La mossa del cavallo

Life is life, chess is chess

Pubblicato in Altra cultura, Scacchi da lollipop il Dicembre 30, 2008
Wang Yue

Wang Yue

Durante il recente torneo Grand Prix di Elista, la Fide ha proposto una serie di questionari hai giocatori. Uno di questi chiedeva:
“How do you cope with failures?”
Hanno risposto, Vugar Gashimov, Teimour Radjabov, Rustam Kasimdzhanov, Peter Leko, Evgeny Alekseev, Ernesto Inarkiev, Shakhiruyar Mamedyarov, Ivan Cheparinov, Etienne Bacrot, Dmitry Jakovenko, Pavel Eljanov, Vladimir Akopian, Wang Yue. Alexander Grischuk pure partecipava al torneo ma non ha risposto alla domanda.
Vi riportiamo alcune libere traduzioni (la nostra fonte è il sito della Chessbase.

A grandi linee gli atteggiamenti dei giocatori si possono dividere in tre gruppi, i fatalisti i tragici ed i pragmatici.

Della categoria dei tragici:

Peter Leko: come ogni sportivo io non amo perdere … (E poi racconta di come ha perso in malo modo un match amichevole contro Magnus Carlsen e che si è ripreso solo qualche tempo dopo in seguito al primo posto ottenuto nel Super Torneo di Dortmund).

Rustam Kasimdzhanov: una sconfitta è la cosa peggiore per un giocatore, almeno per un professionista. … Dopo una brutta sconfitta si ha bisogno di tempo per recuperare, non solo moralmente e psicologicamente, ma anche fisicamente. Non saprei proprio che consiglio dare su come sentirsi meglio dopo una sconfitta.

Teimour Radjabov: (parte come un filosofo, ma poi si scopre un tragico) Cerco di prendere le sconfitte con filososita. Perdere è uno dei tre possibili risultati di una partita, e di tanto in tanto capita comunque, non importa quello che desiderano i giocatori. Ma non tutte le sconfitte sono uguali. Per esempio ieri nonostante fossi stato in chiaro vantaggio per tutta la partita ho perso con Ernesto Inarkiev a causa di un errore in zeitnot. La sconfitta mi ha colpito molto, così non posso dare nessun consiglio su come superare queste situazioni. In questi momenti non riesco a controllare le mie emozioni e mi sento veramente male. Preferirei sempre perdere a causa della migliore prestazione del mio avversario e non sperimentare mai la sconfitta dopo aver fatto tutto alla perfezione a causa di un singolo errore.

Della categoria dei filosofi:

Vladimir Akopian: le sconfitte fanno parte della vita di un giocatore di scacchi professionsita proprio come le vittorie e i trionfi. Naturalmente preferisco subire poche sconfitte ma per me perdere una partita o andare male in un torneo non è una tragedia. Ma ci sono alcuni scacchisti che veramente stanno male quando perdono. … In ogni incontro di ogni sport significa porta alla sconfitta di una delle parti. Qualcuno ha successo e qualcuno perde. È normale e dobbiamo prenderlo con filosofia.

Etienne Bacrot: le sconfitte non mi toccano poi così tanto. Anche dopo una sconfitta molto fastidiosa arrivo alla partita successiva come se niente fosse successo. Bisogna trattare gli scacchi come un gioco e non come una battaglia tra tagliagole.

Vugar Gashimov: molti scacchisti soffrono per le sconfitte o per il fallimento di qualche torneo. Io penso che si dovrebbero prendere le sconfitte con filosofia. D’altra parte, se ci se prepara bene e si è pronti alla lotta, allora le sconfitte dovrebbero essere più rare delle vittorie. Per quanto mi riguarda, io sopporto bene le sconfitte, e considero questa attitudine una delle mie migliori qualità. (…)

Ivan Cheparinov: la sconfitta è un fenomeno ordinario. Ognuno può perdere una partita, e non si dovrebbe starci a pensarci troppo dato che la vita va avanti. Ogni sconfitta può insegnare qualche cosa e non solo a scacchi. Naturalmente bisogna fare un analisi esaustiva delle partite perse per cercarne le casue, ma preferibilmente non nel corso del torneo. Non si ha tempo per questo, bisogna prepararsi per la partita successiva.

Wang Yue: la vita è la vita, gli scacchi sono gli scacchi. OK, ho perso. E allora?

Della categoria dei pragmatici:

Pavel Eljanov: (…) raccomando un sonno profondo, idealmente di dieci ore, specialmente dopo una sconfitta è l’ideale per liberarsi di pensieri spiacevoli.

