Venere privata
Venere privata è il primo romanzo (1966) di Giorgio Scerbanenco ad avere come protagonista Duca Lamberti, il personaggio che ha poi dato la fama allo scrittore italiano di origine ucraina … Continua su turingduchamp
Il re degli scacchi
… La strategia andrà modificata a seconda della situazione. Una strategia ne genera un’altra, una ne intrappola un’altra. Si comincia con una strategia minore che confluisce nella strategia maggiore. Dovranno essere talmente fuse che l’avversario non avrà scampo …
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La strategia dominante di Indiana Jones
Ogni volta che si parla di Indiana Jones (in questi giorni è uscito l’ultimo film della saga “Indiana Jones e il teschio di cristallo”) a noi viene in mente una scena da “Indiana Jones e l’ultima crociata”: il padre di Indiana Jones (interpetato da Sean Connery) è stato ferito a morte e può salvarsi solo bevendo l’acqua del Sacro Graal. I nostri eroi sono nel posto giusto, ma c’è un problema, tra numerosi calici bisogna scegliere quello giusto, una scelta sbagliata sarebbe fatale (anche a prescindere dalla ferita). Indiana Jones ne sceglie uno, immerge il calice nella fonte e beve lui per primo. Solo dopo aver scoperto di aver fatto la scelta giusta fa bere il padre che può così guarire. Il problema è evidente, se la scelta fosse stata sbagliata Indiana Jones sarebbe morto per aver bevuto dal calice sbagliato ed il padre a causa dalla ferita. Dal punto di vista della teoria dei giochi, che crediamo per una volta non si discosti dal buon senso comune, avrebbe dovuto far bere il padre senza prima assaggiare l’acqua; anzi questa scelta sarebbe stata per la teoria una “strategia dominante”, cioè una strategia che non può mai essere peggiore di nessun altra, ma solo migliore in alcuni casi, e non peggiore nei rimanenti casi. Nel loro libro “Io vinco tu perdi” Avinash Dixit e Barry Nalebuff (appena ripubblicato in Italia dalle edizioni del Sole 24 Ore) fanno notare (in un nota a piè di pagina) che “Questo esempio sottolinea, fra l’altro, una debolezza della teoria dei giochi. Le azioni vengono giudicate soltanto in base alle loro conseguenze. Non viene posto nessun valore morale sull’atto in sé. Sebbene il padre sia già ferito mortalmente, Indiana Jones potrebbe non voler essere il responsabile dell’atto che ne causa la morte”. È difficile rendere realistica una situazione del genere ma alcuni nostri sondaggi casalinghi, suggeriscono che a nessuno verrebbe neanche in mente di assaggiare per primo l’acqua!
Turtle time
Per dirla con Huizinga, il gioco comincia e a un certo momento è finito. La partita inizia e si conclude ad un segnale convenuto, ma il giocatore ha molteplici modi per sfruttare a suo vantaggio i meccanismi che determinano la “durata” del gioco.
Nel suo libro del 1993 “Winning ugly”, per qualche strana ragione mai tradotto in italiano, il tennista e poi allenatore Brad Gilbert ci racconta del “turtle time” in relazione ad un suo incontro con Ivan Lendl.
Gilbert spiega che lo scopo della strategia del “turtle time” è quello di modificare le dinamiche di quello che sta succedendo sul campo di gioco. La vittima del “turtle time” diventa impaziente, quando si diventa impazienti si tende a fare le cose di fretta, quando si fanno le cose di fretta si commettono errori fisici e mentali. Quando si commettono degli errori si perdono dei punti.
Il gioco di un tennista può uscirne distrutto se non è in grado di trovare delle contromisure immediate. Gilbert racconta di un suo match contro Lendl nei quarti di finale di un torneo internazionale del 1986. All’epoca Lendl era il numero uno del ranking mondiale, mentre Gilbert si aggirava intorno al dodicesimo posto, e in più non aveva mai battuto Lendl in precedenza. Gilbert afferma che in quel match sentiva una certa pressione perché era consapevole che una sua vittoria sarebbe stata psicologicamente molto importante per la sua carriera ed in più sentiva che una vittoria quel giorno era alla sua portata.
