Mutarsi in attacco

Hans Delbruck
… Regola numero uno di Clausewitz: “In guerra, l’unica certezza è l’incertezza”. Il solo modo di opporsi al dominio del Fato è dunque apprendere il metodo razionale del combattimento. Questo paradosso è la guerra e ve ne insegnerò il segreto”.
Fiore Mastema infilò il cucchiaino di granita di limine, scartò pigra i bianchi petali di gelsomino che la decoravano e fissò Terzo: “Sarebbe?”.
“Sarebbe, cara duchessima, che non si vince mai, tranne in rare eccezioni, difendendosi. Prima o poi bisogna decidersi ad attaccare”.
(…) Vi ho spiegato l’importanza della difesa: ma da una posizione di difesa bisogna poi passare all’offensiva. E qui non ho che da citarvi il maestro Delbruck, tu prendi appunti e lei ascolti cara Fiore: non mi crede, lo so, ma prima o poi leve verrà utile nella vita”.
Terzo leggeva la traduzione del Delbruck, faticosamente compilata con Amedeo Camapri: “Battaglia di Hastings, decisiva per la conquista dell’inghilterra di Guglielmo il Normanno. (…) Sentite il Delbruck: “Gli anglosassoni di Harold erano forti sulla difensiva, ma le battaglie non si vincono solo difendendosi. La difesa è negativa, la vittoria è positiva. Con eccezioni estremamente rare, la sola difensiva che possa condurre alla vittoria è quella che al momento opportuno, si muta in attacco. Abbiamo visto gli ateniesi a Maratona: impotenti ad affrontare un nemico più numeroso in campo aperto, si difesero, scattando però all’attacco all’ordine di Milziade. Harold non fu capace di fare altrettanto: i suoi portacolori erano coraggiosi, ma il coraggio non vale la disciplina. Andarono all’assalto in disordine e fallirono.”
Brano tratto da “Principe delle nuvole” di Gianni Riotta
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Zugzwang
Su Turingduchamp tre interventi che ruotano intorno ad una famosa partita di scacchi, la Saemisch – Nimzowitsch, giocata a Copenaghen nel 1923.
“Zugzwang” un romanzo di Enrico Faraoni.
Qualche considerazione sul fatto se si tratta di vero Zugzwang …
Ed un altro aneddoto legato agli stessi giocatori.
Il contrattacco

E la verità è che si dovrebbe dire: “La miglior difesa è il contrattacco (sull’attacco dell’avversario)”.
Ci sono innumerevoli situazioni strategiche in cui si può dimostrare la verità di questo concetto, che in alcuni casi può anche essere trasformato in qualcosa come “il miglior attacco è il contrattacco sull’attacco dell’avversario”.
È quello che ad esempio sostiene Giorgio Nardone nel suo libro del 2003 “Cavalcare la propria tigre” (pubblicato da Ponte alle Grazie).
(…) non si deve attaccare per primi ma aspettare la prima mossa del contendente e sorprenderlo con una contromossa. Infatti “la miglior risposta la si ha quando questi ha preso l’iniziativa e non può badare troppo allo stare in guardia” (Lee, 1977). Questo concetto marziale, che come vedremo si applica a qualunque interazione umana e non solo al combattimento, mette in evidenza il vantaggio dell’aspettare tranquilli e dell’immediata risposta all’attacco. Non esiste infatti attacco che non possa essere bloccato o addirittura trasformato in contrattacco. Chi attacca inevitabilmente è costretto a scoprirsi, esponendosi a una pronta e idonea risposta. Certo tutto dipende dall’abilità e capacità di controllo di chi si difende: è molto più facile attaccare che difendersi da un attacco. Ma se il difensore è abile, la sua difesa diventa il migliore degli attacchi. (…)
Non crediamo che questa interpretazione rafforzata sia sempre corretta, in quanto ci sono situazioni strategiche in cui indubbiamente la parte in vantaggio deve attaccare se vuole conservare la sua supremazia. Dire che “Non esiste infatti attacco che non possa essere bloccato o addirittura trasformato in contrattacco” è corretto in una situazione di equilibrio, e ad onor del vero questo sembra dire (almeno implicitamente) anche Nardone, che infatti inserisce queste considerazioni in un capitolo in cui si discute dell’arte di “partire dopo per arrivare prima”, sintesi moderna dei due stratagemmi “Sbatti l’erba per snidare i serpenti” e “Costringi la tigre a lasciare le montagne. In pratica l’idea è quella (in una situazione di equilibrio) di mostrarsi debole invitando l’avversario ad attaccare per poi reagire con un rapido contrattacco.