Dmitry Jakovenko: dopo una sconfitta cerco di non pensarci più e inizio a concentrarmi sulla prossima partita. Se perdo l’ultima partita, inizio a pensare al prossimo torneo. È l’unica maniera per me per riprendermi dalle consegeunze del fallimento sportivo.

Ernesto Inarkiev: naturalmente le sconfitte capitano nella mia pratica torneistica. Non so dire niente di nuovo sull’argomento. Bisogna prepararsi bene, studiare la teoria, e analizzare molto per cercare di non perdere ma vincere. …

Shakhiriyar Mamedyarov: parlando di sconfitte nel senso di tornei andati male, devo dire che non sono soddisfatto delle mie prestazioni negli ultimi dieci tornei su undici. Ma credo che molto presto arriveranno le vittorie. Questa è la vita di uno scacchista professionista.

Evgenny Alekseev: cerco di dimenticare le sconfitte il più presto possibile e di concentrarmi sulla prossima partita. Ma qualche volta non ci riesco. Per esempio ieri ho perso con Grischuk, oggi di nuovo ho perso con Cheparinov. Non so come supererò questa fase ma naturalmente ci proverò. Bisogna sempre lottare fino in fondo.

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Gli scacchi e l’asta di un dollaro

Pubblicato in Scacchi da lollipop il Dicembre 28, 2008

Ovviamente anche giocando a scacchi o a qualunque gioco simile si può cadere nella trappola dell’asta di un dollaro. Iniziate ad analizzare una mossa ma non la trovate del tutto convincente, eppure continuate ad analizzare, finchè ad un certo punto vi accorgete che sono già quindici minuti che ci riflettere su ed iniziate a pensare qualcosa del genere: ma se adesso non la gioco più, a cosa è servito tutto questo tempo di riflessione? E così finite per rifletterci ancora più a lungo, finendo in zeitnot, oppure giocate una mossa che in fondo non vi piace.
Qui la tecnica della collaborazione non potete usarla perchè non c’è un rivale che offre di più, ma quella del “caso” può funzionare… in fondo se ci state pensando da così tanto tempo non deve essere proprio una mossa perdente, analizzatela per un tempo ragionevole, date un occhiata alle alternative e poi giocate la mossa che vi piace di più…

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Effetto Macbeth

Pubblicato in Altra cultura da lollipop il Dicembre 28, 2008

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Mi sono inoltrato nel sangue fino a tal punto che
se non dovessi spingermi oltre il guado
il tornare indietro mi sarebbe tanto pericoloso quanto l’andare innanzi

William Shakespeare

Nell’immagine “Macbeth and Banquo with the Witches” di Johann Heinrich Füssli
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Il gioco dell’asta di un dollaro

Pubblicato in Economia, Matematica da lollipop il Dicembre 28, 2008

oneusd_both_sidesSapersi fermare al momento giusto è una grande capacità. Esistono numerosi esperimenti di psicologia comportamentale che illustrano come invece gli esseri umani si fanno trascinare in spirali da cui non riescono più a uscire.

Uno dei più famosi di questi giochi è quello descritto negli anni Settanta del secolo scorso da Martin Shubik, professore della Yale University.

Di questo gioco, ne parlano (solo riferendosi alla nostra biblioteca) almeno Avinash Dixit e Barry Nalebuff in “Io vinco tu perdi”, Laszlo Mero in “Calcoli morali” e Alberto Gandolfi in “La foresta delle decisioni”.

Il gioco è molto semplice: viene messa all’asta una banconota da un dollaro. Prezzo iniziale di un cent, e regola aggiuntiva che il banditore trattiene anche la cifra proposta dal secondo offerente. Shubik nelle sue pubblicazioni ha fatto notare che in base ai suoi esperimenti in occasioni di “raduni sociali” il biglietto da un dollaro veniva venduto in media per 3.40 dollari.

Il gioco è stato riproposto con numerose varianti in situazioni controllate e i risultati sono stati grossomodo sempre gli stessi.

Uno dei punti più importanti è quando il prezzo del dollaro supera i 50 centesimi, a quel punto è probabile che qualcuno si accorga che il banditore inizia a guadagnarci, ma qualcuno si trova a pensare, “posso ancora guadagnarci anch’io”, offrendo meno di un dollaro. Ma poiché c’è qualcuno che non vuole perdere la sua offerta, è molto probabile che si superi la soglia di un dollaro.