Ecco come andarono le cose nel racconto di Gilbert. Lendl vinse il primo set, ma poi Gilbert trovò il suo ritmo e vinse il secondo set per 6 – 3 e si portò a condurre 2 a 0 con il servizio a disposizione nel terzo e decisivo set. A Gilbert sarebbe stato sufficiente mantenere i suoi game di servizio per aggiudicarsi il match. Lendl a questo punto capisce che per rimanere in partita deve fare qualcosa e possibilmente deve farlo in fretta. È ovvio ad entrambi i giocatori che Gilbert è nella “zona”, uno di quei momenti in cui si è concentrati, con buoni colpi, buoni piedi e un’attitudine positiva. L’inerzia del match era tutta dalla parte di Gilbert, e Lendl intuisce che questa è proprio la cosa più importante, interrompere l’inerzia, fare uscire Gilbert dalla “zona”.
Gilbert racconta che si stava preparando a servire per il terzo game del terzo set, ed era praticamente pronto quando Lendl si rivolse all’arbitro chiedendogli di ricordare al pubblico di non usare flash. Gilbert fa notare che dopo due ore di tennis e due set e mezzo, il pubblico non scatta più fotografie perché ha già finito le pellicole. Ovviamente la richiesta di Lendl aveva l’unico scopo di spezzare il ritmo di Gilbert. Viene giocato un punto. Subito dopo Lendl cammina verso il giudice di linea e gli chiede se è sicuro della chiamata. E già che c’è gli chiede anche della chiamata precedente, e suggerisce che forse il giudice di linea dovrebbe prestare più attenzione. Poi lentamente torna sulla linea di fondocampo, scuotendo la testa come per dire, ehi, quanto è difficile questa vita! Prima di arrivare alla linea di fondo si ferma ancora per asciugarsi con l’asciugamano. Niente che non sia legittimo, semplicemente, lentamente sta cercando di rallentare il ritmo del gioco. Gilbert è pronto a servire. Lendl un attimo prima della sua battuta si rivolge all’arbitro, dicendogli di dire a Gilbert di non metterci così tanto a servire, perché sta distruggendo il gioco. Gilbert fa notare all’arbitro che sta servendo come ha fatto tutta la partita, e l’arbitro è d’accordo, ma lentamente la trappola di Lendl sta iniziando a funzionare. “Il mio ritmo e la mia concentrazione non sono più gli stessi, Lendl cerca di non farmi pensare ai miei colpi, ma a quanto ci sto mettendo per battere, e ci sta riuscendo. Poiché mi accorgo di tutto questo, per reazione cerco di contrastare la sua strategia di rallentare il gioco accelerandolo, inizio a fare le cose più in fretta e divento impaziente. Non è la cosa giusta da fare, anzi è esattamente quello che voleva Lendl. Perdo il servizio. Lendl va a servire. Sono furioso, voglio un altro break e lo voglio subito. Lentamente Lendl si avvicina alla linea di servizio. Io sono pronto, ma lui non ancora. Inizia con la sua routine delle sopracciglia, (Lendl era solito giocare con le sopracciglia nei momenti topici). Poi deve decidere con quale palla servire. Ne guarda una, poi ne prende un’altra e la guarda ancora. Poi ancora la prima. Poi inizia a giocare con le palle poi le guarda ancora una per una. Finalmente decide; io sono ancora nella posizione di risposta. Pronto a servire? Lendl inizia a far rimbalzare la palla che ha scelto. Una, due, tre volte. Quattro. Aspetta un minuto deve avere del sudore sugli occhi, si asciuga, e ricomincia a far rimbalzare la pallina. Una, due, tre volte. Ferma tutto, Ivan cerca nelle tasche della polvere di gesso. Batte la sua racchetta un paio di volte. Io sono ancora nella posizione di ricezione al servizio. Un colpo della racchetta alle scarpe. Fa rimbalzare la palla ancora una volta. Mi guarda. Serve. Ace! Lendl conduce 15 a zero. Io sono ancora nella posizione di ricezione al servizio. Da 2 a 0 per me nel terzo set non vincerò più un altro game, Lendl vinse sei giochi di fila per aggiudicarsi il terzo set per 6 a 2. Questo è il Turtle time.“
Quella volta Lendl riuscì a spezzare il ritmo e la concentrazione di Gilbert, ma come bisogna comportarsi per contrastare la strategia di rallentare il gioco? Gilbert dà una serie di consigli, ripete più volte che bisogna essere pazienti, ma in pratica il concetto chiave è che bisogna mantenere l’iniziativa. Non c’è niente che si possa fare per velocizzare il ritmo dell’avversario, ma possiamo fare molto con le nostre azioni, possiamo metterci anche noi a far rimbalzare la palla otto o nove volte, possiamo fermarci a legarci le scarpe e ostentare il gesto, l’unica cosa che non bisogna fare è subire l’iniziativa psicologica dell’avversario. In conclusione Gilbert ricorda:
“Ma quella volta con Lendl le cose non funzionarono perché non mi accorsi in tempo della sua tattica e quando me ne accorsi reagii con rabbia e frustrazione.
