Orazi e Curiazi: ritirata strategica
Tito Livio racconta che per risolvere il conflitto che era sorto tra Roma ed Alba Longa (VII secolo a.C.) i due sovrani, il romano Tullo Ostilio e l’albano Mezzio decidono di affidare le sorti dello scontro a due gruppi di rappresentanti delle due città, evitando eccessivi spargimenti di sangue. Furono scelti per Roma gli Orazi, tre fratelli e per Alba Longa i tre gemelli Curiazi. Il combattimento, con le spade, inizia, i tre Curiazi sono feriti, ma due Orazi sono uccisi. Il terzo Orazio, per non affrontare tre nemici contemporaneamente si dà alla fuga, ma il suo è un tentativo di separare i tre Curiazi. Gli albesi infatti lo inseguono, ma nel farlo si distanziano e così l’ultimo Orazio può affrontarli uno alla volta, sconfiggendoli. Ad ogni duello lo scontro è tra un uomo forte e uno debole. Gli Orazi hanno vinto, Roma ha vinto, anche grazie all’arte della fuga…
Alex Randolph sugli scacchi
Alex Randolph (1922-2004) è in pratica l’inventore della professione di creatore di giochi.
“Un Alfiere sul tavolo non è niente. Un pezzo di legno. Ma messo su una scacchiera, immediatamente sembra riempirsi del desiderio di muoversi, di andarsene nella sua pazza strada obliqua. Ma gli Alfieri sono relativamente recenti negli scacchi. Invece in tutte le forme classiche di scacchi c’è sempre una linea di soldati davanti ai pezzi nobili nel retro: umili pedoni che siamo sempre pronti a mandare avanti perché siano scambiati o sacrificati per un vantaggio minimo; sebbene sappiamo che ognuno di loro ha in sé il potere di essere un giorno promosso e diventare un pezzo maggiore, una metamorfosi che negli scacchi occidentali può essere particolarmente devastante. Possiamo quasi vedere i nostri modesti pedoni cresce e gonfiarsi di importanza quando minacciano la promozione. Un pedone avanzato che si avvicina all’ottava riga sembra Gengis Khan. Ma il più vicino alla vita di tutti i pezzi degli scacchi è naturalmente il cavallo. Da bambino avevo una vera passione per questo pezzo, che ho sempre chiamato cavallo, poiché è ciò a cui assomiglia. Dovunque vedevo una superficie di caselle in una parete o in un pavimento, immaginavo immediatamente una mossa di cavallo. Mi piaceva la sua trasgressività, il suo non rimanere nei ranghi e il suo atterrare sempre in una casella dell’altro colore. Simpatizzavo anche con la reputazione che aveva di non essere un pezzo molto forte. Sebbene, come tutti sappiamo, in buone mani anche un Cavallo può seminare terrore, specie se saldamente piazzato al centro. Nimzovich ha detto che un Cavallo protetto nel centro è come una spina nella gola dell’avversario.”
Il parlamento degli uccelli
Volevo parlare del libro “La novella degli scacchi e della tavola reale” a cura di Antonio Panaino, edizioni Mimesis (collana Simory), ma subito, nell’introduzione alla collana, mi sono imbattuto in questa storia: “Secondo una tradizione della letteratura mistica persiana, tramandata dal poeta Attar nel suo Mantiq-al-taid (il dialogo degli uccelli, XII-XIII secolo), trenta uccelli (si mory) partirono alla ricerca del simory, il loro re, ma, dopo lungo girovagare, si ritrovarono al punto di partenza. Qui si specchiarono e scoprirono di essere diventati identici al loro maestoso e divino sovrano.
Ho approfondito e ho trovato una vicenda più complessa:
Nel poema di Attar si racconta di un numero gruppo di uccelli, a cui uno di loro, l’upupa, si rivolge esortandoli a raggiungere Simurgh, il loro mitico re, che vive in terre lontane e sconosciute.
“…noi abbiamo un re senza rivali che vive oltre la montagna di Qaf. Il suo nome è Simurgh ed è il sovrano di tutti gli uccelli. Egli ci è vicino ma noi siamo ad una distanza infinita da lui… La sua dimora è protetta da gloria inviolata. Il suo nome non è accessibile a ogni lingua… Se vi avrò come compagni sarete a corte i più intimi confidenti del re. Liberatevi dalla vostra miope presunzione! Chi mette in gioco la vita per lui si libera da se stesso, sulla via dell’amato egli va al di là del bene e del male. Abbandonate la vostra vita e iniziate il cammino, avvicinatevi a quella corte a passo di danza!”
Gli uccelli all’inizio non sono convinti e molti di loro muovono obiezioni all’upupa, che risponde loro con pazienza ogni volta convincendoli. Alla fine gli uccelli partiranno, e dovranno attraversare sette valli, simbolo delle tappe dell’evoluzione interiore, la valle della Ricerca, dell’Amore, della Conoscenza, dell’Unificazione, dello Stupore, della Povertà.
Ma solo trenta su centomila raggiungeranno la dimora di Simurgh.