Entra in gioco il fenomeno psicologico dell’“Ho investito troppo per lasciare” (il titolo di un libro di A.I. Teger è “Too much invested to quit”, mentre un capitolo del libro di Gandolfi si intitola “Ho investito troppo per abbandonare proprio adesso”).
Laszlo Mero fa notare numerosi esempi del gioco nella vita quotidiana: indecisi tra due decisioni, ne prendiamo una e poi rimaniamo ad essa legati anche quando è chiaro che sarebbe preferibile cambiare. Aspettiamo l’autobus sempre più a lungo, anche se siamo in ritardo e non ci decidiamo a prendere un taxi, guardiamo un film noioso, e più lo guardiamo e più ci sentiamo in dovere di arrivare fino alla fine. Anche gli scioperi spesso seguono la logica della vendita all’asta di un dollaro, così come le gare d’appalto.

Il gioco della scommessa di un dollaro ha due soluzioni. Una è la collaborazione. I giocatori si accorgono subito del trucco insito del gioco, qualcuno offre un cent e nessuno rilancia. Questa soluzione è proposta da Dixit e Nalebuff: “Potreste pensare che questa storia non fa che comprovare la stoltezza degli studenti di Yale. Ma l’escalation degli arsenali di armi nucleari delle superpotenze è forse diversa? Entrambe sono incorse in costi di migliaia di dollari alla ricerca della vittoria del dollaro. La collusione, che in questo caso significa convivenza pacifica, rappresenta una soluzione molto più redditizia”.
L’altra soluzione, proposta da Laszlo Mero, consiste nell’affidarsi al caso. Ogni giocatore dovrebbe scegliere la sua offerta tra le opzioni ragionevoli in maniera casuale e poi non accettare il gioco dei rilanci.

Insomma l’unica cosa da non fare è quella di scivolare nella sindrome di Macbeth….

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Sumo

Pubblicato in Sport da lollipop il Dicembre 24, 2008

270px-asashoryu_fight_jan08E da parecchio tempo che vogliamo scrivere un post sul Sumo, in particolare sulla struttura delle graduatorie ufficiali dei lottatori, che come hanno fatto notare Steven D. Levitt e Stephen J. Dubner favorisce la pratica di comportamenti irregolari tra i “sumotori”. Prima o poi lo scriveremo, per ora vi segnaliamo questo articolo a firma di Renata Pisu apparso sul quotidiano “La Repubblica” del 20 dicembre 2008.

Turing, Lasca e Backgammon

Pubblicato in Giochi, Libri, Matematica, Uncategorized da lollipop il Dicembre 24, 2008

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Sul sito del Centro Studi Scacchistici Turing Duchamp, la segnalazione di un libro di Leavitt su Turing, quella di Lasca,  un gioco ideato da Emanuel Lasker, nel giorno dell’annivesario della sua nascita,  e la segnalazione di un libro sul backgammon di Dario De Toffoli.

Il coraggio di ammettere la sconfitta

Pubblicato in Economia da lollipop il Dicembre 23, 2008

Non si tratta solo di calcio. Anche negli affari può arrivare il momento di dover dire basta. Abbiamo conservato una pagina de “Il Mondo” del 7 luglio 2006 in cui Jack e Suzy Welch, rispondevano così ad un lettore che raccontava di come avesse delle perplessità sulla sua azienda “…abbiamo combattuto strenuamente per mantenerla produttiva, ma è ovvio che lo spazio di crescita è molto più limitato di quanto speravamo. Che cosa dobbiamo fare: lasciar perdere e ricominciare in un altro settore o continuare a lottare per la sopravvivenza?”

(…) L’ambiente circostante cambia senza che nemmeno ci accorgiamo come e improvvisamente la nostra azienda non è più efficiente e competitiva. Succede tutti i giorni, in ogni parte del mondo, e non solo nelle start-up. Anzi, è una situazione comune anche nei grossi gruppi, nelle aziende che esistono da tanti anni, dove le nuove dinamiche competitive sembrano emergere improvvisamente da un giorno all’altro e sconvolgono lo status quo. Purtroppo, molto spesso, in queste grandi aziende, certi business sono diventati delle specie di istituzioni intoccabilie a tal punto che i dirigenti non reagiscono con quella chiara visione della realtà che lei mostra nella sua lettera. Il fatto è che il cambiamento richiede da parte dei leader di porsi al di sopra di dinamiche del tutto umane come l’inerzia, il legame verso le tradizioni o la speranza che le cose migliorino. I momenti topici, invece, richiedono un atto di coraggio, o almeno una mancanza di sentimentalismo, che sono rari. È in questi momenti che i migliori leader si mettono davanti a uno specchio e si pongono la fondamentale domanda che il grande Peter Drucker faceva quasi 50 anni fa: “Se non ti trovassi già in questo business, ci entreresti oggi come oggi?”. Se la risposta è no, diceva Drucker, devi affrontare una seconda domanda ancora più difficile: “Che cosa hai intenzione di fare dunque?”. Ogni leader oggi dovrebbe ascoltare questo consiglio e, se necessario, seguirlo fino alla necessaria conclusione, che può essere apportare qualche modifica alla propria azienda, ma anche venderla o chiuderla. (…)
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A volte arrendersi è razionale

