I compari (McCabe & Mrs. Miller)
In molti elenchi di film collegabili al gioco del poker si può trovare “I compari” (1971, titolo originale “McCabe & Mrs Miller”) un western atipico di Robert Altman, con Warren Beatty e Julie Christie, tratto da un romanzo di Edmund Naughton.
La storia è ambientata nel 1901, in pieno inverno, in un paesino di montagna (Presbyterian Church) abitato soprattutto da minatori. McCabe, ad un certo punto arriva in paese, accompagnato da un alone di leggenda (non è chiaro allo spettatore quanto meritata): è forse lui quel famoso pistolero? Oppure è un giocatore professionista? Ed in effetti la prima cosa che McCabe fa è quella di tirare fuori il necessario e organizzare una partita di poker nel saloon, agendo in qualche modo sia da banco che da giocatore. Ben presto McCabe si rivela soprattutto un imprenditore, perché è deciso ad aprire un suo locale, casino e bordello contemporaneamente ed in questo viene coadiuvato da Mrs Miller.
Di poker non c’è in realtà molto altro e così l’inserimento di questo film nelle liste di film sul poker sembra una forzatura … Vi è comunque una “mano” molto interessante, anche se essa non viene giocata intorno al tavolo verde. L’attività di McCabe va a gonfie vele, e la società mineraria fa una proposta per rilevarla. McCabe rifiuta l’offerta ed un dialogo con Mrs Miller, che invece lo invita caldamente ad accettare e ad andare via, mostra allo spettatore che il suo è solo un modo per ottenere una cifra più alta. Neanche sostanzialmente più alta a dir la verità, ma gli inviati della compagnia non reagiscono come si aspettava McCabe e abbandonano le trattative al primo rifiuto: la compagnia ha altri metodi per impadronirsi dell’attività… Tre killer vengono mandati dalla società mineraria per chiudere le trattative in una maniera più informale, diciamo così.
L’inevitabile sparatoria finale è una delle più belle ed originali della storia del cinema (ma il commento si potrebbe benissimo allargare al film nel suo insieme).
La morale è che così come al tavolo da poker le carte in mano sono solo uno degli elementi (spesso neanche uno dei più importanti) da considerare per provare una “mossa”, anche nella gestione di altre situazioni la conoscenza di questi altri elementi, come quella relativa ai comportamenti strategici tipici dei propri avversari, rappresenta un fattore ben più importante.
L’oasi del gioco
Raffaello Cortina Editore (link) ha da poche settimane riproposto in libreria un piccolo classico del 1957 di Eugen Fink, “Oasi della gioia. Idee per una ontologia del gioco”, con il nuovo titolo di “Oasi del gioco”, sarà Pier Aldo Rovatti, nell’introduzione, ha spiegarvi questa scelta, basata sulle diverse parole di significato della parola tedesca gluck. In queste pagine Fink inizia a delineare una approccio al gioco che poi svilupperà in un altro suo testo del 1960, “Il gioco come simbolo del mondo”. Riprendendo un immagine di Eraclito, Fink pensa al corso del mondo come ad un bambino che gioca a dadi. Allora il gioco dell’uomo può essere preso come simbolo del gioco cosmico. Il gioco è simbolo del mondo perché come questo senza scopo, senza senso ma è capace di far percorrere strade che permettono all’uomo l’apertura al mondo, così come fanno altri fenomeni fondamentali quali il lavoro, la lotta, l’amore, la morte. “L’uomo è essenzialmente un mortale, un lavoratore, un lottatore, un amante – e un giocatore.” E sottolieneare che sappiamo (e dobbiamo continuare a farlo) giocare con queste categorie sembra essere il senso principale del libro di Fink: “Noi giochiamo con la serietà, l’autenticità, il lavoro e la lotta, l’amore e la morte. E giochiamo perfino con il gioco.”
Ci piace anche sottolineare un passo che esplicita uno dei temi preferiti di questo blog, e cioè che quasi sempre sono proprio le regole del gioco che permettono la creatività ed il piacere del gioco: “Essenziale inoltre è il momento della regola del gioco. Il giocatore è tenuto insieme ed è costituito da obblighi, è limitato nel cambiamento arbitrario di ogni azione, non è totalmente libero da vincoli. Se non venisse posto e non venisse accettato alcun vincolo, non si potrebbe nemmeno giocare. E tuttavia la regola del gioco non è una legge. Il vincolo non ha il carattere di ciò che è immodificabile. Possiamo perfino cambaire la regola nel corso dell’azione, con l’assenso dei compagni di gioco, e poi per l’appunto vige la regola che abbiamo cambiato e ordina il flusoo delle nostre rispettive azioni. Noi tutti sappiamo la differenza tra i giochi tradizionali, di cui adottiamo i regolamenti, che sono possibilità pubblicamente riconosciute e note del comportamento di gioco, e i giochi improvvisati, che per così dire “inventiamo” – in cui ci si mette d’accordo sulle regole per la prima volta all’interno della comunità di gioco. Si potrebbe credere forse che i giochi improvvisati abbiano un maggior fascino, poiché in essi è dato più spazio alla libera fantasia, poiché ci si può abbandonare al regno aereo delle pure possibilità, poiché i vincoli vengono liberamente scelti, poiché li si può realizzare l’invenzione, il regno della creatività scatenata. E tuttavia non è assolutamente così. Spesso è proprio l’essere legati a una regola di gioco già data che viene vissuto in modo piacevole e positivo, Ciò è strano, lo si può però spiegare con il fatto che nei giochi tradizionali per lo più si tratta di prodotti della fantasia collettiva e di regole tratte dai fondamenti archetipici dell’anima.”
Un maestro Fide al campionato del mondo … di poker!