È onesto dire che non fu l’atteggiamento di Lend il motivo per cui persi, ma la dinamica di un match è volatile, e persi il match perché non fui capace di rispondere correttamente alla strategia di Lendl.”
La gestione del tempo del resto è un attività che viene ormai insegnata nei corsi per manager. La prima legge di Parkinson sostiene che “il lavoro si espande fino ad occupare tutto il tempo disponibile; più è il tempo e più il lavoro sembra importante e impegnativo”. In altre parole, dato un tempo a disposizione, esso sarà impiegato per terminare una certa attività; quindi se avremo poco tempo lo useremo tutto, se ne avremo molto, lo useremo tutto lo stesso. Se si ha un certo tempo per svolgere un determinato compito, si impiegherà quel tempo, se il tempo a disposizione è il doppio, o il triplo, si userà comunque tutto il tempo a disposizione, che tenderà a sembrarci poco. Queste considerazioni ci portano ad un’altra legge, quella di Pearlman, la quale sostiene che il prodotto dello sforzo per il tempo è una costante, che implica che spesso si tende a concentrarci non tanto sullo sforzo da mettere in campo per compiere una certa attività, quanto sul tempo a disposizione.
Per imparare a gestire il tempo, si può iniziare a riconoscerne tre tipologie:
- il tempo imposto dal sistema
- il tempo imposto dagli altri
- il tempo che governiamo da soli
Gilbert sarebbe d’accordo nell’affermare che il terzo set del suo match con Lendl si è svolto in gran parte “nel tempo imposto dagli altri”.
Festival dell’economia di Trento
Dal 29 maggio al 3 giugno terza edizione del Festival dell’economia di Trento.
http://www.festivaleconomia.it/
Alcuni degli interventi che ci sembrano più interessanti sono:
- Azione collettiva di Oriana Bandiera; Venerdì 30 maggio, ore 10.00 alla Facoltà di Economia: un intervento che si occupa di cooperazione (un lato della medaglia di uno dei classici dilemmi strategici, cooperare o non cooperare). “Il successo di molte attività economiche dipende dalla disponibilità degli individui a sacrificare il guadagno personale a favore del bene comune. Quali meccanismi determinano la cooperazione e quali caratteristiche personali la promuovono? Alcune indicazioni al riguardo provengono dall’esperienza dei Paesi in via di sviluppo”.
- Sistemi elettorali tra efficienza e rappresentanza di Guido Tabellini; Palazzo della Provincia, ore 19.30: interessante per mostrare come anche piccoli cambiamenti delle regole possono modificare il gioco e la condotta strategica ottimale. “Perchè la legge elettorale è così importante non solo per i sistemi politici ma per il funzionamento complessivo di un intero Paese? Quali sono i vantaggi e gli inconvenienti di sistemi alternativi? E quale sistema è più adatto all’Italia di oggi?”