Ora converrà svelare che Simurgh sgnifica trenta uccelli …
“…vennero riflessi nello specchio delle loro anime. Nell’immagine del volto del Simurgh contemplarono il mondo, e dal mondo videro emergere l’immagine del Simurgh. Osservando più attentamente si accorsero che i trenta uccelli altri non erano che Simurgh, e che Simurgh era i trenta uccelli… infatti, volgendo nuovamente lo sguardo verso Simurgh, videro i trenta uccelli e, guardando ancora sé stessi, videro Lui. O meraviglia , questo era quello e quello era questo!...”
Nel suo “Luce della notte” Pietro Citati ci aiuta a capire cosa era avvenuto…
Cosa era avvenuto? Il grande sogno di ogni mistico si era realizzato sul trono di quella corte fantastica ? In quello specchio, il riflesso, l’ombra divina – che noi siamo – si era trasformata in luce divina? L’uomo era diventato identico a Dio, e Dio identico all’uomo? L’unione aveva finalmente trionfato sulla separazione? L’universo che ci era sempre parso dominato dal gioco delle apparenze, rivelava in ogni luogo l’iridiscenza del Simurgh?
Pensieri come questi o simili a questi dovettero attraversare la mente dei trenta uccelli. Sgomenti e confusi, rimasero a pensare: pensarono senza pensieri, e poi interrogarono senza parole il Simurgh, chiedendo spiegazione di questo assoluto mistero, dove il “voi” e il “tu” apparivano uniti.
Senza parole rispose non l’araldo o il messaggero, ma l’essenza stessa di Dio, il suo ultimo volto di luce e di tenebra, nascosto dietro l’ultimo velo.
‘Attar ci ha conservato questa risposta: la risposta, crudele e benigna, ironica e mite, di Dio a qualsiasi uomo tenti di avvicinarsi al suo segreto.
Tutto il viaggio che i centomila uccelli avevano compiuto, quelle valli o stazioni attraverso le quali erano avanzati, quelle montagne, deserti, oceani e astri che avevano valicato, quelle morti penose durante la strada, quei trenta corpi senz’ali, non erano stati che illusione. Essi non erano mai usciti dal cuore – lo specchio in cui Dio si riflette -; e in quello specchio immensamente più grande che ora si era aperto alla corte dei cieli, non avevano visto che la pura immagine divina di sé stessi. Non avevano visto il Simurgh. Noi non possiamo conoscerlo:”Chi mai potrà spingere il suo sguardo fino a Noi? Quando mai una formica potrà contemplare le Pleiadi o sollevare un’incudine?”. ” Non sai – Egli aveva detto un’altra volta – che l’incapacità di comprendere è comprensione? Quindi ti basti avere della nostra Presenza la fortuna di sapere che sei escluso da lei, incapace di guardare la nostra Maestà e la nostra bellezza.”
Così il sogno di trovare nell’uomo la stessa sostanza di Dio venne deriso dalla sommità dell’altissimo trono; e la ricerca mistica di ‘Attar sembra concludersi con un fallimento grandioso.
Ma la parola del Simurgh è sovranamente ambigua, come la sua coda dai mille colori . Ecco che, proprio alla fine, mentre il libro sta per chiudersi su questa disperazione definitiva, Egli annuncia la speranza aperta a tutti gli uccelli: “Annullatevi in Noi, nella gloria eterna, e in Noi troverete la porta di voi stessi!”
Gli uccelli ascoltarono queste parole. Di essi non rimase nemmeno un mucchio di cenere; nemmeno un pensiero o una sensazione o un sentimento. Si annullarono eternamente: si persero nel Simurgh, dimenticando persino di essersi perduti; e la loro ombra si dissolse nel sole.
Così la grande metafora affacciata all’inizio del poema si dispiegò completamente, in tutta la sua complessità di significati. Nella perdita di ogni qualità umana, la luce aveva definitivamente trionfato sull’ombra.
Tutto, ormai, era luce. Gli uccelli erano usciti dal riflesso, dallo specchio, dal cuore, a cui sembravano condannati. Avevano varcato la soglia dell’illusione . Senza diventare Dio o conoscere il suo segreto, avevano raggiunto l’unione tanto sognata. La dualità era scomparsa dall’universo. Non c’era più divisione o separazione. Non esisteva altro che l’Unico.
Cosa accadesse lassù, nella valle dell’annullamento, è impossibile raccontare.
Come trenta gocce, gli uccelli si erano persi nel mare del mistero; e noi non riusciamo nemmeno a riconoscere quelle gocce – l’upupa, la pernice, l’usignolo, l’airone che una volta avevano dimorato sul lido del nostro oceano…
Forse, qualcuno di loro avrebbe potuto dire:”In verità non so nulla, non so nè questo nè quello. Mi sono innamorato, ma ignoro di chi.
Dell’amore che mi governa io neppure ho coscienza, il mio cuore trabocca di passione ed è… vuoto”.
Le immagini dell’upupa sono tratte dalla pagina relativa di Wikipedia Italia
Piacer del Magnolino
Zanobi Magnolino fu uno scacchista fiorentino del XV secolo che viene citato in un suo “Capitolo” (si tratta del “Capitolo del Cornacchino, o lamento di Nardino, canattiere, strozziere e pescatore eccellentissimo) da Francesco Berni; nei primi versi:
O buona gente che vi dilettate
E piaccionvi i piacer del Magnolino,
pregovi in cortesia che m’ascoltiate.