Pubblicato in Sport da lollipop il Dicembre 22, 2008
Sir Alex Ferguson

Sir Alex Ferguson

Ma a volte le proporzioni della sconfitta sono di proporzioni tali che l’unica cosa da fare sembra quella di arrendersi, o no? Come al solito molto dipende dagli stili di gioco e dalle culture. Ci piace ancora una volta citare un passo del libro di Gianluca Vialli e Gabriele Marcotti “The italian job”:
A volte arrendersi è razionale: è meglio ritirarsi indenni dalla battaglia, conservare le forze e combattere un altro giorno. Mi chiedo sempre cosa passi davvero per la testa dei giocatori in situazioni nelle quali, per esempio, sono sotto 3-0 e accorciano le distanze. Li vedi sempre recuperare in fretta il pallone in fondo alla rete e correre a metà campo per ricominciare a giocare, nella speranza di una sensazionale rimonta. Me lo chiedo perché mi domando se sia razionale ricominciare a giocare in fretta. Certo hai più tempo per segnare di nuovo. Ma offri anche più tempo all’avversario per fare un altro gol. E, di sicuro, se si parla di limitare i danni, è meglio perdere 3-1 piuttosto che 4-1.
(…)

Si tratta di un calcolo di probabilità. Di fare un’analisi dei costi e dei benefici: che rischi si corrono ad affrettare la ripresa del gioco? E questi rischi pesano di più del vantaggio che potrebbero derivare da un eventuale 4-2? Vale la pena cercare di segnare ancora rischiando di prendere gol? E va detto che quando si tratta di rischi, parliamo quasi esclusivamente dela reazione dei media e dei tifosi. Dal punto di vista dell’allenatore una sconfitta è una sconfitta. Ma nel caso dei giornali, della televisione e dei tifosi per strada o al bar, è un’altra storia. Per loro un 5-1 è un ‘umiliazione peggiore rispetto a un 4-1. Non è solo un’altra sconfitta.
Ed è per questo che ci basiamo sul calcolo delle probabilità. Wenger ritiene che sia naturale per francesi e italiani. Sorprendentemente, Sir Alex Ferguson, uno che di rado . almeno in pubblico – è sulla stessa lunghezza d’onda del francese, è d’accordo: “Penso che in Italia quando una partita è sul 2-0 tendiate a pensare che la squadra in svantaggio accetterà il fatto che non è in giornata” sostiene. “Per cui i giocatori tireranno i remi in barca, conserveranno le forze, penseranno alla prossima gara. È molto pragamtico come atteggiamento. In Inghilterra non accade mai. Proviamo sempre a rimontare. Non abbiamo quel pensiero razionale tipico di voi francesi e italiani. Non è il nostro modo di fare. (…)”

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La difesa della sconfitta

Pubblicato in Sport da lollipop il Dicembre 21, 2008
Locandina dei Mondiali del 1954

Locandina dei Mondiali del 1954

Nonostante tutti gli sforzi e la preparazione e tutto il resto, può arrivare il momento in cui ti accorgi che stai perdendo.

Cosa fare allora?

Uno dei possibili atteggiamenti strategici è quello di “difendere la sconfitta”. Questa espressione è stata ideata da Gianni Brera parlando della gestione della partita (di calcio) dell’Uruguay degli anni Cinquanta. Quando si vuole parlare di questo “brerismo” si finisce quasi sempre per citare Uruguay – Brasile, ultima partita dei mondiali del 1950. Non era una vera e propria finale perché per la prima e unica volta gli organizzatori avevano optato per un girone finale a quattro squadre. Al Brasile sarebbe bastato un pareggio per laurearsi Campione del Mondo. All’inizio del secondo tempo i brasiliani padroni di casa si portarono in vantaggio ma, parole di Brera, “non ritennero di doversi accontentare: lasciarono agli attenti uruguagi tali spazi da costringerli quasi ad infilarsi in quelli: partì primo Schiaffino e fu 1-1: nel finale trovò lo spunto Ghiggia e il 2-1 gettò nella disperazione quei boriosi cultori del futbol bailado.”
È possibile ed anzi probabile che Brera avesse già intuito il concetto all’epoca, ma nel suo libro “La leggenda dei Mondiali” egli lo espone non a proposito di questa partita ma raccontando della semifinale del 1954 tra l’Uruguay e l’Ungheria. Poiché si tratta di una partita meno nota e per il suo finale diverso ne riportiamo il racconto di Brera dal citato libro (grassetto nostro).