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1. La miglior difesa è l’attacco?
La miglior difesa è l’attacco?
Uno dei detti strategici più diffusi è questo: “La miglior difesa è l’attacco”.
Proviamo a chiederci, ma è vero? Si tratta di un principio o piuttosto di un luogo comune?
Cominciamo col domandarci quale può essere il reale significato strategico di questo modo di dire:
1) La miglior difesa è l’attacco perché se il tempo della “sfida” lo passi in attacco non avrai neanche bisogno di difenderti. Detto in un altro modo, se stai attaccando il tuo avversario deve difendersi, non può attaccare e tu non hai bisogno di difenderti.
2) Quando attacchi sii preparato a fare talmente tanti danni, che non avrai bisogno di soffermarti più di tanto su quelli che subisci quando è il tuo avversario che attacca.
3) È una questione di iniziativa, è meglio fare la prima mossa, invece che aspettare l’attacco dell’avversario. In questo caso “attaccare” può anche voler dire mobilitarsi per impedire gli attacchi dell’avversario.
4) È una questione di carattere generale, per quanto sia importante la difesa, ad un certo punto per vincere (in quasi ogni contesto) prima o poi devi attaccare.
5) È una questione di carattere generale, attaccare è più facile che difendersi.
6) Se dichiari di seguire questo “principio” il tuo avversario consciamente o incosciamente il tuo avversario si preparerà per difendersi, così tu effettivamente potrai dedicarti all’attacco.
Queste traduzioni in azioni strategiche sono spesso simili e non sono necessariamente in esclusione l’una con l’altra. Possono essere il significato da adottare in un determinato momento di una lotta, o in un determinato contesto di regole.
Ma c’è qualcosa che non torna, più ci pensiamo, più ci ripetiamo, la miglior difesa è l’attacco, più ci sembra un principio falso, o al più (ad esempio nel caso del significato 4) inutile. Non puoi sempre attaccare, e non è detto che i tuoi attacchi abbiano la stessa efficacia, e si l’iniziativa è importante, ma in un situazione di equilibrio un attacco non giustificato non può avere succcesso. Abbiamo detto “falso”, ma forse avremmo potuto dire quasi vero ma fondamentalmente falso.
Questo piccolo indizio ci avvicina alla verità….
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Professione: Bluffeuse
La vita e le partite della regina del Poker e del Texas Hold’em
Isabelle Mercier con Marina Rozenmann
Mursia 2008
Quando lo abbiamo visto in libreria, sapevamo già che l’avremmo comprato (non fosse altro per proporre un appendice sul tema del bluff per questro blog). Poi mentre lo sfogliavamo ci siamo imbattuti in qualche frase qua e là che ci aveva lasciati un po’ perplessi, tipo questa: “Spendere sempre un po’ più che si possiede dimostra il desiderio che si ha di vivere.” Forse Zygmunt Bauman potrebbe aggiungere questa frase in una sua prossima edizione di “Vita liquida”… ma poi ci siamo detti, chissà come suona nel contesto e l’abbiamo comprato e ora letto.
“Bluffeuse” è molto interessante soprattutto per come descrive la vita di un giocatore di poker professionista. Ad un certo punto la Mercier dice qualcosa del tipo le mie valigie sono la mia casa: indubbiamente quest’aspetto rappresenta il nucleo centrale del libro. Di partite di poker vere e proprie ce ne è qualcuna, ma niente che possa essere preso come materiale di studio, e del resto ben presto si capisce che anche se l’autrice dà qualche consiglio qua e là il suo libro non vuole certamente essere un manuale.