Io vi dirò el Lamento di Nardino,
…
E poi di nuovo negli ultimi:
si ch’è non s’abbi al tutto a disperarne:
Dio lo cavi di questa tentazione.
Io voglio in cortesia tutti pregarne
che voi preghiate Dio pel Cornacchino;
dico a chi piace uccellare alle starne,
ch’è proprio un de’ piacer del Magnolino.
L’espressione “Piacer del Magnolino” è diventata una forma proverbiale: si dice dell’affaticarsi grandemente con pochissimo pro. Si dice quando uno si piglia spasso di quello che comunemente sarebbe dispetto a ciascuno. Tratto da Benedetto Magnoli cittadin fiorentino detto il Magnolino, il quale di verno, quando pioveva, andò in mantello, cappuccio, e in zoccoli da Firenza a Pisa per una strada fangosissima, essendo domandato perché l’aveva fatto; per piacere. Dal “Vocabolario della lingua italiana già compilato dagli accademici della Crusca e ora nuovamente corretto e accresciuto dall’abate Giuseppe Mannuzzi” del 1838.
Magnolino fu alla corte di Cosimo I de Medici ma giocò anche con Nicolò III d’Este. In una sua lettera che scrisse a Borno d’Este il 28 aprile 1454 fu lui stesso a dichiarare di esser “assai dotto nel gioco degli scacchi”.
Un dubbio ci assale: che anche giocare a scacchi sia un piacer del Magnolino?
Toad Style
RZA (Robert Diggs) è il fondatore del collettivo hip hop WU-TANG CLAN, più di un gruppo musicale, impegnati come sono in mille attività parallele. Tra le passioni di RZA ci sono gli scacchi, tanto che ha fondato un sito online, Wuchess, che offre possibilità di giocare dal vivo, chat, tornei, lezioni, e la possibiltà di giocare con RZA e altri ospiti illustri. Per poter usufruire dei servizi del sito bisogna iscriversi (40 $ annui) e comunque larga parte degli introiti vengono donati alla “Hip-Hop Chess Federation” per il sostegno delle attività di insegamento degli scacchi nelle scuole. Informandomi su questo progetto, ho letto alcune interviste a RZA, che in un’occasione ha dichiarato: The game of chess is like a sword fight. You must think first, before you move. Toad style is immensely strong, and immune to nearly any weapon. When it’s properly used, it’s almost invincible” Ok, mi sfuggiva il significato della parola “toad” e sono andato a verificare: vuol dire rospo. Ma che cosa è lo stile rospo che è immensamente forte ed immune a quasi ogni arma, uno stile che se propriamente usato è praticamente invincibile? Pensavo di conoscere abbastanza gli scacchi ma è la prima volta che mi imbattevo in questo “stile del rospo”, allora ho approfondito le ricerche ed ho capito. RZA si riferisce ad un famoso film di arti marziali “Five Deadly Venoms” (Hong Kong, 1978) che ha per protagonisti 5 maestri di Kung-Fu, ognuno con un suo caratteristico stile: abbiamo “Il Millepiede”, “Il Serpente”, “Lo Scorpione”, “La Lucertola”, e appunto “Il Rospo”.
Vediamo quali peculiarità ha questo stile: i rospi non fanno molto, ma sono dei tipi duri e resistenti e questo atteggiamento essenzialmente difensivo costituisce la loro caratteristica fondamentale. Il Rospo è invincibile rispetto ad ogni forma d’attacco e d’arma. La debolezza di questo stile è che ogni Maestro che lo pratica ha un punto debole, che se colpito (per la precisione se punto) elimina le caratteristiche positive dello stile, come la resistenza agli attacchi. Se ne volete sapere di più sul film qui su wikipedia.
Per saperne di più sullo stile rospo negli scacchi, a un qualche futuro articolo!
Nomadologia
Anche Gilles Deleuze e Félix Guattari nella loro opera “Mille piani” usano gli scacchi ed il go per confrontare “la macchina da guerra” e “l’apparato di stato”.
In particolare l’estratto proposto si trova del capitolo XII (Trattato di nomadologia: la macchina da guerra) dell’opera Mille Piani. Nel 1995 l’editore Castelvecchi aveva pubblicato questo capitolo in un volume autonomo sotto il titolo di “Nomadologia – Pensieri per il mondo che verrà”.
Il brano in pdf: Nomadologia
Scacchi e go (anzi wei-ch’i)
Dal nostro punto di osservazione, uno degli interventi più interessanti del convegno di febbraio “Gli scacchi: un gioco per crescere” è stato quello presentato da G. D’Eredità e F. Spagnolo “Le diversità culturali nelle concezioni tra Oriente ed Occidente osservate attraverso gli scacchi ed il wei-ch’i e le connessioni con la Didattica”
La foto, che rappresenta una “piccola” biblioteca ludica è tratta da flickr







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