Il paradosso del baro_3
L’ambiguità di comportamenti nei confronti di questo particolare atteggiamento nei confronti delle regole è molto evidente nel mondo del calcio. Nel suo bellissimo libro (già citato nel post “Disciplina”), “The Italian Job” Gianluca Vialli affronta, tra le altre cose, il problema dei simulatori. In un confronto tra i diversi atteggiamenti in Italia ed Inghilterra riconosce che il fenomeno è molto più diffuso in Italia, tuttavia racconta che nessuno lo ha mai incoraggiato a buttarsi al minimo contatto. Vialli però ci fa vedere come “certe cose si apprendano in modi più sottili”:
“Mondonico, per esempio era uno spirito libero, ma anche lui voleva vincere. Era solito unirsi alle nostre partitelle e, come spesso fanno gli allenatori, arbitrava mentre giocava. Puntualmente, se la sua squadra stava perdendo o se alla fine dell’allenamento il punteggio era in parità, cadeva in area e si dava un rigore. Succedeva molto spesso. A volte lo faceva per scherzo, altre era tremendamente serio. Dicono che le azioni siano più eloquenti delle parole e, per me, questi erano fatti eloquenti. Che ridesse mentre fischiava il rigore o che fingesse di aver davvero subito fallo, il messaggio era lo stesso: non sopportava la sconfitta ed era pronto a fare qualsiasi cosa pur di vincere. Era chiaro a tutti. E, in questo senso, era parte della nostra educazione calcistica. All’epoca, molti non vedevano certi espedienti per quello che sono veramente: un imbroglio. Erano ritenuti mosse intelligenti, anzi, come si dice in Italia, furbe. “Fare il furbo” ha connotazioni negative, tuttavia è una parte del gioco che è accettata come qualcosa che è impossibile da sradicare. Succede, e basta. Quando un avversario si guadagnava un rigore buttandosi o esagerando un leggero contatto, l’atteggiamento di giocatori e allenatori non era di condanna, bensì di rimprovero verso i nostri difensori per averlo lasciato fare. Stavamo entrando nella realpolitik del calcio. Le cose brutte succedono; sta a te non farle succedere. …”
Vialli passa poi a chiedersi che rapporti ci possono essere tra queste considerazioni e il pensiero di Machiavelli (nell’immagine iniziale un particolare di un suo ritratto eseguito da Santi di Tito) ed in particolare del suo capolavoro, “Il Principe”, che viene definito come una sorta di guida pratica alla conquista e al mantenimento del potere. Vialli chiarisce che Machiavelli fece molta attenzione a non dare un giudizio etico o morale su determinate azioni, affrontandole invece da un punto di vista puramente pratico. Il suo messaggio è che se hai uno scopo, lo persegui con qualsiasi mezzo necessario, e tutto ciò che fai è volto al suo raggiungimento.
“Come applicare queste idee al calcio? “. “Cos’avrebbe pensato Machiavelli a proposito del barare?” “Del buttarsi per ottenere un rigore, o meglio ancora, della “mano di Dio”, di Diego Armando Maradona?” (a cui verrà dedicato un post specifico nei prossimi giorni).
Vialli conclude che secondo Machiavelli “non sarebbe stato un problema, a patto di non farsi scoprire. Avrebbe anche sottolineato, però, che buttarsi per ottenere un rigore è un azione che va compiuta raramente, ma con grande convinzione. Se ci pensate, ha senso. Se un giocatore simula troppo spesso, i suoi avversari cominceranno a detestarlo. Inoltre, quel giocatore si guadagnerà la reputazione di baro e “tuffatore”. Il che non solo danneggerebbe la sua immagine, ma potrebbe indurre gli arbitri a diffidare di lui, rendendoli meno propensi a fischiare un rigore. Poi c’è, naturalmente il fatto che oggi, un giocatore che si butta e si fa beccare deve essere ammonito. Pertanto, la perla di saggezza di Machiavelli circa il barare potrebbe essere la seguente: fatelo solo quando i benefici superano nettamente i rischi, quando siete sicuri di non essere scoperti e, soprattutto, non troppo spesso.”
http://www.ibs.it/code/9788804576778/vialli-gianluca/italian-job-tra.html