Non mancano comunque altri spunti degni di attenzione, come quando a pagina 66 la Mercier racconta che il suo gioco ha cominciato a migliorare una prima volta quando ha capito “… che le fiches sono un linguaggio; con loro si comunica, si risponde al proprio o ai propri compagni. A volte la conversazione procede male, e qualcuno decide di mollare gli altri quando va in all-in, per esempio. Alcuni parlano continuamente, quando non smettono di rilanciare. …”
O come quando più volte nel corso del libro dice che il bluff è una storia che un giocatore racconta al suo avversario. Non potremmo essere più d’accordo, noi che pensiamo che ogni momento del poker e di ogni altro gioco è raccontare una storia.
A pagina 136 c’è un panegirico del gioco aggressivo: “Paul (Magriel) mi parlava di aggressività: in genere, mi diceva, è sempre più piacevole prendere il controllo di una mano che seguire passivamente. Dunque bisogna rilanciare la puntata degli altri per prendere il controllo. Questi attacchi continui mettono gli avversari in posizione difensiva, allora diventano più facilmente leggibili. Inoltre, se un giocatore aspetta ottime carte per giocare un colpo, essere attivo e rilanciare, non riuscirà a tirar fuori le fiche che possono fargli vincere le sue grosse mani. (….) Gli altri vedono che giochi molti colpi, che non hai paura di niente. Le tue fiches sono soldati. Vuoi riportarli a casa insiema a qualche prigioniero. La guerra è psicologica. I tuoi avversari hanno paura, tremano, continuano a gettare le carte. Sei il padrone del mondo, perché il tuo mondo è il tavolo.
Tutto giusto anche se sarà utile specificare che altre letture ci informano che questo stile è anche molto molto difficile da praticare con successo.
Degna di attenzione anche la citazione dei lavori di Charles Nesson “… professore della scuola di diritto di Harvard, ha pubblicato uno studio che presenta il poker come una panacea per parecchi problemi della società, dalla delinquenza giovanile alle crisi diplomatiche mondiali. Dice che il poker può contribuire allo sviluppo del rispetto, al senso acuto degli affari, e persino alla strategia di guerra. Poiché insegna alla gente a pensare da sola, un elemento chiave dell’individualità, ma insegna anche la pazienza, il sangue freddo, il rispetto del proprio avversario e la comprensione, l’accettazione di un altro punto di vista oltre il proprio. E anche a perdere.”
Aggiungiamo che Charles Nesson ha fondato ed è attivamente coinvolto nella GPSTS, Global Poker Strategic Thinking Society.
Tutto sommato un libro interessante, e se poi sarete abbastanza bravi, come è la Mercier, di vincere dei soldi con il poker sarete voi a decidere come spenderli. La sua prima vincita sostanziosa Isabelle Mercier l’ha spesa così: “Ho vinto 53.697 euro. Spese interamente ad avenue Montaigne, in abiti e ammennicoli di lusso, e in foie gras, tè e biscotti da Fauchon. Come le ragazze di Sex and the City in piena fame di shopping!”
Un nuovo “ordine sparso”

Una poesia di Bertolt Brecht dedicata a Walter Benjamin;
dove ci si chiede se il domino sia un gioco di strategia (e si parla di un libro di Paco Ignacio Taibo II);
dove si continua il viaggio del rapporto tra domino e tequila (citando un brano di Pino Cacucci);
un resoconto da un torneo di scacchi (dove quello che dice browso browso è il curatore di questo blog).
Tutto sul sito del Centro Studi Turing Duchamp.
Pantomima terrestre

Vittorio Sereni
Una poesia di Vittorio Sereni:
Pantomima terrestre
…Auprès de margelles dont on a soustrait les puits
RENE CHAR
Ma senti – dice – che meraviglia quel cip sulle piante
di ramo in ramo come se il poker continuasse all’aperto:
dimmi se non è stupenda la vita.
Chiaro che cerca di prendermi per il mio verso.
Vorrei rispondergli con un’inezia della mente
un’altra delle mie tra le tante
(gente screziata di luna per porticati
e uno attorno tra loro, dall’uno all’altro:
assaggiate questa fresca delizia).
Certo, – rispondo invece – è stupenda. Vuoi testimoni?
Prove per assurdo? Controprove?
Eccoti di giorno in giorno la mia acredine
La mia insofferenza di gente in gente
(ma queste brezze tra le secche e le rapide
tra i diluvi e le requie dell’essere questi balsami…).
Pare bastargli: ma dunque (benedicente, bonario)
ma allora, coraggio!
Per giravolte di scale
va su col coraggio.