Gli ungheresi ebbero la meglio sugli uruguagi soltanto nei tempi supplementari.
Questa semifinale ebbe luogo a Losanna in un giorno di pioggia scrosciante. Me ne ricordo come di uno degli incontri più belli ed istruttivi che abbia mai veduto. Agli uruguagi mancavano Abbadie, Muguez e Varela; agli ungheresi, Puskas. Erano ovviamente più gravi le assenze degli uruguagi, i quali avanzarono Schiaffino a finto centravanti, arretrarono l’interno destro-goleador Ambrois al posto di Schiaffino e inserirono con gli stessi schemi lo sconosciuto Haahberg.
I magiari mandarono Hidegkuti a fare il centravanti di sinistra, in linea con Kocsis, e usarono Palotas al posto di Hidegkuti finto centravanti.
Con tre riserve, gli uruguagi stentavano a reggere nel picciaepuccia del campo. I magiari si avventarono, dietro alla loro natura generosa, e sfondarono subito con Csibor, ala sinistra, e poi con Hidegkuti. Il mio cuore era per gli ungheresi, il cui popolo matto aveva espresso mia nonna materna, ma il mio intelletto parteggiava per gli uruguagi, che per me rappresentavano il paradigma assoluto del calcio latino. Per incomplete che fossero, quelle squadre stavano giocando la finale tecnica del torneo; la finale agonistica, quella si sarebbe disputata fra le vincenti delle due semifinali.
Incassati due gol, gli uruguagi non batterono ciglio e m’insegnarono un concetto tattico importante: che la sconfitta deve essere difesa a sua volta. Sembrerà paradossale: non lo è affatto: perché se applicando i tuoi schemi subisci due gol, cambiandoli per rimontare puoi trovarti ancora più a malpartito: aspettando invece che si presentino le occasioni per applicare in attacco i tuoi schemi abituali, puoi nel frattempo illudere e stancheggiare gli avversari.

Così puntualmente avvenne. Gli ungheresi seguitarono ad attaccare ma con slancio sempre meno fervido, con lucidità sempre minore: il finto centravanti Haahberg andò due volte in gol. Fatto il 2-2, si liberò Schiaffino su una palla gol che gridava vendetta al cielo, così facile che Schiaffino non la guardò neppure falciando il sinistro: così ebbe a sbucciarla colpevolmente di esterno: e sola scusa rimane la pozzanghera nella quale galleggiava quella palla dannata.
Sul 2-2 si incominciarono i supplementari e Haahberg tornò subito a rete: batté il portiere Grosics in disperatissima uscita ma la palla finì sulla base del palo: vi fu sopra Schiaffino per ribatterla, ma anche Grosics, che deviò con il corpo. A questo punto gli avversari, stremati, si guatavano senza più ritmo: e la migliore idea l’ebbero i magiari, sparando lunghi cannoni a cercare la testa di Kocsis, acrobata assai reputato: il vecchio appesantito Maspoli, eroe del Maracanà, non trovò il tempo di uscire a pugno teso e Kocsis lo beffò con due incornate beffarde.
Finì 4-2 e gli uruguagi, gente magnifica, s’inchinarono virilmente ai vincitori, da loro considerati anche gli eredi più degni. Se ne uscirono sotto scroscianti applausi senza dare il minimo segno di sconforto. Una volta rinchiusi negli spogliatoi, si abbracciarono piangendo sconsolati. Come lo appresi, ebbi il groppo in gola. Sul mio giornale dedicai intere pagine all’eroismo degli uruguagi: erano dettate dalla gratitudine.
Continua

Libri in ordine sparso

Pubblicato in Libri da lollipop il Dicembre 20, 2008

9788817870924

Libri in ordine sparso su Turingduchamp.
Friedrich Durrematt e una partita a scacchi con  Einstein

Harry Mulisch, Jan Hein Donner, Onno Quist e la scoperta del cielo

Salto, Scavalco, Sorvolo?
Una fiaba per ragazzi