- La linea grigia della globalizzazione: a chi tocca cambiare le regole del gioco, a cura de “Il Sole 24 ore”; domenica 1 giugno, 0re 17. 320 Palazzo Calapini. “Il dibattito è dedicato al tema del rispetto delle regole nei traffici e negli scambi planetari come strumento e garanzia per uno sviluppo “glocal” coerente”. A noi interessa soprattutto per il ruolo centrale che nel dibattito pare essere riservato all’arbitro, figura fondamentale in ogni sistema di regole.
I duellanti
Bello l’articolo di Emanuela Audisio sulla Repubblica di ieri: “I duellanti, uniti e divisi per battere il destino”, in cui si ricordano e discutono alcune delle più grandi rivalità dello sport. Navratilova – Evert, Mazzinchi – Benvenuti, Alì – Fraizer, … ma in cui si parla anche del racconto di Conrad (e così per associazione di idee possiamo associare al post l’immagine della locandina del film di Ridley Scott del 1977. L’immagine di apertura è un incisione nel Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri in Val Canonica). Ne riparleremo.
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/05/25/110i.html
Il caso_5
Si può anche arrivare ad immaginare che tutte le decisioni vengano prese affidandosi al caso, magari a dei dadi, come per l’appunto fa il protagonista del romanzo “L’uomo dei dadi”, Luke Rhinehart, che è anche lo pseudonimo sotto cui si cela l’autore, il cui vero nome è George Cockroft. Al termine di un’ennesima, paludosa serata di poker, Luke tenta un rimedio alla noia: scorge fra le carte da gioco un dado, e gli “affida” una prima, formidabile decisione a “luci rosse” … Ingolosito dagli esiti a dir poco sconvolgenti, Luke, non resiste alla tentazione di proseguire il gioco nei giorni successivi. Anche perché il dado reagisce bene, benissimo, si rivela anzi un mezzo oracolo: risponde a ogni domanda, dalla più banale alla più estrema… lanciando, letteralmente, Luke, e con lui uno stuolo sempre più nutrito di “cultori” in situazioni splendide quanto assurde, allucinanti ma illuminanti, comunque straordinarie.
Questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1971, è diventato con il tempo un classico di culto e negli ultimi anni pare essere stato riscoperto da nuove generazioni di lettori. Dell’autore non si sa molto, se non che pare si sia allenato anche lui a lungo con la “tecnica dei dadi”, se così è senza ironia ci si può chiedere chissà quali delle sue numerose attività sono state decise da un tiro di dadi: insegnare inglese agli hippies sull’isola di Maiorca (1), fare il giro del mondo in barca (2), vivere in un eremo sufi (3), abitare su una barca a vela nel mediterraneo (4), creare un “centro del culto del dado” a New York (5), scrivere un libro (6).
In ogni caso, come per tutti i “classici di culto” o amerete questo libro o lo troverete insopportabile. Beh, se proprio il libro non vi piacesse, ad un certo punto potete tirare un dado per decidere se andare avanti …..
La mossa del matto affogato
Roberto Alajmo
La mossa del matto affogato
Mondadori, 2008
Il primo esempio di matto affogato fu dato da Lucena in un suo studio del 1497.
Dalla posizione del diagramma il Bianco vince giocando 1. De6+ Rh8 2. Cf7+ Rg8 3. Ch6 Rh8 4. Dg8+ T:g8 5. Cf7#. Più di cento anni dopo, Gioacchino il Greco detto “il Calabrese” nel suo “Trattato del nobilissimo gioco de scacchi”, propone una partita – analisi basata sulla stessa idea.
NN – Greco
1. e4 e5 2. Cf3 Cc6 3. Ac4 Ac5 4. 00 Cf6 5. Te1 00 6. c3 De7 7. d4 e:d4 8. e5 Cg4 9. c:d4 C:d4 10. C:d4 Dh4 11. Cf3 D:f2 12. Rh1 Dg1+ 13. T:g1 Cf2#
Esattamente le mosse di questa partita sono i titoli dei capitoli del libro dello scrittore palermitano Roberto Alajmo “La mossa del matto affogato”…
http://www.turingduchamp.org/detnotizia.asp?id=128&argomento=70&page=1











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