Parli – gli grido – dietro
come un credente di non importa che fede.
E lui per rami di scale, mezza faccia già disfatta
mezza in ombra, canzonandomi con parole d’autore: ?le gusta
este jardine que es suryo?Evite…
dal basso gli completo la frase: que sus hijos lo destrujan…
rifacendogli il verso.
Ma se è già guasto, con queste stesse mani:
e tu chi sei tu così avanti sulla scala del giudizio
e del valore, dillo ai tuoi discepoli e seguaci
ai tuoi consoci, vengano a questi bicchieri
di delizia a questi apparati di fresco
ma in comunione ma tutti ma in una volta sola.
È rimasta una chiazza una pozza di luce
non convinta di sé un pozzo di lavoro con attorno
un girotondo di prigionieri (dicono) sulla parola:
sanno di un bagliore che verrà
con dentro, a catena, tutti i colori della vita
- e sarà insostenibile.
Sembra allora di capirlo a che si ostinano
dove puntano cosa vogliono o non vogliono
che cosa negano che scappatoie infilano
i motori della giostra serale
con quelli che fingono ad ogni giro di andare via per sempre
con quelli che fingono ad ogni giro di arrivare
dentro un paese nuovo per cominciare ex-novo
- e i primi lampi
lo scroscio sulle foglie
l’insensatezza estiva.
Grammatica delle manovre strategiche
Secondo Lasker ognuno possiede una conoscenza almeno elementare del linguaggio strategico e a titolo di esempio propone anche una sorta di abbozzo di grammatica delle manovre strategiche.
Sviluppo le mie forze: manovre che puntano a diffondere la pressione sul campo secondo uguali propozioni
Attacco la debolezza D: accumulazione di effetti su D
Mi colloco in uno stato di difesa: le debolezze più grandi occupano luoghi di pressione minore. La linea più esposta all’effetto del nemico presenta debolezze minime, è difficile da riconoscere ed è molto mobile.
La tua minaccia è solo un bluff: tranquilla continuazione dello sviluppo, o completa tranquillità, nonostante la concentrazione di pressione nemica su una debolezza.
Eluderò la tua minaccia mediante la fuga: movimento della debolezza minacciata verso un luogo di minor pressione.
Affronterò la tua minaccia: manovre che aumentano lo sforzo che il nemico deve compiere per concretare la sua minaccia.
L’esecuzione della tua minaccia sarà per te dannosa: una controminaccia su una debolezza del nemico a cui difesa è impossibile senza l’uso di forze che quest’ultimo aveva destinato all’attacco.
Tu sei più forte di me: movimento di fuga verso luoghi di minor pressione.
Ti attaccherò più tardi: operazioni volte a diminuire l’armòostia del nemico, ad esempio mediante la formazione di una regione coerente di pressione.
Resisterò al tuo attacco per qualche tempo: punti dai quali si possono ottenere grandi effetti sono occupati da stratòi molto mobili.
Intendo cedere terreno: gli stratòi di piccola armòostia sono inviati vero punti lontani di bassa pressione.
Ora metto in gioco tutto in quest’unica opportunità: considerevole concentrazione di pressione su una debolezza anche se le operazioni richiedono l’attraversamento di zone di grande pressione. Le future minacce nemiche sono totalmente ignorate.
Il tuo attacco è fallito: gli stratòi che esercitano grande pressione sono costretti a ritirarsi.
Cado, ma vendo la mia vita a caro prezzo: gli effetti sono diretti contro gli stratòi che esercitano una grande pressione. Non si effettua alcuna ritirata.
Sono disperato. Fai attenzione: un movimento aggressivo o qualche altro preparativo per attaccare un nemico superiore.
Sei perduto. Non ho bisogno di assalirti: l’armòostia del nemico è quasi esaurita. Si prende una posizione difensiva.
Devi attaccarmi, o sei perduto: operazioni che limitano considerevolmente l’armòostia dell’avversario.
Il tuo successo è insignificante: continuazione della lotta dopo la perdita di una debolezza.
Il successo al quale aspiri ha poco valore: non si porta alcun aiuto alla debolezza assalita, ma se ne ottiene il massimo compenso possibile. Perseguimento energico di un contrattacco.