Ylon Schwartz al tavolo verde
L’americano Ylon Schwartz, 38 anni, maestro Fide di scacchi, americano, si è qualificato per il tavolo finale del torneo principale delle World Series of Poker, in programma al Rio di Las Vegas il 9 novembre 2008, con un primo premio di 9,1 milioni di dollari. Quest’anno per la prima volta, il tavolo finale si svolgerà mesi dopo il torneo vero e proprio, un esigenza televisiva per permettere al pubblico di conoscere meglio i partecipanti. Schwartz ha attualmente un punteggio Elo di 2.259 punti con un picco di 2322 raggiunti nell’aprile 2002. A dir la verità negli ultimi anni sta giocando poco, 15 partite valide per le variazioni Elo negli ultimi 4 anni, ma si sa che al tavolo verde è possibile guadagnare di più …. Le biografie di Schwartz raccontano che si è dedicato anche al biliardo, alle freccette, alle scommesse sui cavalli (?!) e al backgammon, e che ha iniziato la sua carriera scacchistica giocando partite a soldi a Washington Square Park, a Manhattan. Nel dubbio, tiferemo per lui! La foto è di “pokerwire” qui su flickr.
World Mind Sports Games (2)
Terminate le olimpiadi, Pechino e la Cina si preparano ad ospitare i “World Mind Sports Games”. Su Turingduchamp i nomi dei rappresentanti italiani.
Hotel

Hotel room
Dove si parla di scacchisti che cercano tornei e si citano due brani dello scrittore olandese Cees Nooteboom. Qui su Turinduchamp.
L’immagine di *Louise** è tratta da flickr.
Paura di cadere
A volte è un errore salire, ma non provarci mai è molto peggio.
Sandman
Neil Gaiman
Vai Vincenzo!
Riccardo Crivelli raccontando del suo match di ieri sulla Gazzetta dello Sport di oggi usa proprio gli scacchi per raccontare l’incontro dei quarti:
“Al diavolo la scacchiera, meglio buttare all’aria tutti i pezzi e affidarsi al più sanguinoso braccio di ferro. Per acchiappare la terza medaglia della miracolosa spedizione azzurra, Vincenzo Picardi, che nel tempo libero si diletta appunto di pedoni, torri e regine, ha abbandonato dopo un round e mezzo le schermaglie cerebrali di una tattica mordi e fuggi e si è gettato nella battaglia spinto dalla stanchezza (che impedisce spostamenti efficaci) e dagli assalti di Cherif, tunisino arruffone, ma coraggioso come un leone.”
Ancora su Marengo
Marco Gioannini, già autore con Giulio Massobrio di “Marengo. La battaglia che creò il mito di Napoleone” (Rizzoli 2000) ha scritto sul Sole 24 ore del 15 agosto, per una serie “Le grandi battaglie che cambiarono l’economia” un pezzo dal titolo “Napoleone a Marengo, fortuna e gioco di squadra”.
Noi avevamo parlato (vedi il post “Disciplina”) di questa battaglia mettendo in luce il comportamento del generale Desaix soprattutto in relazione alla sua capacità di interpretazione creativa delle regole, Gioannini fa notare che “per vincere la battaglia Bonaparte non fa quasi nulla (…) Nella rara circostanza in cui il talento militare del comandante latita, a spostare le sorti della battaglia a favore delle armi francesi sono allora i luogotenenti del Primo Console: su tutti, i generali Desaix, Kellermann, Victor, Lannes Marmont e Gardanne, molti dei quali diventeranno negli anni successivi marescialli di Francia. Come Bonaparte, sono figli di un tempo nuovo e incarnano una precisa idea di modernità: ambiziosi di successo e proprietà, animati da una feroce volontà di scalare in fretta il nuovo ordine sociale che va formandosi. E perciò – al contraio delle loro controparti austriache – capaci d’iniziativa e decisioni autonome, pronti ad assumersi rischi e responsabilità personali. Socialmente individualisti, quasi sempre in competizion fra di loro, hanno appreso, però, il valore del lavoro di squadra, del coordinamento delle forza, del “fare sistema” in vista di un obiettivo comune. Ciò permette loro di vincere alle sei del pomeriggio una battaglia che tre ore prima era malamente perduta”.





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