Disciplina
Nel suo libro “The Italian Job” (qui su bol) l’ex calciatore e ora allenatore e commentatore televisivo Gianluca Vialli riporta alcune considerazioni dell’allenatore dell’Arsenal Alex Wenger. “C’è una storia che mi piace raccontare” dice Wenger. “In Giappone, se tu, l’allenatore, dici ai giocatori di scattare a tutta velocità contro un muro di mattoni, quelli lo fanno senza fiatare. Poi, quando si spaccano la testa e cadono per terra, ti guardano e si sentono traditi. Si fidano ciecamente dell’allenatore e non riescono a credere che questi possa fare loro del male. Il giocatore inglese, per molti versi, è come quello giapponese. Anche lui scatta a tutta velocità contro il muro di mattoni, ci va a sbattere, si alza, si dà una ripulita ed è pronto a ricominciare. Non si chiede che senso ha correre contro un muro, per quale motivo lo fa. Lo accetta e basta. Ora il calciatore francese, come l’italiano, reagisce in modo diverso. Ti guarda e dice: “Okay, mister, noi corriamo contro il muro, ma potrebbe prima farci vedere lei come si fa?”. La questione è che lì si fidano dell’allenatore, ma solo fino ad un certo punto. Hanno bisogno di credere in ciò che fanno.” Poi Wenger prosegue: ”Gli inglesi ce l’hanno nel sangue. Hanno quest’abnegazione quasi militare in tutto quel che fanno. Fanno come gli viene detto, eseguono gli ordini, non mettono in discussione l’autorità e non si arrendono mai, anche quando sono sotto di tre gol e mancano due minuti alla fine. Non credo sia una coincidenza. Gli inglesi vincono quasi sempre le guerre.”
Se è sicuramente vero che la disciplina è un vantaggio, lo è anche il fatto che a volte un po’ di consapevolezza critica e una certa capacità di interpretazione delle regole possono essere d’aiuto.
Nel giugno del 1800, Napoleone, che era stato da poco nominato console a vita, era in Italia per riprendere il controllo delle terre occupate dagli austriaci del generale Melas. Nei pressi di Marengo, nei dintorni di Alessandria, l’esercito francese venne in contatto con quello austriaco. Melas lasciò credere a Napoleone di avere con sé solo un’avanguardia, fingendo che il grosso dell’esercito fosse altrove. Napoleone si convinse che si trattava solo di una finta e non riunì le forze. Al contrario il 13 giugno aveva ordinato al generale Louis Charles Desaix di proseguire nella marcia verso Novi Ligure sia a scopo di protezione del fianco sinistro sia per tagliare un’eventuale ritirata di Melas. Altre divisioni, con scopi simili, erano state inviate verso nord.
Ma il generale Desaix non era affatto convinto della lettura della situazione di Napoleone e interpretò a suo modo il sistema di regole che prevede l’obbedienza totale agli ordini dei propri superiori. Desaix non può che obbedire, ma decide di farlo “piano”: i fiumi venivano guadati molto lentamente, ogni intoppo rappresentava una buona scusa per perdere un po’ di tempo. Ad un certo punto, Desaix manda una staffetta a chiedere conferma degli ordini ricevuti, Napoleone ribadisce che la battaglia è un trucco e conferma di continuare la marcia verso sud. A Marengo il 14 giugno Napoleone viene attaccato di sorpresa dagli austriaci. Per troppe ore ancora Napoleone continua a pensare che si tratti di una finta e solo nel primo pomeriggio comincia a rendersi conto della situazione.
E così mentre Desaix pigramente prosegue verso sud, un’altra staffetta lo raggiunge con il controordine. “Per amor di Dio torna indietro, se ancora ce la fai.” Desaix non si è limitato a rispettare le regole ma le ha interpretate, ed allora fa in tempo a tornare indietro. Nel frattempo a Marengo la battaglia si poteva definire perduta per i francesi, tuttavia non ci furono né una totale disfatta né una formale resa; piuttosto, l’esercito francese aveva rinunciato a combattere e si limitava ad arretrare in maniera confusa, abbandonando il campo di battaglia e le postazioni inizialmente occupate. A metà pomeriggio la battaglia pareva praticamente conclusa, tant’è che il Generale Melas si ritirò al quartier generale di Alessandria, non prima di aver mandato un messaggero a Vienna per annunciare la vittoria. L’offensiva finale, procedeva senza fretta. Ufficiali e soldati austriaci avanzavano con prudenza, convinti che la battaglia fosse ormai vinta.
Ma appena il generale Desaix si ricongiunge con Napoleone i due sono pronti a riprendere in mano la situazione. Le cronache riportano la seguente affermazione di Desaix: “Questa battaglia è perduta. C’è però tempo per vincerne un’altra. La divisione di Desaix attacca, e fa altrettanto su un altro fianco la cavalleria al galoppo guidata da Kellermann. Allora anche il resto dell’esercito francese riprende coraggio e ritorna a combattere. Gli austriaci sono sorpresi: non avevano previsto l’arrivo di rinforzi né un attacco quasi a sera. Inoltre, non si era mai visto che il nemico ricominciasse a combattere una battaglia perduta. Senza un capo, senza un comando, senza una strategia gli austriaci barcollano ed in pochi minuti le sorti della battaglia vengono completamente ribaltate. E Desaix? Il generale Louis Charles Desaix cadde nei primi attimi della carica della sua divisione.
Con le parole che Gianni Riotta fa pronunciare al Colonnello Terzo, protagonista del suo “Principe delle nuvole” (qui su IBS): “Il generale Louis Charles Desaix …aveva avuto ragione, la seconda battaglia poteva essere vinta. Ma lui muore subito, colpito da una pallottola. E’ riuscito nell’impresa più difficile, in pace e in guerra, agli eserciti e alle persone: non accettare la realtà che gli altri ci impongono, ma saperla trasformare, a modo nostro. Chi ha detto che in un giorno si possa combattere una, e una sola, battaglia? Sembra una verità geometrica, ma Desaix non l’accetta. Il generale Desaix capisce, prima di Napoleone, che l’offensiva di Melas non è un tranello. Riprende a combattere quando i francesi sono rassegnati alla rotta. Ispira Kellerman, salva la giornata e restituisce Napoleone alla Storia”.
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