Voglio distruggerti completamente: operazioni che sono dirette ad esaurire completamente l’armòostia del nemico.
Voglio obbligarti a battere in ritirata: concentrazione di pressione sulla posizione nemica, ma nessuna sulla sua linea di ritirata.
Il momento è favorevole: una parte esprime una grande attività. Le pressioni e le debolezze sono considerevoli.
Il momento critico ancora non è giunto: una parte esprime una modesta attività. Le pressioni e e le debolezze sono leggere.
La crisi si avvicina: occupazione di posti di leggera pressione dai quali si possano produrre degli effetti senza sforzi eccessivi.
So che la mia posizione è difficile da mantenere, ma farò del m io meglio: difesa laboriosa, poco contrattacco. Ritirata degli stratòi verso posizioni in cui non siano obbligati a esporsi ad effetti in maniera da coprire grandi debolezze.
Abbiamo fatto qualche taglio, ma d’altra parte è vero che come notato dallo stesso Lasker questo elenco è facilmente allungabile.
I principi della lotta

Emanuel Lasker
Illustriamo ora il nucleo centrale del lavoro di Lasker: i tre principi del lavoro, dell’economia e della giustizia.
Il principio di lavoro
Nella misura in cui gli stratòi esercitano i loro effetti sulle varie parti del campo macheico (…) essi svolgono un lavoro macheico.
La grandezza del lavoro che può essere svolto da un gruppo di stratoi in tutte le varie possibili condizioni che potrebbero presentarsi in una machè è un indice del valore macheico di tale gruppo e si può definire brevemente come il suo proprio “valore”. Il lavoro ottenuto dalla macheide attraverso un gruppo di stratòi durante la màche è proporzionale al valore di quel gruppo.
In pratica ci sta dicendo che lo stratega otterrà i contributi migliori dai suoi strumenti dal valore più grande.
Il principio d’economia
Questo principio ci dice che lo stratega perfetto predispone e esegue le sue manovre con la massima economia: “In accordo con la sua natura e definizione, la macheide è infinitamente economica nei riguardi dell’energia macheica della quale dispone.”
Così ad esempio “nel formare una barriera lo stratega perfetto non creerà in nessun luogo una barriera piùà forte di quanto sia necessario per la sua funzione, e la collocherà tanto in avanti nel campo di battaglia in modo che sia giusto in grado di sopportare la pressione del nemico, di modo che mediante un piccolo sacrificio il nemico potrebbe obbligare la barriera a retrocedere. Ma è chiaro, tuttavia, che sarebbe un pericolo molto grave se si avanzasse al di là di questo punto, perché allora il nemico potrebbe, a mezzo di un’azione eumacheica, ottenere un successo senza perdite. DiI norma non è difficile determinare i punti nei quali le barriere degli oppositori devono incontrarsi: devono stare sulla linea di uguale pressione.”
Prima di presentare il principio di giustizia, Lasker introduce i concetti di equilibrio e di vantaggio:
… Se M ed E procedono alla guerra in stato di equilibrio macheico, nessuna di esse potrà consguire i porpi obiettivi in alcun modo; in caso contrario la guerra sarebbe favorevole per una e non lo sarebbe per l’altra, e non potrebbe essere indifferente per nessuna di esse. Detto ciò possiamo concludere che in una màche equilibrata fra due macheidi nessuna fazione può fare progressi verso la sua meta. (…) Oppure: in una posizione equilibrata c’è difesa sufficiente contro qualsiasi attacco. Se invece una delle parti possiede un vantaggio, allora tanto più proficuo è l’attacco che quella parte può eseguire con successo.
Il principio di giustizia
Il principio di logica e della giustizia ci dirà allora che “il piano del generale (…) dovrà essere logicamente coerente ed obiettivo. … L’attacco di una macheide deve indicare non solo che è presente un vantaggio sul quale esso si basa, ma che il metodo dell’attacco è proporzionale e in relazione con la natura di quel vantaggio.
Nessuna legge che non sia derivabile logicamente da questi principi può essere valida in una màche, e per quanto sia difficile il compito di trovare le manovre eumacheiche (perfette) “possiamo almeno contare sul fatto di non aver paura che una forza mistica, o una qualsiasi altra forza di questo tipo che questo libro non abbia qui illustrato, sia quella che decide il risultato.”
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