il film e che era molto preoccupato per il finale, inconsueto per quel genere di film, che già veniva chiamato commedia all’italiana. “Il povero Cecchi Gori non era affatto contento, e a mano a mano che risalivamo l’Aurelia, a ogni tappa, da Civitavecchia a Castiglioncello, cercava disperatamente di convincermi a buttarlo. Io prendevo tempo. Quella scena, la scena in cui dopo la lunga corsa dei due sull’Aurelia a macchina si trova di fronte a un camion, appunto, in un sorpasso, e Gassman salta fuori in tempo e Trintignant rimane imprigionato e precipita con l’auto dalla scogliera, era ovviamente prevista per l’ultimo giorno di lavorazione, perché poi la macchina non sarebbe più stata utilizzabile”. Si era ormai alla fine di settembre, il tempo era incerto, l’estate stava per finire.

E Cecchi Gori, da buon giocatore, ha tentato la sua ultima carta. Ha detto: facciamo così, che se domani piove, come a lui sembrave che dovesse succedere, si torna tutti a Roma, e il film finisce con Bruno Cortona e Roberto che se ne vanno felici e contenti, ormai amici per sempre. Bè, non è piovuto. Il finale sarebbe stato il mio.

 

Anche grazie a questo finale amaro, “Il sorpasso” è diventato un classico del cinema italiano.

 

http://www.italica.rai.it/cinema/commedia/ilsorpasso.htm

http://www.internetbookshop.it/dvd/8017229438257/dino-risi/sorpasso.html